L’intuizione che ha dato corso ad uno dei più sconvolgenti, surreali e avveniristici film di sempre fu la leggenda delle tre madri: “… la storia è tratta dal libro Suspiria De Profundis (ovvero Sospiri dal Profondo) scritto nel 1845 dal giornalista e scrittore inglese Thomas de Quincey. Secondo le fonti a disposizione, il libro si basa su alcuni sogni fatti dall’autore dopo una visita a Milano e un soggiorno nella casa dei conti Imbonati (piazza San Fedele), incuriosito dalla storia di fantasmi e maledizioni che facevano di casa Imbonati una casa stregata. Tra le pagine del libro, si fa largo un sogno fatto da de Quincey quando ancora si trovava ad Oxford. L’autore sostiene di aver sognato la dea latina Levana, che gli presentava tre donne, le “Nostre Signore del Dolore”. Esse hanno tre nomi latini: la prima, la maggiore, si chiama Mater Suspiriorum, “Nostra Signora dei Sopsiri”; la seconda delle sorelle la Mater Lacrimarum, “Nostra Signora delle Lacrime”; la terza, la più giovane e la più crudele delle tre, è Mater Tenebrarum: “Nostra Signora delle Tenebre”.

Il sospiro, la tensione e il vuoto lasciato dal passaggio della morte (o Mater Sospiriorum che dir si voglia) crea una policromia generale del male che si scaglia senza pietà su vittime e spettatori, lasciando dietro di se un senso di spaesamento, di sconforto e di angoscia. Il film fu girato con lenti anamorfiche; la fotografia di Luciano Tovoli e la scenografia di Giuseppe Bassan accentuavano specialmente i colori primari, soprattutto il rosso, utilizzando dei processi di inibizione i cui effetti erano già noti al pubblico in pellicole come Il mago di Oz e Via col vento. L’effetto risultante è volutamente innaturale creando una sorta di luce-personaggio, riverbero portatore di morte, in uno spazio claustrofobico, labirintico e prospetticamente concluso da precisi limiti geometrici che ne fanno una sorta di scatola magica.
Da questo fattore spazio-cromatico nasce un indubbia questione: Dario Argento fu probabilmente il modello stilistico del grande regista americano Stanley Kubrick. Tre anni dopo infatti (era il 1980) nelle sale usciva un film destinato a fare epoca: Shining. Ciò che maggiormente il film rispecchia è il non-luogo, come in Suspiria anche qui lo spettatore si perde, si trasforma in qualcosa di insignificante al cospetto delle forze minacciose che si aggirano nell’hotel (o nella scuola di danza di “Argentea” maniera). E’ completamente controllato dallo spazio che al contrario di Suspiria non è materializzato attraverso colori intensi ma con luce artificiale al neon, fredda, quasi trasparente.
L’elemento luce dunque, seppur con una modalità diversa, rientra nel processo creativo di costruzione di un atmosfera diabolica e paranormale, caldo e freddo cromatico sono utilizzati dai due registi per la contemplazione del maligno, per creare il luogo dell’esistenza della Mater Sospiriorum, della morte stessa. I colori sono utilizzati infine per creare una sorta di ripugnanza volta a determinare un senso di spossatezza generale.
Il risultato è senza alcun dubbio, soprattutto nella pellicola di Kubrick, un condizionamento psicologico che coinvolge i personaggi: Jack Torrance (Jack Nicholson) viene pienamente coinvolto nei fenomeni inquietanti e senza alcun indugio inizia a dialogare con un’impossibile barista dell’hotel degli anni venti, Lloyd (Joe Turkel), discutendo dei suoi problemi con l’alcool e con il figlio Danny, al quale, anni prima, aveva spezzato un braccio in un momento di follia.

In conclusione, Dario Argento e Stanley Kubrick hanno contribuito a definire una circolarità diegetica atemporale, senza inizio e senza una fine, in cui la dimensione nefasta e infernale è padrona assoluta del destino dell’uomo. Hanno, in ultima istanza, esaltato il labirinto del “nostro” male psicologico, dove è senz’altro Argento un iniziatore e Kubrick un esaltatore, degno ed armonioso, di un’intuizione tutta italiana.

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