mercoledì 4 luglio 2012

Bedrich - XVIII



Un giorno guardando oltre il vento macchiato dalla neve comparve un’ombra che i soldati crederono prima una roccia o degli alberi, finché nel proseguire non la videro allungarsi come un lungo serpente che trascinava pesante la testa verso di loro. Siccome la vista era assai annebbiata e i sensi non meno intorpiditi in molti ebbero tema di aver incrociato una mostruosità pronta a farsene boccone e strinsero le armi preparandosi al peggio.
“Sono persone!” gridò però d’un tratto qualcuno e il buon Bedrich non perse tempo ad aguzzare gli occhi riconoscendo davvero degli altri uomini. Ma il sollievo durò poco perché non gli sconosciuti  sembravano essere in gran numero e dal passo troppo pesante non erano certo dei viandanti o pellegrini in un cammino di penitenza.
D’istinto dunque egli alzò di nuovo la lancia, fissando quei figuri teso come una corda e trattenendo il respiro quando si fermarono a pochi passi dalla compagnia e gridarono qualcosa presto soffocato dal vento. I comandanti allora per meglio intendere vollero avvicinarli facendo arrestare la truppa, dove ognuno non potendo più scaldarsi camminando non poteva far altro che battere le braccia sul corpo o strofinare quel che restava delle pellicce divorate dalle intemperie. 
“Ma chi sono quelli là?” era la domanda che saltava da una parte all’altra tra gli uomini “Devono mettersi a chiacchierare proprio in mezzo alla bufera?!”
“All’armi!” ordinò di colpo il comandante che fu il primo a cadere per mano degli sconosciuti. Dalle loro parti si levò quindi un grido minaccioso e accorsero con le spade già sguainate non lasciando più dubbi sulle loro intenzioni.
La battaglia fu difficile e straziante, poiché i compagni del Bedrich e lui stesso erano provati dalle fatiche trascorse e non riuscivano a maneggiare come si deve le proprie armi, mentre i nemici dimostrarono di sapersi battere meglio nonostante la durezza della stagione. Furono loro alla fine a prevalere uccidendo venti o trenta mercenari, ma per qualche strana ragione piuttosto che passare al filo i vinti preferirono farli prigionieri. Unica eccezione furono i capitani che vennero accompagnati in disparte e scomparvero nella nebbia senza far più ritorno.
Il gruppo ripartì poco dopo e per il buon Bedrich ch’era sfinito dalla battaglia riprendere a camminare fu impresa ben più ardua. Teneva le braccia penzoloni, il respiro aveva il sapore del fuoco e che triste spettacolo vedere chi era meno coriaceo lasciarsi cadere per venire in un lampo inghiottito dalla neve a terra. Questo non a me, implorava a se stesso, sforzandosi di andare avanti con le ultime energie e per questo vedeva solo i suoi piedi, non distinguendo più gli amici dai nemici. Attorno a lui c’era solo una fila di corpi chini e tetri come l’inverno che li avviluppava e seguendoli almeno aveva la consolazione che la morte se fosse arrivata non l’avrebbe affrontata da solo.
Quando poi verso sera le correnti si calmarono e lo sguardo si fece più nitido, il buon Bedrich scoprì ciò che non si sarebbe mai aspettato. Pur nel delirio della stanchezza si era fatto un’idea su chi li aveva catturati, non potevano che essere dei barbari venuti a tagliargli la strada per la Moscovia. E allora perché non indossavano i loro elmi a punta e parlavano la favella del Sigismondo come se fosse la propria? Non solo, ma avevan smesso di tormentare i suoi compagni e iniziavano a rider di gusto con loro come se non vi fosse mai stata battaglia. Chi diavolo erano allora questi soldati?





Per leggere la storia dall'inizio cliccare su C'era una volta Bedrich


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