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martedì 23 luglio 2013

Myanmar - Wirathu, il volto oscuro del buddhismo

A prima vista sembra un monaco buddhista come tanti altri: piccolo di statura, i lineamenti morbidi e la voce calma, imperturbabile. Un uomo plasmato da anni di letture e meditazione che dovrebbero averlo avvicinato all'illuminazione.
Invece il monaco birmano Ashin Wirathu utilizza questa sua apparente aura di santità per inculcare ai fedeli una crociata interna contro l'islam. E tra i molti suoi connazionali che considerano l'esigua minoranza musulmana (tra il 4 e il 10% del totale) una seria minaccia alle tradizioni locali qualcuno non ha perso tempo a versare del sangue. Molto sangue.

domenica 17 marzo 2013

Il mondo ogni settimana - Numero dodici

Torna il nostro sguardo su quanto successo nel mondo durante l'ultima settimana. I protagonisti della Tana questa volta sono Stati Uniti, Cina e Tunisia.
L'America si è distinta per aver votato su questioni particolarmente sensibili come l'abolizione della pena di morte (Maryland) e il controllo sulle armi (Colorado).
In Cina si è completata l'importante transizione ai vertici iniziata con il congresso dello scorso novembre, ma gli scandali tra élite corrotte e politiche scioccanti non cessano di far discutere nel gigante comunista.
Per concludere una menzione alla Tunisia, che ha finalmente un nuovo governo sebbene la gente inizi a manifestare un'insofferenza che rievoca i fantasmi della rivoluzione. Buona lettura ;)

giovedì 14 giugno 2012

Liberi nella tempesta


Dopo più di vent'anni di restrizioni, di cui quindici di arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi è diventata una donna libera, ha ottenuto un seggio alla camera bassa e può viaggiare intorno al mondo. Proprio in questi giorni è infatti iniziato il suo tour in Europa che tra le tappe prevede anche Oslo, dove potrà finalmente ritirare il premio Nobel del quale fu insignita nel lontano 1991. La notizia non può che rallegrare perché osservando le vicissitudini di questa donna minuta viene da pensare che l'ingiustizia non dura per sempre, che gli oppressi un giorno o l'altro trovano il modo di riscattarsi e di alzare nuovamente la testa.
Un quadro perfetto, rovinato solo dai venti preoccupanti che stanno soffiando in patria. Il problema non è qualche rigurgito autoritario della giunta militare, almeno per ora, ma gravi episodi di razzismo tra la maggioranza buddista e i musulmani "reietti" denominati genericamente come Rohingya, concentrati nelle province confinanti con il Bangladesh. Un odio che si manifesta in forme molto pesanti, specie dai buddisti che a seguito della morte di una loro correligionaria hanno scatenato un'ondata di violenza tanto fisica quanto verbale.
Vista l'accoglienza (qualcuno ha parlato di una loro deportazione o addirittura lo sterminio totale) non sono pochi i Rohingya che hanno riparato in Bangladesh, dove però sono considerati altrettanto estranei per via d'insormontabili differenze linguistiche e problemi di sovrappopolamento a cui Dacca deve già far fronte con i suoi abitanti. Col risultato che sballottati da una parte all'altra i musulmani birmani vivono una situazione estremamente disagiata, terreno più che fertile per riempire le fila di terroristi e secessionisti. Facendo il gioco di coloro che con la scusa dell'integrità territoriale o della sicurezza sono ancora tentati di rimettere indietro le lancette dell'orologio, ora che dopo anni di paralisi avevano seppur timidamente iniziato a girare.

giovedì 29 marzo 2012

Myanmar elettorale o quasi


Il momento lungamente atteso è dunque giunto: domenica 1 aprile in Myanmar (Birmania per gli amici occidentali) si terranno le elezioni suppletive dove parteciperanno finalmente anche i partiti di opposizione. Di solito preferisco parlare delle elezioni una volta che si è conosciuto il risultato, ma in questo caso sarebbe piuttosto inutile visto che ad essere eletti saranno appena 40 deputati dei 440 totali alla camera bassa e ben 6 seggi degli oltre 200 della camera alta. Le consultazioni infatti serviranno principalmente a tappare i buchi lasciati vuoti da chi ha assunto incarichi di governo, niente di così decisivo insomma.
Detto così l'evento non sembra proprio una grandissima rivoluzione e in effetti ce ne vorrà ancora per scalzare l'onnipotente giunta militare e il suo braccio politico, il Partito della Solidarietà e Sviluppo, dalle sale del potere. Ma è comunque un'inizio e fa ben sperare l'eventuale disponibilità del governo birmano ad accogliere osservatori sia dell'Asean che da parte dell'Occidente. E questa volta potrebbe esserci posto anche per il premio Nobel Aung San Suu Kyi, la quale si è talmente impegnata in questa sorta di rivincita politica da essere costretta ad interrompere temporaneamente la campagna elettorale per motivi di salute. Confermando tuttavia la sua reputazione di Orchidea di Ferro ci ha tenuto a ricomparire qualche giorno dopo il riposo forzato per accendere nuovamente l'entusiasmo dei suoi sostenitori. Del resto la strada per il vero appuntamento, quello delle elezioni generali del 2015, è stata appena tracciata.