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giovedì 15 novembre 2012

Bullet To The Head: il nuovo film di Sylvester Stallone in arrivo nel 2013


Un film d'altri tempi, un action movie che nostalgicamente ricorda le più pazzesche pellicole degli anni'80 e più semplicemente rilancia un genere che sembrava ormai agli sgoccioli.

Tutto questo è Bullet To The Head diretto da Walter Hill. Il protagonista, un sempre verde Sylvester Stallone, è un killer mafioso a pagamento che finisce per indagare sulla morte di un "collega" con un poliziotto, formando una strana coppia investigativa, formata da due uomini così profondamente diversi, fatta di eccessi e virtuosi confronti stilistici.

lunedì 15 ottobre 2012

L'ignoto segreto di un genio trasformista: Johnny Depp e Charlie Chaplin


Lo stile recitativo inconfondibile, un chiaro riferimento al cinema del passato attraverso una logica delle origini, una performance a scatti e schizzi tipica del cinema muto, una camaleontica capacità di cambiar “pelle”, tutto questo e altro ancora è Johnny Depp.
Da uno studio effettuato dalla Dott.ssa Serena Mostafa, un elemento fondamentale nella valutazione complessiva di questo grande attore contemporaneo è certamente la passione che questi ha nei confronti del cinema muto. 
Un esempio che palesa tale interesse è riscontrabile nel film Benny e Joon di Jeremiah Chechik del1993 in cui è presente uno straordinario omaggio alla Hollywood degli anni ’20 e ’30 e in particolar modo al cinema di Buster Keaton e Charlie Chaplin. L’uso degli oggetti rielaborato per rispondere ad un senso di estraneità nei confronti del mondo (da ricordare la danza dei panini o il ferro da stiro per cuocere i toast) conduce alla possibilità espressiva dell’arte di plasmare la referenzialità degli oggetti riemersa e riscoperta, ai giorni nostri, con la performance di Depp. Il suo stile prevede una vera e propria creazione di specifiche caratteristiche che si incarnano nei suoi personaggi attraverso le quali ne costruisce le emozioni che prova e suscita, ne definisce i gesti per compiere le azioni determinate dalla partitura e in ultimo ne determina le relazioni con gli oggetti e gli altri personaggi. È quindi un giocare con la realtà, dandone significati e interpretazioni sempre nuove ed originali.
La sua straordinaria capacità interpretativa è alla base di una serie di scelte stilistiche che lo conducono verso lavori importanti, con i più visionari registi, facendogli preferire personaggi complessi e considerati dei veri e propri freak, dei reietti. La sua fortuna inizia infatti nel lontano 1990, quando Edward mani di forbice lo consacra attore di fama internazionale. Diretto dall’occhio attento di uno straordinario regista, Tim Burton,  che lo dirigerà sviscerando e valorizzando queste sua indubbia genialità professionale.
Edward è un ragazzo escluso dal mondo che cerca in tutti i modi un’integrazione nella cittadina di Peg. Questo personaggio fa parte di una schiera di caratterizzazioni tanto ardue quanto improbabili che lo rende negli anni un corpo sul quale è facile costruire e sperimentare i più variegati tipi di caratterizzazione. Si potrebbe affermare che Johnny Depp è una marionetta vivente della tecnica stop-motion. La sua percezione di contemporaneità è il risultato di una memoria cinematografica ben definita e precisa che gli consente di ripensare e riprogettare i suoi personaggi.
L’uomo emarginato dalla società (come lo Charlot di Chaplin) ritorna in molti personaggi di Depp (oltre ad Edward se ci pensiamo anche il Capitano Jack Sparrow a suo modo lo è o Barnabas Collins nel più recente Dark Shadows) ma a differenza della visione anni ’20 o di quella di Burton in alcuni casi questi personaggi riescono a superare la propria condizione (come il personaggio di Sam nel film Benny e Joon) ottenendo così un riscatto sociale. Depp ha un particolare talento nel delineare i malesseri che queste caratterizzazioni hanno nei confronti di una società perbenista ed ipocrita che non riesce a valorizzare la ricchezza interiore del singolo individuo. Magico è il modo di comunicarci una sconfitta o una forma assolutamente lacerante di solitudine. La sua più grande forza è dunque quella di essere un costruttore e un plasmatore di sentimenti nascosti ma verosimili che dimorano, sopiti, in ognuno di noi.


giovedì 26 luglio 2012

Il Genere Horror: uno stile in continua trasformazione, in movimento

Chissà cosa deve aver provato il pubblico quando nel 1978, Michael Myers si aggirava nella notte in cerca di sua sorella, con una maschera terrificante quanto inespressiva, nel famosissimo film di Jonh Carpenter: Halloween. Chissà quale stupore /terrore accompagnava i giovani che nel 1980 e nel 1984 assistevano alla nascita di Jason Voorhes e di Freddy Krueger nei capolavori, ormai cult, Venerdì 13 e Nightmare on Elm Street. Frutto di un importante quanto irripetibile stagione creativa del cinema hollywoodiano il genere horror degli anni ’70/’80 vide la nascita di stereotipi del male che uccidevano (e uccidono) attraverso i più classici moventi quali vendetta e follia.
Il film di Carpenter, ad esempio, fu il primo ad introdurre il super killer che uccide senza pietà ragazzi e ragazze.
Questa caratteristica fu poi ripresa dalle saghe successive e messa al centro delle varie diegesi. Alle idee creative ed originali, in quel periodo, si aggiunse un fortissimo abbassamento dei costi di produzione che incentivò bruscamente il consumo, soprattutto home video, del genere horror che ottenne così un vastissimo consenso popolare e fece breccia soprattutto fra i giovani. Erano film in cui essi si rispecchiavano e riscoprivano le paure più profonde dell’ inconscio umano.
La prospettiva si ampliò a tal punto che tutti questi “prototipi” divennero in breve tempo saghe di successo con svariati sequel. Anche film come Ammazzavampiri, Gremlins, Critters, Non aprite quella Porta, fecero parte di questa grande famiglia felice che portò soldi, successo e riconsiderazione del concetto tradizionale di B-movie.
Se infatti, facendo un passo indietro in Italia, alla fine degli anni ’70, vivevamo l’ annata d’ oro con i thriller/horror in stile Dario Argento, questo grande fiume stilistico in America ci aveva preceduto già nel 1968 con George A. Romero con il suo cult: La notte dei morti viventi che segnò uno spartiacque importante dando inizio alla cosiddetta seconda generazione dell’ horror (la prima seppur rudimentale aveva avuto come capostipite Il Gabinetto del Dottor Caligari, 1920, film muto, celebre emblema del cinema espressionista tedesco) di cui i film anni ’80 rappresenteranno l’apice artistico.
Gli anni ’90 non hanno purtroppo avuto lo stesso peso nello sviluppo del genere che solo dagli inizi del 2000 ha ritrovato una discreta linfa vitale: numerosi remake (quelli di Rob Zombie su tutti) e computer grafica hanno fatto da padroni, ad esempio nella famosissima saga di Saw, rappresentando una nuova frontiera per il genere dove tecnologia, sangue e tensione sono state mescolate verso orizzonti nuovi e assolutamente coinvolgenti.
Seppur con eterne critiche da parte dei giornalisti, il genere, ha sempre goduto del consenso del pubblico e il suo stile inconfondibile quanto in continua evoluzione sembra oggi ancora vivo e attuale. La paura e la suspense sono e saranno elementi cardine di una linea di confine invalicabile che separa la tranquillità, che non genera interesse verso altri generi, dalla follia, che suscita intrigo e sospetto.
Insomma, il pubblico ama essere spaventato dai film, ricerca il coinvolgimento che solo una scarica di adrenalina può dare e per questo motivo porta con sé euro preziosi per l’industria hollywoodiana.


giovedì 5 luglio 2012

Robert De Niro e Al Pacino: un confronto tra celebrità

“Mi sento più vivo in un teatro che in qualunque altro posto, ma quello che faccio in teatro l’ho preso dalla strada” Al Pacino.
Cosa succede quando una forza irrefrenabile ne incontra un’altra altrettanto inamovibile? La forza di uno sguardo, gli occhi, il talento e l’emozione finiscono per mescolarsi e creare una sorta di carismatica presenza che trascina tutti. Ecco queste sono le caratteristiche del confronto artistico-attoriale tra Robert De Niro e Al Pacino. I due più grandi attori degli ultimi 30 anni in America ci hanno saputo trasmettere la forza delle loro fragilità, ci hanno raccontato l’umanità e tutte le sue devianze attraverso un gioco iconico e spregiudicato di sguardi e di caratterizzazioni. Ciò che li rende confrontabili è in realtà la dimensione sociale in cui essi si sono mossi negli anni rispetto alle loro interpretazioni, ci hanno raccontato la storia di uomini veri e di uomini americani.
Ciò che li accomuna è senza dubbio la loro capacità  di trasformazione e di mimesi col personaggio interpretato: le loro caratterizzazioni non risultano cristallizzate, come ad esempio in quelle di Bruce Willis o Sylvester Stallone, esse infatti ci hanno fatto conoscere dall’interno mafiosi, uomini per bene , poliziotti, non vedenti, uomini comuni e uomini speciali e perché no anche divertenti. Il pubblico ha sostenuto queste interpretazioni e ne ha trovato degli spunti sempre nuovi e in continua trasformazione: ciò ha permesso ai due attori di non tramontare col tempo e di rimanere sempre in auge nel panorama hollywoodiano.
Ma in realtà Robert De Niro e Al Pacino sono due attori molto diversi e stilisticamente strutturati in modo opposto.
La differenza più grande sta nell’origine dei due attori: Al Pacino è un attore di origine teatrale che predilige ruoli shakespeariani portando in scena opere di Bertold Brecht, Eugene O’Neill, Oscar Wilde, David Mamet. E’ dunque un attore abituato ad una maggiore improvvisazione e con una preparazione più ampia che gli ha consentito, durante la carriera, di interpretare anche ruoli in pellicole di matrice storica e di impronta “teatrale”.

De Niro invece iniziò  subito con una recitazione più cinematografica e stilisticamente basata su uno sguardo penetrante e comunicativo. Elemento interessante è senz’altro la simile esperienza giovanile che li vede interrompere presto gli studi per dedicarsi al cinema, ma Al Pacino è sicuramente quello che dei due ha faticato di più per imporsi. La sua vita sregolata lo portò nel 1961 addirittura all’arrestato per detenzione illegale d’arma da fuoco e tutto questo è spiegato in seguito all’abbandono del padre che portò la sua famiglia vivere in condizioni assolutamente disagiate e difficili. Molti sono stati i mestieri per sbarcare il lunario (addirittura in Italia nelle vesti di un gigolò) e solo a partire dalla metà degli anni Sessanta troverà le risorse necessarie per iscriversi alla sua prima scuola di recitazione. L’incontro con quello che sarà il suo mentore Lee Strasberg, all’Actors Studio, gli consentirà il definitivo salto di quelità grazie al riconoscimento delle sue indiscusse doti recitative.
Per De Niro il discorso è molto diverso e la strada del successo arrivò attraverso la collaborazione con un suo grande amico, un regista di indubbio valore, Martin Scorsese: “Alla fine degli anni Settanta il suo amico Martin Scorsese, già regista di suoi tre film, pensa di farla finita con la regia ma, sotto pressione dello stesso De Niro, decide di girare il suo ultimo film con Robert nuovamente protagonista: quest’ultima fatica si basa sull’autobiografia del pugile italoamericano Jake La Motta. Per interpretare al meglio la parte di La Motta, in decadenza a fine carriera, Robert ingrassa di circa trenta chili, tanto da procurarsi dei seri problemi di salute e spingere Scorsese ad affrettare la fine del film in modo da consentire all’attore di tornare al suo peso forma. Il film, Toro scatenato, è uno dei capolavori di Scorsese e riscuote uno straordinario successo, tanto da arrivare alla notte degli Oscar con ben otto nomination (tra cui miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista): De Niro si aggiudica così la sua seconda statuetta, la prima come protagonista. Nel 1984, Robert torna a lavorare con un regista italiano (dopo Bertolucci), ovvero Sergio Leone, per il quale interpreta il personaggio di David ‘Noodles’ Aaronson nel kolossal C’era una volta in America
Personalità (più schivo De Niro contrapposto ad un estroverso e “tempestoso” Al Pacino) che allontana e avvicina allo stesso tempo questi due combattenti del grande schermo. Insieme in film quali Il Padrino parte II, Heat- la sfida e Sfida senza regole ciò che in queste pellicole sicuramente emerge è la loro capacità di interagire e di mescolarsi, uno sguardo di De Niro risposto da una implacabilità del volto di Al Pacino. Il bene e il male sempre a confronto, questo è il bello, a parti invertite: entrambi danno prova di una indiscussa capacità attoriale attraverso la quale mimetizzarsi a pieno. Personaggi saldi moralmente e delinquenti senza scrupoli interpretati con identica capacità di approfondimento psicologico che si materializza concretamente attraverso sguardi e gestualità.

In conclusione è d’obbligo una riflessione sul rapporto col nostro paese, l’Italia è sempre stata amata da entrambi e registi come Sergio Leone (C’era una volta in America) o Francis Ford Coppola (Il Padrino) hanno estrapolato da questi due attori tutto il loro “sangue” italiano consegnando, al mondo, due autentici zaffiri dello spettacolo e della recitazione che hanno fatto vedere al mondo il lato oscuro e benevolo di noi italiani con classe, ironia e buonsenso.
Molte sono state negli anni le recensioni volte a stabilire il migliore: la realtà ci presenta due attori che proprio nella loro diversità hanno saputo costruire un comune senso di appartenenza nel pubblico che li segue come fratelli d’arte, sosia e nemesi di una stessa dimensione cinematografica dove a certi livelli non esiste il più capace o il più bravo ma il più adatto al singolo ruolo. Non esiste un più amato fra i due, ma è certa una comune istituzione interpretativa che li fa percepire al pubblico come una coppia fissa, una sorta di Starsky e Hutch ad alto livello.

“Il talento sta nelle scelte” (Robert De Niro).