martedì 24 settembre 2013

Egitto e Turchia - Morsi e Fazil Say, alterne fortune di un islamismo post rivoluzionario

L'uno cerca di stringere sempre di più il suo cappio sulla società, l'altro è sul punto di non lasciarvi più traccia. Per qualche scherzo del destino Turchia ed Egitto hanno vissuto quasi contemporaneamente lo scontro con il proprio popolo che si opponeva allo strapotere dei rispettivi leader. Il primo, Erdogan, ne è uscito ancora in piedi, mentre Morsi è stato rovesciato assieme al suo partito che adesso rischia addirittura l'estinzione. Esiste però un elemento in comune in entrambe le esperienze: la sconfitta della piazza e forse della primavera araba.


Proprio in questi giorni in Egitto si sta scrivendo un nuovo capitolo dell'irreversibile decadenza dei Fratelli Musulmani che da forza rivoluzionaria e di cambiamento sono considerati da una larga maggioranza una feccia da estirpare. A mettere il dito nella piaga ci ha pensato partito di sinistra Tagammoe accusando i Fratelli di vari reati, tra cui attività illegali e stoccaggio di armi. Un tribunale del Cairo ha accolto le loro istanze ordinando il sequestro dei beni dei Fratelli e la chiusura delle loro sedi, facendo diventare gli islamisti una formazione di fatto fuorilegge. Dopo mesi di feroce contrapposizione tra Morsi e i militari, questi ultimi approfittando del momentaneo consenso popolare dopo il golpe con cui hanno rovesciato l'ex presidente hanno così letteralmente spazzato via i loro principali rivali per il dominio del paese gettando un incognita su chi potrà mai governarlo una volta che si sarà spento l'entusiasmo per la caduta dell'ultimo faraone.
In Turchia invece il clima è di tutt'altro genere. Mentre le braci di Gezi Park sembrano essersi raffreddate senza tuttavia essersi spente, prosegue la campagna contro le personalità critiche del governo Erdogan e dei valori in cui esso s'identifica. L'ultima puntata ha interessato il pianista di fama internazionale Fazil Say, che qualche giorno fa è stato condannato (di nuovo) a dieci mesi di carcere per blasfemia dopo che aveva pubblicato alcuni tweet ironici sulla religione. Esiste infatti un articolo del codice penale (216) che punisce chiunque "provoca incitazione all'odio o all'ostitilità contro stato e religione» voluto proprio dall'attuale esecutivo che ha già fatto parlare di sé su questioni come l'alcol, effusioni in pubblico o il decoro delle donne. Alquanto pare la scossa di Gezi Park non è bastata ad intimidire un premier che pare determinato a consolidare un potere che le vittorie elettorali e l'assenza di un'opposizione credibile rendono già fortissimo.
I diversi cammini politici degli islamisti turchi ed egiziani sembrano disegnare una specie di cerchio che all'inizio viene agitato dai venti di cambiamento per riassorbirli successivamente e far tornare tutto come prima. E il popolo in mezzo a giocare il ruolo di eterno sconfitto del ciclo. 



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