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lunedì 10 giugno 2013

Italia - Amministrative 2013: uragano Pd

Il Pd se l'è prese tutte: da Roma alla leghista Treviso, passando per Brescia dove fino a non molto tempo fa Berlusconi tuonava ancora in piazza contro i magistrati che lo vogliono abbattere.
Con i risultati alla mano il centrosinistra è riuscito ad accaparrarsi tutti i maggiori comuni di questo secondo turno delle amministrative, talvolta con percentuali quasi bulgare come oltre il 70% delle preferenze ottenuto da Carlo Capacci ad Imperia.
Non troppo sorprendente il risultato della Capitale, che dopo cinque anni ritorna saldamente alla sinistra con il medico Ignazio Marino.  
Un altro risultato che colpisce è la sopracitata débacle della Lega Nord a Treviso, sintomo di una crisi di questo partito che gli ultimi giorni di polemiche tra Bossi e Maroni sulla guida del partito ha sicuramente contribuito ad aggravare. Secondo il candidato sconfitto, l'anziano Giancarlo Gentilini (già sindaco dal 1994 al 2003), per lui e il Carroccio è semplicemente arrivata l'ora di "farsi da parte".
Nonostante i buoni risultati il Pd non può dormire sonni tranquilli. Non tanto per il carattere locale di queste consultazioni che offre comunque una leva più forte al centrosinistra negli equilibri di governo.
Il dato più importante da segnalare resta ovviamente l'alta astensione che in questi casi premia solitamente lo zoccolo duro degli elettori di centrosinistra. Questi si sa infatti che tendono a mobilitarsi con numeri ben maggiori rispetto ai loro avversari, eppure ciò non può distogliere l'attenzione da quella larghissima fetta dell'elettorato - di cui una buona parte un tempo sensibile ai richiami grillini - che oggi ha scelto di autoescludersi rimanendo sospesa in un limbo che Pd e Pdl ancora non sono riusciti a penetrare.
Sarà proprio in questo campo che si dovrà giocare la partita delle prossime elezioni. Non tanto per rafforzare la legittimità politica delle future vittorie, ma perché trascurare troppo a lungo questo distacco dei cittadini è un azzardo che le istituzioni non si possono più permettere.

martedì 23 ottobre 2012

Dilemma lumbard


La caduta di un regno finisce inevitabilmente per scatenare una resa dei conti tra i suoi protagonisti. Poteva allora Roberto Formigoni, signore incontrastato della Lombardia dagli albori dell'era berlusconiana fino alle indagini che ne hanno travolto la giunta, non togliersi qualche sassolino prima di concludere la sua avventura politica. O vedendo il suo aperto malumore per i movimenti dei suoi ex-alleati dobbiamo piuttosto parlare di una specifica avventura quale l'esperienza avuta con il Pdl?
A seminare discordia ci ha pensato la Lega Nord che non ha aspettato molto per candidare il suo nuovo segretario Roberto Maroni alla presidenza della regione. Conquistare la Lombardia potrebbe essere infatti un trampolino per rilanciare un partito anch'esso duramente compromesso da scandali e ritiri eccellenti. Non la pensa così una parte del Pdl che nel complesso ne esce spaccato.
Se Formigoni preme per votare entro Natale ed eliminare i listini che hanno permesso l'ingresso a via Melchiorre di personalità discutibili come la Minetti, il segretario Angelino Alfano al contrario cerca di prendere tempo adducendo la necessità di riorganizzare le file. Chissà che nel frattempo non tenti pure di rinegoziare l'alleanza con la Lega in cambio della rinuncia a presentare un suo candidato (Albertini, per esempio). Il problema è se ritornare ai vecchi e rassicuranti equilibri sia una moneta effettivamente spendibile per un'elettorato disillusso che non verrebbe certo stimolato da una sgradevole sensazione di già visto. Nel paese dell'antipolitica montante quello che serve ai partiti per conquistare la gente sono delle scelte coraggiose, le quali in un primo momento possono rappresentare un azzardo e non è detto che si concludano bene. Ma per il Pdl varrebbe comunque la pena di scommettere se non vuole che a forza d'indugiare negli stessi schemi lo attenda una lenta ma irreversibile agonia.

giovedì 12 gennaio 2012

Cosentino e lo spezzatino padano


Alla fine il copione è stato sempre lo stesso. La Camera oggi ha respinto la richiesta di arresto di Nicola Cosentino, coordinatore regionale campano del Pdl accusato di essere colluso con la camorra. Il risultato è passato con sommo gaudio dei deputati garantisti che si sono precipitati a congratularsi con il diretto interessato.
In casa leghista però l'atmosfera non era altrettanto festosa. Nonostante il Carroccio sembri essere tornato ai bei tempi della vecchia alleanza, la base non pare essere tanto d'accordo. A cominciare dalla mezza rissa scoppiata tra due deputati leghisti in mattinata per le loro visioni opposte, proseguendo con Maroni che esprime pubblicamente la sua perplessità fino alle reazioni furibonde del popolo padano sul web.
Il patriarca giustifica la condotta del suo partito dicendo che esso non è mai stato "forcaiolo". Dimenticando forse che un tempo i suoi seguaci esponevano cappi a Montecitorio o che lui stesso aveva dispensato sul recente caso Papa una perla di saggezza popolare quale "In galera!"

giovedì 22 dicembre 2011

La Lega e l'antisistema


La Tana riapre di nuovo dopo due giorni di pausa. Ne approfitto per parlare un po' della Lega Nord, che ieri ha dato spettacolo al Senato con fischi e striscioni che urlavano "Governo Ladro". Questa non è certo una difesa della manovra (ed io non sono certo il primo ad esserne entusiasta), ma m'interessa piuttosto discutere dell'atteggiamento del Carroccio che, finita la stagione di governo, ha scelto di sbandierare apertamente le mai sopite brame secessioniste e slogan ferocemente antipolitici.
Per i leghisti duri e puri questo momento deve rappresentare una sorta di liberazione, avendo dovuto sopportare negli ultimi mesi la comune appartenenza alla casta dell'ex premier Berlusconi. Ma ora che il rapporto con il Pdl si è concluso essi si sentono come purificati dal peccato originale. Poco importa che abbiano tratto enormi benefici da questa alleanza e ne abbiano condiviso le storture: basti pensare ai ministeri del Nord creati magari per sistemare qualche padano poco disposto a calare nel Lazio.
In realtà per loro non è cambiato nulla, non fanno parte dei palazzi nonostante vi fossero dentro appena tre mesi fa. E per recuperare un elettorato sempre più deluso dallo svilimento dello spirito originario, ecco che torna il sogno della Padania Libera, del Parlamento Padano e altre provocazioni di questo genere. Basterà questo però a conservare quel 9% di preferenze che danno i sondaggi o addirittura a rafforzarlo? Oppure a forza di seminare confusione e litigare con tutti il partito alla fine tornerà davvero indietro di vent'anni, ma nel senso di non contare più nulla a livello nazionale? Può darsi pure che alle prossime elezioni tornino nelle braccia di Silvio. Però loro sono comunque l'antisistema.