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domenica 5 maggio 2013

Dario Argento: the best

Dario argento è il maestro italiano che ha portato "Hitchcock" nel nostro paese, il regista che lo ha superato varcando i limiti del soprannaturale, dell'ignoto e della follia. Godiamoci alcuni Trailer:

Filmografia:

L'uccello dalle piume di cristallo (1970)
Il gatto a nove code (1971)
Quattro mosche di velluto grigio (1971)
Le cinque giornate (1973)
Profondo rosso (1975)
Suspiria (1977)
Inferno (1980)
Tenebre (1982)
Phenomena (1985)
Opera (1987)
Due occhi diabolici (1990) (episodio: Il gatto nero)
Trauma (1993)
La sindrome di Stendhal (1996)
Il fantasma dell'Opera (1998)
Non ho sonno (2001)
Il cartaio (2004)
La terza madre (2007)
Giallo (2009)
Dracula 3D (2012)


giovedì 27 dicembre 2012

L'Incanto malefico di Suspiria, Vamp e Dal Tramonto all'Alba


Un regista italiano ha in qualche modo influenzato il genere horror: riscoprì e valorizzò un'antico stile e lo adeguò alla paura, plasmandone la fotografia e cambiandone per sempre la natura.
Il risultato finale aveva una potentissima forza creatrice ed evocatrice. Era talmente maestoso da aver senza dubbio influenzato le più grandi produzioni statunitensi di film horror degli anni'80.

venerdì 15 giugno 2012

Psycho e Profondo Rosso nell’immaginario gotico

Lo stile gotico, successivo allo stile romanico, nasce come prerogativa architettonica verso la metà del XII secolo in Francia. L’origine del termine è legata alla letteratura inglese del XVIII e XIX secolo. Essa deve la sua fortuna ad autori come Horace Walpole, William Beckford fino ad arrivare a Mary Shelley.
Nelle opere di questi autori è costante l’ambientazione in castelli diroccati o case isolate infestati da oscure presenze: a fare da padroni, infatti, sono senza dubbio riti demoniaci e figure mostruose. Charles Brockden Brown, quello che può considerarsi il fondatore insieme a William Dunlap dell’ American Literary Gothicism, preferisce spostare il terrore dall’esterno all’ interno, trovando la sue radici nella psiche umana piuttosto che nell’atmosfera, nell’ambiente o nel soprannaturale.
Nel cinema, in particolar modo nei film che si possono definire di ispirazione e ambientazione gotica, a farla da padrone sono per definizione lo spazio dell’ immaginario e il cosiddetto “sogno oscuro.” Essi sono le espressioni di un’interiorità, sono il bene e il male delle nostre personalità.
Due autori di storie letterarie ispirate alle atmosfere “gotiche”, che possono aver influito su tale genere cinematografico, sono senza dubbio Edgar Allan Poe e Washington Irving. Nella loro evoluzione artistica più diretta essi posso essere considerati gli esponenti di un sistema di pensiero creativo che ha certamente influenzato due grandi registi del novecento: Alfred Hitchcock e Dario Argento (ma si potrebbe citare ad esempio anche Tim Burton) in relazione a due film cult degli anni sessanta e settanta, Psycho e Profondo Rosso.

Tre sono gli elementi comuni delle due pellicole: lo stile oscuro fatto di silenzi, colori freddi e un senso di spaesamento temporale, il rapporto madre-assassina, figlio-vittima e l’oscurità generale delle ambientazioni, il vuoto interiore che esse comunicano allo spettatore. Ma è quest’ultimo aspetto a collegare in particolare i film alla tendenza gotica.
La casa di Norman Bates in Psycho è una struttura tenebrosa, minacciosa, molto simile ai castelli descritti nella tradizione classica del genere horror, in Profondo Rosso ogni strada, ogni costruzione è un rimando al vuoto, al silenzio di un’ interiorità perversa. Il male è espresso con colori freddi contrastati dal color rosso, il sangue delle vittime. Rosso che nel film di Hitchcock è invece sostituito dal nero, l’assenza del colore nella pellicola e il suo essere a tinte fosche ricorda certamente lo stile Poeniano fatto di psicologia cupa e di azioni scellerate.

Hitchcock e Argento si incontrano dunque nella concretizzazione di una forma di espressione demoniaca, le opposizioni tra vita e morte, luce e ombra, rappresentano una tematica sempre viva ed espressa attraverso ombre, riflessi e schizofrenie. Ciò che rende queste due pellicole così spaventose è il fatto che il terrore non è più esterno (come nel primo genere gotico) ma interno, proveniente dalla mente, da se stessi; una forma, insomma, di Neo-Gotico cinematografico.
In ultima istanza c’è da considerare la componente musicale: in Profondo Rosso, grazie allo splendido lavoro dei Goblin (un gruppo progressive rock che creò una colonna musica moderna dalle componenti evocatrici e surreali) e in Psycho grazie a Bernard Hermann (usò solamente la sezione degli archi senza alcun ausilio degli strumenti a fiato.

La scena del primo omicidio, che in origine doveva essere priva di un commento musicale, resta invece fra le più entusiasmanti dell’intera colonna sonora per le glosse agghiaccianti dei violini) all’armonia melodica si sostituisce la stravaganza e l’imprevedibilità del “gesto” musicale che si codifica attraverso suoni veloci, rapidi, evocatori di una degenerazione maniacale. Nel film di Argento inoltre c’è una voluta contrapposizione tra la bambinesca melodia pre-omicidi e la spettrale figura dell’assassino. Ascoltiamo in effetti un’anima, un lamento, la morte che sopraggiunge. Ciò che scrittori come Poe e Irving hanno espresso con le parole, Hitchcock e Argento lo hanno esternalizzato attraverso immagini e musica, scavando nel profondo dell’anima più nera dell’essere umano. Il Gotico dunque è parte del loro essere, è il preambolo alla cerimonia delle loro capacità creative, è l’overture delle loro “perversioni artistiche”.

venerdì 8 giugno 2012

Come l'interiorità oscura e inconscia di Tim Burton può trasformarsi in pura paura: Dario Argento e Stanley Kubrick, l’incanto malefico della Mater Suspiriorum

Nel 1977 nessuno si poteva immaginare la potenza devastatrice di un nuovo film italiano, un’opera cinematografica di un giovane regista, Dario Argento, il quale dopo una consolidata capacità di gestione nel genere Thriller, nata dalle realizzazioni di film come Profondo Rosso e L’Uccello dalle piume di Cristallo, diede vita a qualcosa di nuovo, unico nel panorama cinematografico di allora, diede vita a Suspiria.
L’intuizione che ha dato corso ad uno dei più sconvolgenti, surreali e avveniristici film di sempre fu la leggenda delle tre madri: “… la storia è tratta dal libro Suspiria De Profundis (ovvero Sospiri dal Profondo) scritto nel 1845 dal giornalista e scrittore inglese Thomas de Quincey. Secondo le fonti a disposizione, il libro si basa su alcuni sogni fatti dall’autore dopo una visita a Milano e un soggiorno nella casa dei conti Imbonati (piazza San Fedele), incuriosito dalla storia di fantasmi e maledizioni che facevano di casa Imbonati una casa stregata. Tra le pagine del libro, si fa largo un sogno fatto da de Quincey quando ancora si trovava ad Oxford. L’autore sostiene di aver sognato la dea latina Levana, che gli presentava tre donne, le “Nostre Signore del Dolore”. Esse hanno tre nomi latini: la prima, la maggiore, si chiama Mater Suspiriorum, “Nostra Signora dei Sopsiri”; la seconda delle sorelle la Mater Lacrimarum, “Nostra Signora delle Lacrime”; la terza, la più giovane e la più crudele delle tre, è Mater Tenebrarum: “Nostra Signora delle Tenebre”.
Ma la più oscura e probabilmente la più cinica è certamente la Suspiriorum: Dario Argento attraverso i contrasti cromatici con esaltazione del rosso e del nero e con un gioco musicale tra il melodico e il dodecafonico (grazie allo splendido lavoro dei Goblin, un gruppo italiano di rock progressivo autori tra l’altro della colonna sonora di Profondo Rosso) ha creato una vera e propria mitologia filmica del paranormale, autonoma da tutto ciò che si era visto e percepito in precedenza, fatta di acuti mortali e di urla a non finire. La componente musicale rende assordante questa dimensione malefica: in essa per di più si mescola un silenzio sommesso e rintronante la cui esaltazione fa si che esso sia elevato sia a componente melodica che narrativa.

Il sospiro, la tensione e il vuoto lasciato dal passaggio della morte (o Mater Sospiriorum che dir si voglia) crea una policromia generale del male che si scaglia senza pietà su vittime e spettatori, lasciando dietro di se un senso di spaesamento, di sconforto e di angoscia. Il film fu girato con lenti anamorfiche; la fotografia di Luciano Tovoli e la scenografia di Giuseppe Bassan accentuavano specialmente i colori primari, soprattutto il rosso, utilizzando dei processi di inibizione i cui effetti erano già noti al pubblico in pellicole come Il mago di Oz e Via col vento. L’effetto risultante è volutamente innaturale creando una sorta di luce-personaggio, riverbero portatore di morte, in uno spazio claustrofobico, labirintico e prospetticamente concluso da precisi limiti geometrici che ne fanno una sorta di scatola magica.
Da questo fattore spazio-cromatico nasce un indubbia questione: Dario Argento fu probabilmente il modello stilistico del grande regista americano Stanley Kubrick. Tre anni dopo infatti (era il 1980) nelle sale usciva un film destinato a fare epoca: Shining. Ciò che maggiormente il film rispecchia è il non-luogo, come in Suspiria anche qui lo spettatore si perde, si trasforma in qualcosa di insignificante al cospetto delle forze minacciose che si aggirano nell’hotel (o nella scuola di danza di “Argentea” maniera). E’ completamente controllato dallo spazio che al contrario di Suspiria non è materializzato attraverso colori intensi ma con luce artificiale al neon, fredda, quasi trasparente.

L’elemento luce dunque, seppur con una modalità diversa, rientra nel processo creativo di costruzione di un atmosfera diabolica e paranormale, caldo e freddo cromatico sono utilizzati dai due registi per la contemplazione del maligno, per creare il luogo dell’esistenza della Mater Sospiriorum, della morte stessa. I colori sono utilizzati infine per creare una sorta di ripugnanza volta a determinare un senso di spossatezza generale.
Il risultato è senza alcun dubbio, soprattutto nella pellicola di Kubrick, un condizionamento psicologico che coinvolge i personaggi: Jack Torrance (Jack Nicholson) viene pienamente coinvolto nei fenomeni inquietanti e senza alcun indugio inizia a dialogare con un’impossibile barista dell’hotel degli anni venti, Lloyd (Joe Turkel), discutendo dei suoi problemi con l’alcool e con il figlio Danny, al quale, anni prima, aveva spezzato un braccio in un momento di follia.
Alienazione accentuata dal senso di solitudine e di vuoto evidenziato in alcuni ambiti dal color bianco. Ciò che in Suspiria era esaltazione di colori sproporzionati ed energici, in Shinning è sublimazione del tenue e del distaccato. Le pellicole dunque percorrono un percorso parallelo che conduce ad un medesimo effetto: l’esaltazione del male. La morte, come via di accesso ad una bidimensionalità spirituale e demoniaca, si fa largo nella nostra realtà. E’ un ponte mentale per la Mater Sospiriorum (incarnata in Shinning dalla donna nella doccia) che fa perdere le sue vittime in un labirinto mentale e atemporale.
In conclusione, Dario Argento e Stanley Kubrick hanno contribuito a definire una circolarità diegetica atemporale, senza inizio e senza una fine, in cui la dimensione nefasta e infernale è padrona assoluta del destino dell’uomo. Hanno, in ultima istanza, esaltato il labirinto del “nostro” male psicologico, dove è senz’altro Argento un iniziatore e Kubrick un esaltatore, degno ed armonioso, di un’intuizione tutta italiana.