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venerdì 28 dicembre 2012

La Potenza Evocatrice della Soundtrack parte II: la Discovery sonora

Quale è la capacità sonora che costruisce un ambiente, un'emozione, un'atmosfera? Cosa ci presenta un universo e una vastissima gamma di possibilità esistenziali?
Tutto questo è la Discovery, una particolare forma di accompagnamento musicale, utilizzato nei film, per creare una condizione interiore, spirituale e sentimentale adeguata alla pellicola che stiamo per vedere.

martedì 7 agosto 2012

Musica per film: la grande dimenticata

“A questo punto è lecito domandarsi: ma insomma perchè poi la musica è così necessaria in un film? Perchè parliamo qui della musica come qualcosa che è sempre, a priori, indispensabile e di per se sottintesa nel film? La risposta mi sembra abbastanza chiara: non si tratta tanto di rafforzare l’azione (sebbene si tratti anche di questo) quanto di finire di raccontare emozionalmente quanto è insprimibile con altri mezzi..” Sergej M. Ejzenstein.
Secondo uno studio accurato, la musica per film (cosiddetta colonna musica) negli Stati Uniti è divisibile in tre periodizzazioni: la prima dal 1927 al 1940, la seconda dal 1940 al 1960 e la terza dal 1960 al 1980. L’attenzione in questa sede sarà però riservata a due compositori, specialisti del settore, che hanno caratterizzato la terza generazione: Jerrald (Jerry) Goldsmith e John Tower Williams.
E’ opinione del ricercatore che nell’ ambito della musica per film ci sia una sorta di ghettizzazione del fenomeno e spesse volte una inadeguata capacità critica che, intrinsecamente al fenomeno, rende la colonna sonora elemento alquanto sottovalutato nella realizzazione di un film.
Entrambi gli autori rappresentano il maestoso passato filmico-musicale degli ultimi 30 anni, fra i titoli più famosi di Goldsmith troviamo Il Pianeta delle Scimmie (1968), Omen(1976), Alien (1979), Poltergeist (1982).
Questo compositore, secondo Miceli, si caratterizza per una innata propensione all’ eccesso: “Si muove attraverso sconsiderati processi di rapina senza limiti e confini nei quali i modelli vengono sottoposti ad una funzionalizzazione brutalmente semantizzata…”. Chi vi scrive è convinto comunque che il più funzionale alla sua comprensione sia Alien: in esso la musica riesce a divenire (come confermatomi dallo studio in questione) emanazione dell’ ambiente.
Se per Goldsmith si assiste ad un trasformismo estremo per John Williams il discorso si sposta notevolmente: con lui infatti si registra un tentativo di sintesi e una fusione di stilemi che uniscono musica colta e musica popolare smussando inoltre gli eccessi della propria generazione. E lecito dunque parlare di senso della misura come caratteristica di tutta la sua produzione musicale.
Definito come il compositore dei sequel più riusciti della storia, lo ricordiamo per la famosissima colonna musica de : ” Lo Squalo 1 e 2“, la quadrilogia di Indiana Jones, l’ esalogia di Star Wars, Harry Potter e Jurassik Park oltre che per due dei più riusciti film degli anni ‘80: Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (1977) e ET-L’ extraterrestre (1982). Nel ’77 (in pieno ed evidente sodalizio col grande Steven Spielberg) la musica fu protagonista: nel film infatti, fu utilizzata come forma di linguaggio degli alieni per comunicare con la razza umana.
Williams è in definitiva la soluzione del problema insito in questa generazione: essenzialità e mescolanza retorica contro il livellamento stilistico occorso in questo periodo storico.
La differenza sostanziale tra i cult anni'80 e i film di oggi è proprio nelle atmosfere musicali che questi compositori creavano, suggestioni musicali che ci facevano ricordare, a noi spettatori, prima la colonna sonora e poi il film in se. C'è qualcuno che ricorderà tra 20 anni la colonna sonora di film come Transformers, The Avengers, Scontro tra Titani? Secondo chi vi scrive non esiste nessuna possibilità...

martedì 3 luglio 2012

Registi a confronto: Steven Spielberg e Robert Zemeckis

“..Se i miei calcoli sono esatti, quando questo aggeggio toccherà le 88 miglia orarie ne vedremo delle belle, Marty” (Emmett Brown).
Quante volte vedendo e rivedendo Ritorno al Futuro ci si sarà chiesti quale è stata la ragione di questo successo straordinario, quale il segreto di un film che ha appassionato e appassiona ancora nonostante siano trascorsi 25 anni dal suo debutto sullo schermo? La risposta è complessa ma allo stesso tempo abbastanza evidente.
Ciò che ha reso la pellicola capace di divertire almeno 3 generazioni di ragazzi è il risultato creativo dell’incontro artistico tra il regista Robert Zemeckis e un genio del cinema di fama internazionale: Steven Spielberg.

La forza creatrice del regista dello Squalo, al servizio della fantasia di Zemeckis, ha creato qualcosa che basa la sua efficacia sulla casualità dei personaggi inseriti in un contesto straordinario. In quasi tutti i film di Spielberg, ad esempio ET, è al teenager qualunque che il destino fa capitare il fatidico incontro con l’alieno. Questa idea torna in Ritorno al Futuro: un ragazzo anni ’80 qualunque vive un esperienza unica trovandosi per caso catapultano 30 anni indietro nel tempo. Ciò permette un avvicinamento esponenziale alla fantasia delle persone comuni che riescono a sviluppare una catarsi efficace. Il processo di immedesimazione risulta maggiormente qualitativo e coinvolgente appassionando di fatto il pubblico che, non è un elemento che si deve dar per scontato, ha amato anche i due sequel successivi.
C’è inoltre un elemento comune alle due esperienze realizzative: entrambi i registi ambientano le proprie storie in cittadine molto piccole, creando un clima appartato e famigliare in cui vivere tutte le sensazioni legate al film. C’è un clima di intimità e di riservatezza, un guscio protettivo in cui rifugiarsi per sognare. E’ presente inoltre una voluta fusione di 3 diversi elementi: fantascienza, comicità e fantasia, il tutto unito da uno sguardo sbarazzino e semplicistico che rende la storia lineare, ma allo stesso tempo affascinante, anche grazie alle splendide atmosfere create dalle musiche di Alan Silvestri.


Se per quanto riguarda la macchina del tempo inizialmente si era pensato ad un frigorifero, la scelta dell’automobile fu condivisa anche da Spielberg che vedeva nell’auto il simbolo di libertà ed emancipazione contribuendo ad identificare un periodo. Era insomma la proiezione e la continuazione di Marty Mc Fly: si poneva a metafora del clima appartato che sembra predominare nel film.
Ritorno al futuro è un film sul tempo ma è di fatto fuori da esso, sembra sospeso in una non ben determinata dimensione spazio-temporale e questo ne giustifica il successo anche oggi. Stilisticamente fu una trovata geniale: inventare completamente un mondo e una città senza dare nessun punto di riferimento sulla realtà circostante ha posto questa storia sospesa e accessibile a qualsiasi generazione presente e futura.

Come ne Lo Squalo e in saghe come Indiana Jones l’eroe è sempre la persona comune, l’uomo che non ti aspetti ma in questo caso (e qui entra a pieno merito Zemeckis) il dualismo Dottore –Adolescente crea una variegata sequenza di situazioni diegeticamente definite che rendono i 2 personaggi coprotagonisti, entrambi uniti dalla forza simbolica dell’automobile il cui spazio interno è l’unico a invariare nel corso della storia. È dunque una specie di altra dimensione nella quale immergersi e confrontarsi.

venerdì 15 giugno 2012

Psycho e Profondo Rosso nell’immaginario gotico

Lo stile gotico, successivo allo stile romanico, nasce come prerogativa architettonica verso la metà del XII secolo in Francia. L’origine del termine è legata alla letteratura inglese del XVIII e XIX secolo. Essa deve la sua fortuna ad autori come Horace Walpole, William Beckford fino ad arrivare a Mary Shelley.
Nelle opere di questi autori è costante l’ambientazione in castelli diroccati o case isolate infestati da oscure presenze: a fare da padroni, infatti, sono senza dubbio riti demoniaci e figure mostruose. Charles Brockden Brown, quello che può considerarsi il fondatore insieme a William Dunlap dell’ American Literary Gothicism, preferisce spostare il terrore dall’esterno all’ interno, trovando la sue radici nella psiche umana piuttosto che nell’atmosfera, nell’ambiente o nel soprannaturale.
Nel cinema, in particolar modo nei film che si possono definire di ispirazione e ambientazione gotica, a farla da padrone sono per definizione lo spazio dell’ immaginario e il cosiddetto “sogno oscuro.” Essi sono le espressioni di un’interiorità, sono il bene e il male delle nostre personalità.
Due autori di storie letterarie ispirate alle atmosfere “gotiche”, che possono aver influito su tale genere cinematografico, sono senza dubbio Edgar Allan Poe e Washington Irving. Nella loro evoluzione artistica più diretta essi posso essere considerati gli esponenti di un sistema di pensiero creativo che ha certamente influenzato due grandi registi del novecento: Alfred Hitchcock e Dario Argento (ma si potrebbe citare ad esempio anche Tim Burton) in relazione a due film cult degli anni sessanta e settanta, Psycho e Profondo Rosso.

Tre sono gli elementi comuni delle due pellicole: lo stile oscuro fatto di silenzi, colori freddi e un senso di spaesamento temporale, il rapporto madre-assassina, figlio-vittima e l’oscurità generale delle ambientazioni, il vuoto interiore che esse comunicano allo spettatore. Ma è quest’ultimo aspetto a collegare in particolare i film alla tendenza gotica.
La casa di Norman Bates in Psycho è una struttura tenebrosa, minacciosa, molto simile ai castelli descritti nella tradizione classica del genere horror, in Profondo Rosso ogni strada, ogni costruzione è un rimando al vuoto, al silenzio di un’ interiorità perversa. Il male è espresso con colori freddi contrastati dal color rosso, il sangue delle vittime. Rosso che nel film di Hitchcock è invece sostituito dal nero, l’assenza del colore nella pellicola e il suo essere a tinte fosche ricorda certamente lo stile Poeniano fatto di psicologia cupa e di azioni scellerate.

Hitchcock e Argento si incontrano dunque nella concretizzazione di una forma di espressione demoniaca, le opposizioni tra vita e morte, luce e ombra, rappresentano una tematica sempre viva ed espressa attraverso ombre, riflessi e schizofrenie. Ciò che rende queste due pellicole così spaventose è il fatto che il terrore non è più esterno (come nel primo genere gotico) ma interno, proveniente dalla mente, da se stessi; una forma, insomma, di Neo-Gotico cinematografico.
In ultima istanza c’è da considerare la componente musicale: in Profondo Rosso, grazie allo splendido lavoro dei Goblin (un gruppo progressive rock che creò una colonna musica moderna dalle componenti evocatrici e surreali) e in Psycho grazie a Bernard Hermann (usò solamente la sezione degli archi senza alcun ausilio degli strumenti a fiato.

La scena del primo omicidio, che in origine doveva essere priva di un commento musicale, resta invece fra le più entusiasmanti dell’intera colonna sonora per le glosse agghiaccianti dei violini) all’armonia melodica si sostituisce la stravaganza e l’imprevedibilità del “gesto” musicale che si codifica attraverso suoni veloci, rapidi, evocatori di una degenerazione maniacale. Nel film di Argento inoltre c’è una voluta contrapposizione tra la bambinesca melodia pre-omicidi e la spettrale figura dell’assassino. Ascoltiamo in effetti un’anima, un lamento, la morte che sopraggiunge. Ciò che scrittori come Poe e Irving hanno espresso con le parole, Hitchcock e Argento lo hanno esternalizzato attraverso immagini e musica, scavando nel profondo dell’anima più nera dell’essere umano. Il Gotico dunque è parte del loro essere, è il preambolo alla cerimonia delle loro capacità creative, è l’overture delle loro “perversioni artistiche”.