Quale sarà la via giusta per trovare se stessi nel cinema? Recarsi nel Paese delle Meraviglie di Burtoniana maniera o svoltare verso il mondo del grande e potente mago di OZ?
Non esiste alcun dubbio che le realtà immaginarie di Alice nel Paese delle Meraviglie e del Grande e Potente Oz siano simili, convergenti nei contenuti più profondi: due grandi registi Sam Raimi e Tim Burton, visionari e innovatori, hanno recentemente rappresentato sul grande schermo questi mondi lontani...
Impressionante, è tutto in questi suoni...tutto...il cinema stimola e genera emozioni soprattutto con un "armonia" melodica. La rappresentazione di qualsiasi sentimento, di un atmosfera o più semplicemente di un sogno può e deve essere riprodotto in un film innanzitutto attraverso la componente musicale. La funzione che aveva di accompagnamento nei primi film muti iniziò ad evolvere e svilupparsi: a partire dal 1927 col primo film sonoro, Il cantante di Jazz, fu sempre più incentrata sulla capacità di generare emozioni. Riuscì così in una rivitalizzazione integrale e progressiva del "fenomeno" cinema avvicinandolo così al sogno che già nei suoi film aveva Gorge Mèliès...
Lo stile gotico, successivo allo stile romanico, nasce come prerogativa architettonica verso la metà del XII secolo in Francia. L’origine del termine è legata alla letteratura inglese del XVIII e XIX secolo. Essa deve la sua fortuna ad autori come Horace Walpole, William Beckford fino ad arrivare a Mary Shelley.
Nelle opere di questi autori è costante l’ambientazione in castelli diroccati o case isolate infestati da oscure presenze: a fare da padroni, infatti, sono senza dubbio riti demoniaci e figure mostruose. Charles Brockden Brown, quello che può considerarsi il fondatore insieme a William Dunlap dell’ American Literary Gothicism, preferisce spostare il terrore dall’esterno all’ interno, trovando la sue radici nella psiche umana piuttosto che nell’atmosfera, nell’ambiente o nel soprannaturale. Nel cinema, in particolar modo nei film che si possono definire di ispirazione e ambientazione gotica, a farla da padrone sono per definizione lo spazio dell’ immaginario e il cosiddetto “sogno oscuro.” Essi sono le espressioni di un’interiorità, sono il bene e il male delle nostre personalità. Due autori di storie letterarie ispirate alle atmosfere “gotiche”, che possono aver influito su tale genere cinematografico, sono senza dubbio Edgar Allan Poe e Washington Irving. Nella loro evoluzione artistica più diretta essi posso essere considerati gli esponenti di un sistema di pensiero creativo che ha certamente influenzato due grandi registi del novecento: Alfred Hitchcock e Dario Argento (ma si potrebbe citare ad esempio anche Tim Burton) in relazione a due film cult degli anni sessanta e settanta, Psycho e Profondo Rosso.
Tre sono gli elementi comuni delle due pellicole: lo stile oscuro fatto di silenzi, colori freddi e un senso di spaesamento temporale, il rapporto madre-assassina, figlio-vittima e l’oscurità generale delle ambientazioni, il vuoto interiore che esse comunicano allo spettatore. Ma è quest’ultimo aspetto a collegare in particolare i film alla tendenza gotica.
La casa di Norman Bates in Psycho è una struttura tenebrosa, minacciosa, molto simile ai castelli descritti nella tradizione classica del genere horror, in Profondo Rosso ogni strada, ogni costruzione è un rimando al vuoto, al silenzio di un’ interiorità perversa. Il male è espresso con colori freddi contrastati dal color rosso, il sangue delle vittime. Rosso che nel film di Hitchcock è invece sostituito dal nero, l’assenza del colore nella pellicola e il suo essere a tinte fosche ricorda certamente lo stile Poeniano fatto di psicologia cupa e di azioni scellerate.
Hitchcock e Argento si incontrano dunque nella concretizzazione di una forma di espressione demoniaca, le opposizioni tra vita e morte, luce e ombra, rappresentano una tematica sempre viva ed espressa attraverso ombre, riflessi e schizofrenie. Ciò che rende queste due pellicole così spaventose è il fatto che il terrore non è più esterno (come nel primo genere gotico) ma interno, proveniente dalla mente, da se stessi; una forma, insomma, di Neo-Gotico cinematografico.
In ultima istanza c’è da considerare la componente musicale: in Profondo Rosso, grazie allo splendido lavoro dei Goblin (un gruppo progressive rock che creò una colonna musica moderna dalle componenti evocatrici e surreali) e in Psycho grazie a Bernard Hermann (usò solamente la sezione degli archi senza alcun ausilio degli strumenti a fiato.
La scena del primo omicidio, che in origine doveva essere priva di un commento musicale, resta invece fra le più entusiasmanti dell’intera colonna sonora per le glosse agghiaccianti dei violini) all’armonia melodica si sostituisce la stravaganza e l’imprevedibilità del “gesto” musicale che si codifica attraverso suoni veloci, rapidi, evocatori di una degenerazione maniacale. Nel film di Argento inoltre c’è una voluta contrapposizione tra la bambinesca melodia pre-omicidi e la spettrale figura dell’assassino. Ascoltiamo in effetti un’anima, un lamento, la morte che sopraggiunge. Ciò che scrittori come Poe e Irving hanno espresso con le parole, Hitchcock e Argento lo hanno esternalizzato attraverso immagini e musica, scavando nel profondo dell’anima più nera dell’essere umano. Il Gotico dunque è parte del loro essere, è il preambolo alla cerimonia delle loro capacità creative, è l’overture delle loro “perversioni artistiche”.
“Facciamo i conti con la paura tutti i giorni, da quando nasciamo a quando moriamo. Ho avuto molte paure nella mia vita. Ne ho avuta tanta quando è morto mio padre e io avevo solo sei anni. Ora sono anziano, le uniche paure che mi rimangono sono quelle della malattia, per me e per i miei figli”.
Wes Craven
Se normalmente si è abituati a pensare che i registi dei film horror appartengano ad una categoria di serie B e che dietro ai loro immaginari non ci sia un’attenta e accurata riflessione ci si sbaglia di grosso. Quest’articolo si concentrerà nello specifico su due figure di spicco nel mosaico infinito del genere horror: Wes Craven e John Carpenter.
Figli entrambi del cinema americano e attivi da moltissimo tempo entrambi presentano, seppur in contesti filmici simili, notevoli differenze stilistiche. Il primo coglie ispirazione da un grande scrittore e regista svedese: Ingmar Bergman; il secondo è invece attratto dalle tecniche minimaliste e da colonne sonore che risultano essere “personaggio”.
I film presi in esame saranno principalmente due:Nightmare- Dal profondo della notte di Craven e Halloween di Carpenter. E’ necessaria tuttavia una precisazione che riguarda soprattutto la concezione basilare di diegesi “oscura”: per il regista di Nightmare il concetto di orrore si collega alle nostre vite quotidiane, a ciò che viviamo giorno per giorno, collegandosi in modo diretto con la concezione hitchcockiana che colpisce lo spettatore in modo assolutamente inaspettato. Per Carpenter invece la concezione di terrore è frutto di un’accurata ricerca nella fantascienza più classica, strizzando l’occhio a registi come Howard Hawks, Jack Arnold e Fred McLeod Wilcox, dove senza alcun dubbio è la colonna musica (e non colonna sonora come invece si pensa) ad essere la porta per un mondo onirico fatto di luci che si arricchiscono di una oscurità sfuggente e penetrante. Se per la creazione del personaggio di Freddy Krueger, Craven, si ispirò ad una storia vera, incredibilmente Michael Myers è in qualche modo figlio dell’italiano Dario Argento, che Carpenter apprezzava soprattutto nell’uso di suoni e musica. Il noto regista italiano fu per lui quello che Hitchcock fu per Craven!
Ciò ricade inevitabilmente sulle atmosfere che risultano più marcate in Carpenter, più approfondite, più interiorizzate e l’elemento ad essere sacrificato è quello ricavato dall’effetto sorpresa:Michael Myerse la sua storia sono immediatamente spiegati e rivelati, Freddy Krueger invece rimane nell’ombra e in una specie di oblio per quasi tutto il film, è una presenza a volte indefinita che improvvisamente compare terrorizzando lo spettatore. Le atmosfere Carpenteriane sono più lente, è un terrore che avvolge lo spettatore pian piano, in un continuo crescendo fino all’apice finale, che di solito è caratterizzato dallo scontro frontale tra bene e male, tra luce e oscurità. Wes Craven, anche nel suo più recente Scream, sembra a volte parodizzare il genere e lo scontro finale, quasi mai rappresenta l’apice della tensione filmica ma più una risoluzione tematica. Il finale di Craven è sempre definito e autoconclusivo, quello di Carpenter è sempre aperto e misterioso.
E’ il punto filmico di maggior tensione dove alla luce ormai rivelata di una storia conclusa si riaffaccia immediatamente il male, l’oscurità, un esempio eclatante è presente anche nel suo ultimo filmThe Ward (Il Reparto).
Dunque è evidente che la macchina del terrore ha varie facce e che entrambi utilizzano i due mondi possibili: quello onirico e quello composto da abitudini, stili e dinamiche quotidiane riorganizzate in chiave agghiacciante. Ed il pubblico, che ama spaventarsi perchè è ciò che risulta essere più distante dalla concezione di un mondo che ci protegge fintamente da ogni genere di “male”, apprezza il loro lavoro e i loro spaventosi immaginari frutto di una macabra, quanto straordinaria, fantasia.