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martedì 31 dicembre 2013

Israele - Grazia in cambio di pace. Ma i coloni avanzano in Cisgiordania

È di poche ore la notizia che il governo israeliano ha rilasciato 26 detenuti palestinesi condannati a 20 o 30 anni di carcere per le violenze commesse prima degli accordi di Oslo del 1993, quando l'Olp venne finalmente riconosciuto come interlocutore da Israele.
L'atto di clemenza s'inserisce in realtà nel solco dei negoziati tra israeliani e palestinesi promossi dal segretario di Stato americano John Kerry, di cui è previsto nei prossimi giorni l'arrivo in Medio Oriente per rilanciare un processo di pace rimasto ultimamente nel dimenticatoio. Ma ciò che il premier Netanyahu ha concesso con una mano è molto meno di quanto sta nel frattempo prendendo con l'altra.

lunedì 15 aprile 2013

Israele - Samer Issawi, una fame lunga sette mesi


C’è un ragazzo che dal mese di agosto ha scelto di non toccare cibo, in disaccordo con la sua prigionia dettata dalla ragion di Stato che ti butta in cella senza tanti convenevoli. 
Il suo nome è Samer Issawi e si batte per il popolo della Palestina, gridando contro il prevaricare di un Golia (Israele) che impaurito dagli spettri intorno al suo cortile troppo spesso commette degli errori e quasi mai ne vuol render conto. Samer adesso è in fin di vita, convinto che la sua agonia fosse l’unica via per gridare fuori dal carcere l’ingiustizia che lui e tanti altri stanno vivendo. Com’è stato possibile arrivare a cotanta sofferenza?

domenica 17 marzo 2013

Il mondo ogni settimana - Numero dodici

Torna il nostro sguardo su quanto successo nel mondo durante l'ultima settimana. I protagonisti della Tana questa volta sono Stati Uniti, Cina e Tunisia.
L'America si è distinta per aver votato su questioni particolarmente sensibili come l'abolizione della pena di morte (Maryland) e il controllo sulle armi (Colorado).
In Cina si è completata l'importante transizione ai vertici iniziata con il congresso dello scorso novembre, ma gli scandali tra élite corrotte e politiche scioccanti non cessano di far discutere nel gigante comunista.
Per concludere una menzione alla Tunisia, che ha finalmente un nuovo governo sebbene la gente inizi a manifestare un'insofferenza che rievoca i fantasmi della rivoluzione. Buona lettura ;)

martedì 2 ottobre 2012

Il bluff di Hormuz


Ad un mese dall'Election Day che annuncerà al mondo quale America verrà nei prossimi quattro anni, il Medio Oriente continua ad affilare le sue armi in vista dello scontro finale tra Israele e Iran. I tamburi da guerra questa volta li ha suonati per primo il premier israeliano Netanyahu, il quale all'Assemblea delle Nazioni Unite è tornato a paventare la minaccia nucleare degli ayatollah servendosi anche di una bomba disegnata su un foglio. L'avvertimento non poteva essere più esplicito: se l'Iran dovesse raggiungere (e non mancherebbe poco) uno stadio sufficientemente avanzato per realizzare un'arma atomica, la comunità internazionale avrebbe il dovere di rompere ogni indugio e lanciare una rappresaglia anche militare.
La controparte ovviamente non ha mancato di rispondere per le rime sia ad Israele che agli Stati Uniti, protagonisti nei giorni scorsi di un'esercitazione navale congiunta con i loro alleati nello stretto di Hormuz, corridoio su cui passa una buona fetta del traffico d'idrocarburi mondiale che Teheran ha minacciato più volte di bloccare. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo, appunto, un mare.
In realtà la partita degli stretti è meno decisiva di quanto si possa pensare. Da una parte le petromonarchie stanno valutando percorsi alternativi come oleodotti e simili. Inoltre, lo stesso Iran non avrebbe nulla da guadagnarci perché la mossa non solo fornirebbe il casus belli perfetto per un attacco occidentale, ma irriterebbe alcuni dei suoi maggiori alleati tra cui la Cina, che non vedrebbe di buon occhio la destabilizzazione di una fonte di rifornimento così importante.
Una guerra tra Israele e Iran insomma difficilmente dovrebbe passare per questo tratto di Golfo persico, dove più che incrociare le armi si preferisce sondare lo sguardo dell'avversario per indovinare la sua determinazione. La strada per il conflitto ad ogni modo potrebbe aprirsi in maniera non meno ambigua di questo teatro...

martedì 15 maggio 2012

Ti odio e poi ti amo


Il rapporto tra il Likud e Kadima è molto simile ad una tormentata storia d'amore, anche perché ha il suo momento fondante proprio in un divorzio. Kadima nasce da una costola del Likud guidata da Ariel Sharon, che grazie al suo carisma spiana la strada alla sua creatura ed essa vince le sue prime elezioni nonostante l'improvviso ritiro del suo fondatore (dal 2006 Sharon è ridotto in uno stato vegetativo). I centristi governano fino al 2009, quando nonostante il primo posto alle urne devono cedere lo scettro all'avversario Netanyahu che ha saputo costruirsi meglio le alleanze, ma non lesinano per lui insulti e critiche, tantomeno in occasione della recente ipotesi di elezioni anticipate che facevano ventilare un accordo del Likud con la vecchia nemesi laburista.
Come non detto perché alla fine l'accordo lo hanno fatto proprio il Likud e Kadima, formando un nuovo governo che non solo porterà a scadenza naturale il mandato, ma ridimensiona drasticamente il peso dei numerosi alleati più oltranzisti (la soglia per entrare nella Knesset, il parlamento israeliano, è difatti molto bassa) che con i loro veti incrociati hanno portato all'attuale stallo istituzionale.
Dalla crisi insomma il governo di Netanyahu esce ancor più rafforzato e la cosa non ha mancato di destare qualche preoccupazione, soprattutto in merito ad un confronto con Teheran. La tentazione di attaccare non è mai stata così forte: l'America è inibita dalle presidenziali e per corteggiare l'elettorato ebraico ha stanziato la bellezza di 600 milioni di dollari solo per l'istallazione dello scudo missilistico Iron Dome, la primavera araba stenta a fiorire avversari degni di nota, l'Europa è in panne e gli amici dell'Iran, Russia e Cina, sono entrambi occupati in una delicata transizione al vertice. Praticamente nessuno sembrerebbe per il momento in grado di opporsi ad un'iniziativa che non è detto neanche che sortisca gli effetti sperati, visto che lo stesso capo della sicurezza interna, Yuval Diskin, ha dei forti dubbi al riguardo. E nel frattempo la questione palestinese continua a fare la povera cenerentola...