Vi immaginate cosa abbia comportato la realizzazione di un film di fantascienza nel 1979? Alien per Riddley Scott non ha rappresentato solo uno dei momenti più alti della sua creatività cinematografica ma una sfida tecnico pratica contro i forti limiti tecnologici della Hollywood dell'epoca. Alien e 7 anni dopo Aliens (regia di James Cameron) vengono considerati da tutti i critici non soltanto i migliori film della serie ma soprattutto uno il sequel dell'altro...ma ne siamo certi?Una piccola vetrina su politica, cinema e videogiochi. Venite viandanti della rete, ascoltare non ha prezzo.
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mercoledì 4 dicembre 2013
Universi a confronto, Alien e Aliens: l'analisi
Vi immaginate cosa abbia comportato la realizzazione di un film di fantascienza nel 1979? Alien per Riddley Scott non ha rappresentato solo uno dei momenti più alti della sua creatività cinematografica ma una sfida tecnico pratica contro i forti limiti tecnologici della Hollywood dell'epoca. Alien e 7 anni dopo Aliens (regia di James Cameron) vengono considerati da tutti i critici non soltanto i migliori film della serie ma soprattutto uno il sequel dell'altro...ma ne siamo certi?lunedì 18 marzo 2013
Tim Burton e Sam Raimi: quando Alice bussò alla porta di OZ

Quale sarà la via giusta per trovare se stessi nel cinema? Recarsi nel Paese delle Meraviglie di Burtoniana maniera o svoltare verso il mondo del grande e potente mago di OZ?
Non esiste alcun dubbio che le realtà immaginarie di Alice nel Paese delle Meraviglie e del Grande e Potente Oz siano simili, convergenti nei contenuti più profondi: due grandi registi Sam Raimi e Tim Burton, visionari e innovatori, hanno recentemente rappresentato sul grande schermo questi mondi lontani...
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lunedì 19 novembre 2012
Speciale I Parte, Universi a Confronto: da George Lucas a Ridley Scott, passando per l'umanità di Gene Roddenberry
« Studiato dal vivo, il mito non è una spiegazione che soddisfi un interesse scientifico, ma la resurrezione in forma di narrazione di una realtà primigenia, che viene raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, esso esprime, stimola e codifica la credenza; salvaguarda e rafforza la moralità; garantisce l'efficienza del rito e contiene regole pratiche per la condotta dell'uomo. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo. »
(Bronislaw Malinowski).
Erano gli anni '70 e in questo periodo tre uomini, tre immaginari, tre miti e tre rappresentazioni dell'universo prendevano il sopravvento nella concezione filosofica di esistenza, di religione e di società.
domenica 4 novembre 2012
Twilight, solo un fenomeno di massa? Analizziamo ad esempio New Moon
A pochi giorni dall’uscita dell’ultimo episodio
della saga di Twilight (Breaking Down parte 2 esce il 14 Novembre prossimo) vi
presentiamo un’analisi sul secondo capitolo.
Sceneggiato da Melissa Rosenberg distributivo dalla Eagle Pictures
e diretto da Chris Weitz New Moon è il secondo capitolo della celeberrima saga di Twilight tratta
dagli omonimi libri di Stephenie Meyer. Il suo inequivocabile successo porta però ad inevitabili approfondimenti
sulla sua effettiva qualità . Sarà davvero la rappresentazione simbolica delle
problematiche delle generazioni attuali? O è solo un mediocre fenomeno di massa
costruito ad arte dai media e dai produttori?
A dirvi la verità chi vi scrive ha la sensazione di una eccessiva sopravvalutazione
sia del testo sia dei relativi film, è cultura squisitamente commerciale e non
può essere equiparata cinematograficamente e artisticamente parlando a epopee
del calibro del “ Signore degli Anelli” o ad altre, un po' più retrodatate nel
tempo, che costituivano veramente per i giovani dell’ epoca un modello
culturale non generico ma preciso.
Interpretato da Robert Pattinson e da Kristen Stewart questo secondo episodio tratta in modo troppo
indefinito e superficiale alcune tematiche amorose adolescenziali
rendendole troppo semplicistiche ( limite riscontrato anche nei testi
scritti).
I personaggi sembrano non vivere o meglio non esternare fino in fondo le paure, le esitazioni e i conflitti tipici e caratteristici di questa età: la sostanza narrativa essenziale si trasforma nel racconto “precario” delle difficoltà “vampiresche” di vivere in un mondo indifferente e freddo, proprio (questo si) dei nostri tempi.
I personaggi sembrano non vivere o meglio non esternare fino in fondo le paure, le esitazioni e i conflitti tipici e caratteristici di questa età: la sostanza narrativa essenziale si trasforma nel racconto “precario” delle difficoltà “vampiresche” di vivere in un mondo indifferente e freddo, proprio (questo si) dei nostri tempi.
In ultima analisi: è essenziale valutare che la qualità cinematografica espressa dalla pellicola non è soddisfacente per poter considerare la candidatura a cult-movie del film, la spettacolarizzazione degli effetti speciali non aggiunge nulla di nuovo e la filosofia del “già visto” prende inesorabilmente il sopravvento. Solo il montaggio e la passione recitativa degli attori sono elementi sufficientemente elaborati e strategicamente applicati all’interno dell’intreccio narrativo.
New Moon è a tutti gli effetti un film comune, non innovativo e assolutamente lontano dalle grandi rappresentazioni della storia del cinema: solo grazie al relativismo giovanile attuale è riuscito a percorrere le strade di un successo che è stato altresì favorito attraverso un' eccessiva commercializzazione del marchio mascherando, automaticamente ,la bassa qualità dello stesso.
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sabato 7 luglio 2012
La Letterarietà del Cinema
Nello studio sui rapporti semiotici e tecnici fra Letteratura e Cinema non si può non considerare le teorie del grande Christian Metz primo fra gli iniziatori di questa interessantissima indagine culturale. Autore di fondamentali contributi nello studio del linguaggio cinematografico con testi come La Significazione del Cinema del 1972 e Cinema e Psicanalisi del 1980, Metz, evidenziava la componente a senso unico della comunicazione cinematografica: il cinema è espressione ed è solo in parte un sistema utilizzante segni veri e propri. L’immagine prodotta è dunque ciò che essa rappresenta e non ha una necessità di significazione. Il prodotto finito, il film, è sempre facilmente riconoscibile ai nostri sensi e la tecnologia di cui si serve è appunto solo uno strumento per palesare una realtà sperimentata già dalla nostra esperienza sensibile. Poco importava per Metz se il soggetto fosse realistico o meno: il cinema mostrava solo quello che le immagini rivelavano evidenziando una certa oggettività dei segni anche nella sua versione più astratta. Essendo anche la parola considerata una convenzione e inserita in un linguaggio con una preesistente significazione automatica, immagine ed espressione vengono dunque a giustapporsi e riutilizzate a partire dal senso oggettivo.
Queste due arti insomma lavorano sullo sviluppo di un senso non primario, cioè sviluppano significati secondari. Dunque il cinema lavora ad un secondo grado: più si avrà un sistema di significati complesso e più godrà di una sua sostanza artistica.
L’mmagine rappresenta il mondo conosciuto: secondo questo studioso è solo uno stato preparatorio ed è presente in ogni opera come piano antecedente al secondo grado di significato dove la parola e il testo letterario (o sceneggiatura che dir si voglia) conservano una loro espressività naturale mostrata dal cinema che è anch’ esso quindi espressione naturale delle cose : “….mostra ciò che mostra….”. Nell’analisi del pensiero di Metz è importante quindi ricordare la sua idea di cinema come arte facile e che questa tendenza si colloca come possibile elemento di disturbo, una minaccia al suo intento artistico.
In ultima analisi c'è la letteratura come arte più complessa nella quale la ricerca di un espressività estetica e una liberazione dal convenzionale del mondo rappresentato tendono così a diventare fonte di inedito, sconosciuto ecc. Questo insomma è ciò che ci attrae quando leggiamo e che ci porta al secondo grado di significato. Concludendo è importante evidenziare che per Metz la significazione di queste due attività umane non è altro che l’espressività del mondo data dall’arte. Il cinema, con la sua omogeneità, costruisce un universo carico implicitamente di un contenuto visibile che nella pagina scritta va carpito da una denotazione meno espressiva e più legata al soggetto che legge ed interpreta.
martedì 3 luglio 2012
Registi a confronto: Steven Spielberg e Robert Zemeckis
“..Se i miei calcoli sono esatti, quando questo aggeggio toccherà le 88 miglia orarie ne vedremo delle belle, Marty” (Emmett Brown).
Quante volte vedendo e rivedendo Ritorno al Futuro ci si sarà chiesti quale è stata la ragione di questo successo straordinario, quale il segreto di un film che ha appassionato e appassiona ancora nonostante siano trascorsi 25 anni dal suo debutto sullo schermo? La risposta è complessa ma allo stesso tempo abbastanza evidente.
Ciò che ha reso la pellicola capace di divertire almeno 3 generazioni di ragazzi è il risultato creativo dell’incontro artistico tra il regista Robert Zemeckis e un genio del cinema di fama internazionale: Steven Spielberg.
La forza creatrice del regista dello Squalo, al servizio della fantasia di Zemeckis, ha creato qualcosa che basa la sua efficacia sulla casualità dei personaggi inseriti in un contesto straordinario. In quasi tutti i film di Spielberg, ad esempio ET, è al teenager qualunque che il destino fa capitare il fatidico incontro con l’alieno. Questa idea torna in Ritorno al Futuro: un ragazzo anni ’80 qualunque vive un esperienza unica trovandosi per caso catapultano 30 anni indietro nel tempo. Ciò permette un avvicinamento esponenziale alla fantasia delle persone comuni che riescono a sviluppare una catarsi efficace. Il processo di immedesimazione risulta maggiormente qualitativo e coinvolgente appassionando di fatto il pubblico che, non è un elemento che si deve dar per scontato, ha amato anche i due sequel successivi.
C’è inoltre un elemento comune alle due esperienze realizzative: entrambi i registi ambientano le proprie storie in cittadine molto piccole, creando un clima appartato e famigliare in cui vivere tutte le sensazioni legate al film. C’è un clima di intimità e di riservatezza, un guscio protettivo in cui rifugiarsi per sognare. E’ presente inoltre una voluta fusione di 3 diversi elementi: fantascienza, comicità e fantasia, il tutto unito da uno sguardo sbarazzino e semplicistico che rende la storia lineare, ma allo stesso tempo affascinante, anche grazie alle splendide atmosfere create dalle musiche di Alan Silvestri.
Se per quanto riguarda la macchina del tempo inizialmente si era pensato ad un frigorifero, la scelta dell’automobile fu condivisa anche da Spielberg che vedeva nell’auto il simbolo di libertà ed emancipazione contribuendo ad identificare un periodo. Era insomma la proiezione e la continuazione di Marty Mc Fly: si poneva a metafora del clima appartato che sembra predominare nel film.
Ritorno al futuro è un film sul tempo ma è di fatto fuori da esso, sembra sospeso in una non ben determinata dimensione spazio-temporale e questo ne giustifica il successo anche oggi. Stilisticamente fu una trovata geniale: inventare completamente un mondo e una città senza dare nessun punto di riferimento sulla realtà circostante ha posto questa storia sospesa e accessibile a qualsiasi generazione presente e futura.
Quante volte vedendo e rivedendo Ritorno al Futuro ci si sarà chiesti quale è stata la ragione di questo successo straordinario, quale il segreto di un film che ha appassionato e appassiona ancora nonostante siano trascorsi 25 anni dal suo debutto sullo schermo? La risposta è complessa ma allo stesso tempo abbastanza evidente.
Ciò che ha reso la pellicola capace di divertire almeno 3 generazioni di ragazzi è il risultato creativo dell’incontro artistico tra il regista Robert Zemeckis e un genio del cinema di fama internazionale: Steven Spielberg.
La forza creatrice del regista dello Squalo, al servizio della fantasia di Zemeckis, ha creato qualcosa che basa la sua efficacia sulla casualità dei personaggi inseriti in un contesto straordinario. In quasi tutti i film di Spielberg, ad esempio ET, è al teenager qualunque che il destino fa capitare il fatidico incontro con l’alieno. Questa idea torna in Ritorno al Futuro: un ragazzo anni ’80 qualunque vive un esperienza unica trovandosi per caso catapultano 30 anni indietro nel tempo. Ciò permette un avvicinamento esponenziale alla fantasia delle persone comuni che riescono a sviluppare una catarsi efficace. Il processo di immedesimazione risulta maggiormente qualitativo e coinvolgente appassionando di fatto il pubblico che, non è un elemento che si deve dar per scontato, ha amato anche i due sequel successivi.C’è inoltre un elemento comune alle due esperienze realizzative: entrambi i registi ambientano le proprie storie in cittadine molto piccole, creando un clima appartato e famigliare in cui vivere tutte le sensazioni legate al film. C’è un clima di intimità e di riservatezza, un guscio protettivo in cui rifugiarsi per sognare. E’ presente inoltre una voluta fusione di 3 diversi elementi: fantascienza, comicità e fantasia, il tutto unito da uno sguardo sbarazzino e semplicistico che rende la storia lineare, ma allo stesso tempo affascinante, anche grazie alle splendide atmosfere create dalle musiche di Alan Silvestri.
Se per quanto riguarda la macchina del tempo inizialmente si era pensato ad un frigorifero, la scelta dell’automobile fu condivisa anche da Spielberg che vedeva nell’auto il simbolo di libertà ed emancipazione contribuendo ad identificare un periodo. Era insomma la proiezione e la continuazione di Marty Mc Fly: si poneva a metafora del clima appartato che sembra predominare nel film.Ritorno al futuro è un film sul tempo ma è di fatto fuori da esso, sembra sospeso in una non ben determinata dimensione spazio-temporale e questo ne giustifica il successo anche oggi. Stilisticamente fu una trovata geniale: inventare completamente un mondo e una città senza dare nessun punto di riferimento sulla realtà circostante ha posto questa storia sospesa e accessibile a qualsiasi generazione presente e futura.
Come ne Lo Squalo e in saghe come Indiana Jones l’eroe è sempre la persona comune, l’uomo che non ti aspetti ma in questo caso (e qui entra a pieno merito Zemeckis) il dualismo Dottore –Adolescente crea una variegata sequenza di situazioni diegeticamente definite che rendono i 2 personaggi coprotagonisti, entrambi uniti dalla forza simbolica dell’automobile il cui spazio interno è l’unico a invariare nel corso della storia. È dunque una specie di altra dimensione nella quale immergersi e confrontarsi.
venerdì 22 giugno 2012
Spazi e miti, tra epica e favolistica: Steven Spielberg e James Cameron
Quando un incasso sensazionale si mescola ad un immaginario filmico affascinante e visionario, nel campo della fantascienza, vengono subito in mente due nomi: James Cameron e Steven Spielberg
Registi di film quali: Lo squalo (1975) Terminator (1984) Aliens (1986) Indiana Jones (4 film dal 1984 a oggi) e non ultimo in ordine di importanza lo strabiliante Avatar (2010), i due hanno letteralmente ricostruito uno stile filmico di intrattenimento, soprattutto negli anni ’80, in cui trovò la sua consacrazione (non che prima non esistesse) la concezione del cinema come puro svago.
Con una ricerca di una spettacolarità sempre più marcata e sempre più funzionale, in un macro-cosmo cinematografico dove sembra valere solo la legge dell’effetto più riuscito e verosimile, loro sembrano ancora ricercare originalità e contenuto.
Ciò che senza dubbio li accomuna è il perfezionismo e la sperimentazione di nuove tecnologie unite alla contaminazione di generi che svariano in sottotipologie connesse al cinema americano degli anni ’70 definito storicamente “New Cinema” (in reazione alla vecchia concezione americana ormai obsoleta) seguendo scie di artisti e registi indiscussi come Francis Ford Coppola, Woody Allen, Stanley Kubrick e Martin Scorsese.
A partire dagli anni ’90 invece per i due si apriranno due destini diversi; accomunati da una flessione artistica a cui fanno eccezione soltanto due pellicole Jurassik Park (1993), Terminator 2 (1991) e Titanic (1997). Per Spielberg si è aperta chiaramente la strada della produzione (fondando nel 1994 la DreamWorks SKG) con pochissime eccezioni riguardanti i sequel dei suoi più fortunati film come: Il Mondo perduto (1998), Jurassik Park III (2003) e Indiana Jones e il regno del tempio di Cristallo (2008), per Cameron invece ha inizio un decennale silenzio interrotto alla grande, nel 2010, con un film come Avatar.Ma cosa realmente li differenzia? Se per Spielberg la fantascienza è innanzitutto favolistica costruita con occhio raffinato e scrupoloso, Cameron si dirige in un’ altra direzione, ovvero l’epica intesa come canto di nobili gesta in guerre agghiaccianti e disperate dove spicca la figura dell’eroe. Colui che sacrifica se stesso per una causa più grande, in un mondo spazio temporale carico di drammaticità e morte.
Elemento quello drammatico che per il regista dello Squalo è sicuramente meno marcato ma, nella sua accezione tradizionale, è rivolto maggiormente a temi politici e sociali più marcati, come nel film Salvate il soldato Ryan (1998). Spielberg insomma sembra distaccarsi sempre più dall’elemento favolistico, misterioso ed alieno (ET del 1982 o Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977) per avvicinarsi alla concretezza della realtà.
Cameron d’altro canto possiede una concezione più surreale del cinema, sfociando a volte nell’inconscio attraverso metafore visive che risultano sempre convincenti e ben strutturate e dove non mancano riferimenti ad una società malata e materialista. L’umanità è schiava dell’impianto sociale che ha costruito. In film come Aliens, Terminator , Titanic e Avatar l’uomo è sempre vittima delle sue creazioni e il risultato di questo eterno duello lo vede quasi sempre sconfitto, nonostante la presenza del personaggio-eroe di turno.
mercoledì 13 giugno 2012
Il Cinema Horror, immaginari e stereotipi: i misteri della luna piena
“L’Imperatore Sigismondo fece discutere in sua presenza, da un conclave di sapienti, la questione dei lupi mannari, e fu unanimemente stabilito che la mostruosa metamorfosi era un fatto accertato e costante”. Jacques Collin de Plancy
Ciò che appartiene alla sfera dell’immaginario, del fantastico e dell’onirico, uno dei mostri soprannaturali tradizionali di letteratura e cinema, una delle icone della cultura popolare moderna è senza dubbio uno: il licantropo.
L’uomo lupo (Lycos-lupo e Anthropos-uomo) per millenni ha rappresentato, insieme al fenomeno del vampirismo, la tendenza dell’essere umano ad essere altro da se. Questi personaggi oscuri sono stati da sempre legati ad una tradizione di potere e rabbia, di selvaggia ferocia e di paura. La “bestiale” diversità che il lupo rappresenta è allo stesso tempo il più grande limite nella sua evoluzione stilistica: se infatti il vampiro è oggi relazionabile con una società “anormale” (l’esempio più palese è rappresentato dalla saga di Twilight) il lupo no, esso nello stereotipo convenzionale è sempre isolato, solo, non perfettamente inserito nella società (tranne, ed è un unico caso, nel recente quarto episodio della serie Underworld nel quale, tuttavia, i lupi non rivelavano la loro vera natura) e assolutamente conforme alla sua immagine di bestia selvaggia.
La rappresentazione del lupo mannaro al cinema trova la sua consacrazione nel 1941 con Wolf Man di George Waggner, ma è a partire dagl’anni ’80 che una nuova linfa creativa sembra impossessarsi del malefico personaggio mezzo’uomo e mezzo bestia. Con Jonh Landis (Un Lupo Mannaro americano a Londra) si aprirà infatti un ciclo carico di titoli che definirà un vero e proprio filone di genere. La storia della licantropia non è però mai stata realmente descritta dalle rappresentazioni filmiche: queste visioni sono state contaminate da un “vampirismo” dilagante che ha finito per fondere insieme questi due personaggi. Il Vampiro (ma anche lo Zombie o il mostro di Frankenstein) e il Licantropo finiscono così per condividere lo stesso spazio, lo stesso sfondo, le stesse ambientazioni.
Ma è nell’immaginario medievale che la figura del demonio finisce per fondersi con la rappresentazione dell’uomo animale. Insieme con il capro, il serpente e il gatto, il lupo mannaro diviene un animale simbolo di Satana così come il pipistrello simbolo del buio e del male. La convergenza del maligno dalle forme animalesche ha dunque un origine antichissima: durante gli incontri che Satana aveva con le streghe (i sabba) queste assumevano forma primitiva, un lupo o magari un gatto. Procedendo lungo il percorso storico riguardante il Lycan come non ricordare che nel 1824 e nel 1825 ebbe luogo una famosa scomunica a carico di animali ritenuti l’emblema del diavolo: cani, gatti, capre, lumache, topi e bruchi furono banditi.
Altra importante considerazione riguarda la differenza tra il mito cinematografico e il folklore nell’ambito della luna piena e del rapporto col licantropo. Non tutte le leggende, infatti, convergono nell’idea di una luna che trasforma l’uomo in lupo: molte di esse tendono a far nascere il licantropo già completamente posseduto dalla sua maledizione senza contagi o trasformazioni nelle notti di plenilunio. Se al cinema siamo stati abituati ad un introspezione del lupo come demone che fuoriesce di fronte alla luna, nel folklore popolare l’intervento magico di una strega ne è la causa primaria.
Il fenomeno della licantropia è stato dunque oggetto di speculazioni e adattamenti e non per ultima sarà ricordata la musica e uno dei videoclip più famosi al mondo Thriller: il più costoso della storia e diretto da John Landis ha cambiato il concetto di coreografia. Il video è infatti contestualizzabile esattamente come un cortometraggio, con una trama predefinita e precisa. Vincent Price (noto attore di film horror stimato anche da Tim Burton) prestò la voce per le parole di apertura e per la risata finale del videoclip, totalmente costruito sulla trasformazione di Michael Jackson in un licantropo.
Con un’immagine mostruosa ma “convenzionalmente” inserita in una convenzione collettiva, la forma del licantropo, gli ideali e gli stereotipi, nella rappresentazione del male, risultano dunque filtrati in informazioni poco dinamiche (le orecchie a punta, i peli che aumentano, i denti che si ispessiscono) finendo di fatto per far parte del nostro più comune presupposto di male e quindi, spesso, finiscono per non turbarci più di tanto relegando tali rappresentazioni ad un circuito di serie B.
Ciò che appartiene alla sfera dell’immaginario, del fantastico e dell’onirico, uno dei mostri soprannaturali tradizionali di letteratura e cinema, una delle icone della cultura popolare moderna è senza dubbio uno: il licantropo.
L’uomo lupo (Lycos-lupo e Anthropos-uomo) per millenni ha rappresentato, insieme al fenomeno del vampirismo, la tendenza dell’essere umano ad essere altro da se. Questi personaggi oscuri sono stati da sempre legati ad una tradizione di potere e rabbia, di selvaggia ferocia e di paura. La “bestiale” diversità che il lupo rappresenta è allo stesso tempo il più grande limite nella sua evoluzione stilistica: se infatti il vampiro è oggi relazionabile con una società “anormale” (l’esempio più palese è rappresentato dalla saga di Twilight) il lupo no, esso nello stereotipo convenzionale è sempre isolato, solo, non perfettamente inserito nella società (tranne, ed è un unico caso, nel recente quarto episodio della serie Underworld nel quale, tuttavia, i lupi non rivelavano la loro vera natura) e assolutamente conforme alla sua immagine di bestia selvaggia.
La rappresentazione del lupo mannaro al cinema trova la sua consacrazione nel 1941 con Wolf Man di George Waggner, ma è a partire dagl’anni ’80 che una nuova linfa creativa sembra impossessarsi del malefico personaggio mezzo’uomo e mezzo bestia. Con Jonh Landis (Un Lupo Mannaro americano a Londra) si aprirà infatti un ciclo carico di titoli che definirà un vero e proprio filone di genere. La storia della licantropia non è però mai stata realmente descritta dalle rappresentazioni filmiche: queste visioni sono state contaminate da un “vampirismo” dilagante che ha finito per fondere insieme questi due personaggi. Il Vampiro (ma anche lo Zombie o il mostro di Frankenstein) e il Licantropo finiscono così per condividere lo stesso spazio, lo stesso sfondo, le stesse ambientazioni.
Ma è nell’immaginario medievale che la figura del demonio finisce per fondersi con la rappresentazione dell’uomo animale. Insieme con il capro, il serpente e il gatto, il lupo mannaro diviene un animale simbolo di Satana così come il pipistrello simbolo del buio e del male. La convergenza del maligno dalle forme animalesche ha dunque un origine antichissima: durante gli incontri che Satana aveva con le streghe (i sabba) queste assumevano forma primitiva, un lupo o magari un gatto. Procedendo lungo il percorso storico riguardante il Lycan come non ricordare che nel 1824 e nel 1825 ebbe luogo una famosa scomunica a carico di animali ritenuti l’emblema del diavolo: cani, gatti, capre, lumache, topi e bruchi furono banditi.
Altra importante considerazione riguarda la differenza tra il mito cinematografico e il folklore nell’ambito della luna piena e del rapporto col licantropo. Non tutte le leggende, infatti, convergono nell’idea di una luna che trasforma l’uomo in lupo: molte di esse tendono a far nascere il licantropo già completamente posseduto dalla sua maledizione senza contagi o trasformazioni nelle notti di plenilunio. Se al cinema siamo stati abituati ad un introspezione del lupo come demone che fuoriesce di fronte alla luna, nel folklore popolare l’intervento magico di una strega ne è la causa primaria.Il fenomeno della licantropia è stato dunque oggetto di speculazioni e adattamenti e non per ultima sarà ricordata la musica e uno dei videoclip più famosi al mondo Thriller: il più costoso della storia e diretto da John Landis ha cambiato il concetto di coreografia. Il video è infatti contestualizzabile esattamente come un cortometraggio, con una trama predefinita e precisa. Vincent Price (noto attore di film horror stimato anche da Tim Burton) prestò la voce per le parole di apertura e per la risata finale del videoclip, totalmente costruito sulla trasformazione di Michael Jackson in un licantropo.
Con un’immagine mostruosa ma “convenzionalmente” inserita in una convenzione collettiva, la forma del licantropo, gli ideali e gli stereotipi, nella rappresentazione del male, risultano dunque filtrati in informazioni poco dinamiche (le orecchie a punta, i peli che aumentano, i denti che si ispessiscono) finendo di fatto per far parte del nostro più comune presupposto di male e quindi, spesso, finiscono per non turbarci più di tanto relegando tali rappresentazioni ad un circuito di serie B.
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giovedì 7 giugno 2012
Tim Burton: linee di confine con Christopher Nolan
Quando ci si appresta a mettere a confronto due menti creative non si
può non cominciare da ciò che più è evidente: Hollywood, oggi, possiede
due talenti di indubbia capacità e affidabilità, ovvero Tim Burton e Christopher Nolan.
Entrambi sono a tutti gli effetti eredi di grandi nomi quali Kubrick,
Spielberg e Cameron e si apprestano a divenire simbolo di queste
stagioni cinematografiche.
La sua nascita, nel film di Burton, è chiara e anch’essa conseguenza di
un evento traumatico. L’acido trasforma un delinquente con un’identità
precisa nel clown dal grottesco e artistoide aspetto. In Nolan, nel "Il Cavaliere Oscuro" il secondo capitolo dopo "Batman Begins", c’è stata invece la volontà di consegnare questo personaggio alla metafisica, alla non esistenza identitaria.
E’ un esibizionismo narcisistico che corrisponde all’ interminabile scontro interiore tra l’essere e l’apparire che secondo Burton caratterizza la comunità di Gotam City.
Christopher Nolan invece tinge Batman di una moralità più spiccata, l’uomo in se non ha fobie, è “normale” nel senso più stereotipato del genere, cerca solo di sostituirsi ad una burocrazia e a delle istituzioni corrotte, specchio della nostra attuale e soprattutto reale società.
Non ci resta dunque che attenderere il 19 agosto: uscirà infatti nelle sale cinematografiche "Il Cavaliere Oscuro - il Ritorno" terzo ed ultimo episodio della saga targata Nolan....
Registi atipici nel panorama americano, Tim Burton e Christopher Nolan,
rielaborano in modo differente ma ugualmente grande l’immaginario di
massa attraverso sintesi ardite e nuove. Da prodotti di matrice
“industriale”, che vivono all’ interno della cultura convenzionale,
essi, costruiscono una linea di confine, di separazione (sottile ma
indistruttibile) dove il prodotto finito, il film, è frutto di
un’ambiguità le cui aspirazioni autoriali ed esigenze commerciali si
fondono e si intrecciano.
Tralasciando volutamente i rispettivi stili, è obbiettivo di questo articolo comparare i loro metodi e le loro visioni riguardo l’ adattamento cinematografico di un noto personaggio della DC Comics: Batman
La più grande presa di posizione dei due registi nei confronti del personaggio riguarda la metodologia narrativa e il registro: Burton, per il suo strepitoso film del 1989, utilizzò uno stile grottesco e fantastico, col quale si inaugurò un modo del tutto originale di trattare l’ingenuo, quanto affascinante, mondo dei fumetti.
Nolan, dal canto suo, scelse di sottrarsi al mondo dell’irreale per
concentrarsi invece su un mondo più “tangibile”, concreto, dove mafia e
criminalità sono un’incarnazione contemporanea della malavita mondiale.Tralasciando volutamente i rispettivi stili, è obbiettivo di questo articolo comparare i loro metodi e le loro visioni riguardo l’ adattamento cinematografico di un noto personaggio della DC Comics: Batman
La più grande presa di posizione dei due registi nei confronti del personaggio riguarda la metodologia narrativa e il registro: Burton, per il suo strepitoso film del 1989, utilizzò uno stile grottesco e fantastico, col quale si inaugurò un modo del tutto originale di trattare l’ingenuo, quanto affascinante, mondo dei fumetti.
Se
per entrambi Batman è un anti-eroe oscuro e inquieto è sicuramente
importante rilevare che lo schema del personaggio burtoniano sembra
essere marchiato per sempre da un trauma di ossessione che costringe
l’eroe a vestire gli abiti del pipistrello. Il Bruce Wayne di Nolan
invece sembra avere una scelta, percepito come un eroe “a tempo”,
capitato a Gotham per caso e pronto a ripartire.
Detto questo, non è nell’ uomo pipistrello che troviamo le maggiori differenze stilistiche, ma nel suo più acerrimo nemico: il Joker
La sua nascita, nel film di Burton, è chiara e anch’essa conseguenza di
un evento traumatico. L’acido trasforma un delinquente con un’identità
precisa nel clown dal grottesco e artistoide aspetto. In Nolan, nel "Il Cavaliere Oscuro" il secondo capitolo dopo "Batman Begins", c’è stata invece la volontà di consegnare questo personaggio alla metafisica, alla non esistenza identitaria.
Non sappiamo chi è, non sappiamo come si chiama realmente, non ha
né un passato né uno scopo profondo e questo lo rende superiore al
personaggio interpretato da Jack Nicholson
ma allo stesso tempo, meno pericoloso e più “ingabbiabile” in un
sistema convenzionale e conformista rispetto al ruolo del “cattivo”. Con
un’ottima interpretazione di Heath Ledger,
il personaggio, è senza dubbio meno terreno, più fobico e spaventoso
(basti pensare che racconta ogni volta in modo diverso il perché del suo
strano “sorriso”) ma meno pregnante in senso diegetico.
Al contrario, il Joker burtoniano è senz’altro più sviluppato verso
una concezione di una vita criminale dove l’arte dell’happening (cioè
quella che irrompe nella vita con la propria carica distruttiva e
iconoclastica) è posta al centro. E’ la trasformazione dell’uomo
l’obbiettivo finale, vuole lasciare un segno su Gotham. E’ dunque un
boss, un delinquente e un artista schizzato. La forza che Buton gli dà è
proprio questa chiarezza negli obbiettivi, è una minaccia concreta a
tutta la città.E’ un esibizionismo narcisistico che corrisponde all’ interminabile scontro interiore tra l’essere e l’apparire che secondo Burton caratterizza la comunità di Gotam City.
Christopher Nolan invece tinge Batman di una moralità più spiccata, l’uomo in se non ha fobie, è “normale” nel senso più stereotipato del genere, cerca solo di sostituirsi ad una burocrazia e a delle istituzioni corrotte, specchio della nostra attuale e soprattutto reale società.
Non ci resta dunque che attenderere il 19 agosto: uscirà infatti nelle sale cinematografiche "Il Cavaliere Oscuro - il Ritorno" terzo ed ultimo episodio della saga targata Nolan....
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