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giovedì 16 gennaio 2014

Libano - Rafiq Hariri, inizia il processo per il suo omicidio

Il tribunale speciale per il Libano istituito dalle Nazioni Unite all'Aja, nei Paesi Bassi, ha aperto oggi il processo per la morte di Rafiq Hariri, ex primo ministro libanese ucciso a Beirut assieme ad altre venti persone da un autobomba esplosa il 14 febbraio del 2005. I quattro imputati appartenenti al movimento sciita di Hizbullah non saranno però presenti al processo. E i lavori, che si preannunciano lunghi e difficili, rischiano di aggravare le tensioni di una società già profondamente divisa.

lunedì 6 gennaio 2014

Iraq - La jihad che vuole travolgere al-Maliki

Dal Mediterraneo alle sabbie di Falluja, poi forse Baghdad. Preoccupa in questi giorni l'occupazione da parte di al-Qaeda di buona parte della regione occidentale irachena di al-Anbar, in particolare delle città di Ramadi e Falluja. Per capire l'entità della minaccia basti pensare che Falluja dista solamente sessanta chilometri dalla capitale, dove non cessano peraltro gli attentati e gli scontri settari con un bilancio di vittime che solo in queste ore ha raggiunto i venti morti.

domenica 24 marzo 2013

Il mondo ogni settimana - Numero tredici

Questa settimana degli Esteri della Tana si concentra sul Mediterraneo orientale, con protagonisti la piccola Cipro, la Turchia e il Libano. 
Come ho già scritto qualche giorno, la gestione della crisi cipriota è una posta che sorpassa la sopravvivenza della moneta unica, inserendosi nella più ampia competizione energetica tra Europa e Russia. 
La Turchia vive da parte sua una fase di distensione tanto interna con i curdi del Pkk che esterna, in particolare con Israele, il cui governo sembra aver finalmente chiesto scusa per l'incidente della Mavi Marmara. 
Infine abbiamo il Libano in preda ad una crisi di governo che non potrebbe accadere in un momento peggiore, avendo il Paese dei cedri una tremenda guerra civile alle porte con un forte rischio contagio. Buona lettura ;)

giovedì 24 maggio 2012

Nebbia su Damasco


Non si parla più molto della rivolta siriana da quando è entrato in vigore il cosiddetto Piano Annan. Magari i più entusiasti avranno pensato che il cessate il fuoco tra i contendenti supervisionato da ispettori ONU giocasse un ruolo decisivo nel fermare le brutalità consumate finora. Sfortunatamente questi ispettori, come detto in un post in precedenza, sono a dirla tutta insufficienti per monitorare ogni zona sensibile, e la gente non ha smesso di morire se si calcola il solo attentato dello scorso 10 maggio a sud di Damasco, in cui hanno perso la vita 50 persone e i feriti si contano a centinaia.
L'unico effetto del Piano Annan pare essere stato invece di aver rallentato l'andamento di una guerra di per sé inconcludente. Né l'esercito fedele ad Assad né i rivoluzionari hanno nel breve o medio termine la possibilità di ottenere una vittoria decisiva. Nel lungo chissà, l'importante per la schiera di mercanti di armi russi, iraniani, sauditi, qatariani e tanti altri è che questo nuovo mercato fiorente duri il più possibile. Non stanno certo a preoccuparsi di dettagli come il Libano, che tra rapimenti dei suoi cittadini in territorio siriano e violente proteste che coinvolgono sostenitori e oppositori di Assad in casa propria rischia di diventare il nuovo fronte caldo della regione, se non l'atteso casus belli d'Israele per aprire le danze con Teheran. Una bazzecola.

lunedì 19 marzo 2012

Il fratello minore siriano


La rivoluzione siriana si sa è motivo di grande apprensione per le potenze regionali, poiché l'eventuale caduta di Assad rischia di rompere un equilibrio da cui uscirebbe fuori chissà quale competizione. C'è però qualcun altro che ha ben più da temere dei puri calcoli geopolitici, vale a dire la sua stessa sopravvivenza. Stiamo parlando del Libano, il cosiddetto paese dei cedri che però, in un discorso meno poetico, è stato fino al 2005 una specie di vassallo di Damasco e un'anno più tardi ha dovuto affrontare anche una guerra con Israele che ha lasciato in eredità una fragilissima stabilità interna.
Per evitare che l'incendio siriano arrivasse ad investire il loro piccolo cortile le autorità libanesi hanno preferito oscillare tra cauto distacco e timido sostegno al regime di Assad, evitando che la sua crisi potesse incrinasse il già delicato mosaico delle minoranze locali. Se è vero infatti che il governo libanese è pieno di amici della Siria (i movimenti sciiti Hezbollah e Amal, nonché la cristiana Corrente patriottica libera), esiste pure una nutrita corrente ostile a Damasco che si richiama alla minoranza sunnita e ha la sua roccaforte nella città settentrionale di Tripoli, dove non sono mancati gli scontri e le vittime tra sostenitori e oppositori di Assad che hanno rievocato lo spettro della guerra civile. 
Il Libano settentrionale non è un grattacapo soltanto per le tensioni a Tripoli, ma anche per l'arrivo in questa parte del paese (in particolare Akkar, Arsal e la porosa valle di Halid) di migliaia di profughi siriani che il governo rifiuta di assistere nella paura che un'eventuale campo d'accoglienza si trasformi in una retroguardia della rivolta. Molto meglio lasciare la crisi umanitaria nelle mani dei privati cittadini o delle Ong, così almeno il potente vicino non potrà avere nulla da rimproverare avranno pensato a Beirut. 
Una delle poche voci fuori dal coro della politica libanese viene da Saad Hariri, figlio dell'ex-premier assassinato nel 2005, che si schiera apertamente con i ribelli siriani. Ma avendo scelto l'esilio da quando il suo governo è caduto l'anno scorso, la sua voce risuona forse da troppo lontano per strappare la cortina d'indifferenza generale.