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mercoledì 4 dicembre 2013

Universi a confronto, Alien e Aliens: l'analisi

Vi immaginate cosa abbia comportato la realizzazione di un film di fantascienza nel 1979? Alien per Riddley Scott non ha rappresentato solo uno dei momenti più alti della sua creatività cinematografica ma una sfida tecnico pratica contro i forti limiti tecnologici della Hollywood dell'epoca. Alien e 7 anni dopo Aliens (regia di James Cameron) vengono considerati da tutti i critici non soltanto i migliori film della serie ma soprattutto uno il sequel dell'altro...ma ne siamo certi?

lunedì 9 luglio 2012

L'Arte non è imitazione della natura

“…domandare se l’arte sia eliminabile sarebbe né più né meno come domandare se siano eliminabili la sensazione o l’intelligenza, l’arte è in definitiva intuizione pura”
Benedetto Croce
E’ con queste parole che Benedetto Croce , filosofo e principale ideatore del liberalismo novecentesco,  creatore del Partito Liberale Italiano, definiva il concetto di arte.
Ma cos’è l’arte in senso oggettivo?  Seppur interpretata sempre nell’ambito di correnti circostanziali è sicuramente vero che l’arte è innanzitutto creazione di qualcosa che nella sua intrinseca natura è artificiale e frutto di un pensiero originario, un’intuizione, un’idea che nella sua genesi non è certamente di ordine naturale o meccanicistico ma frutto della “luce” intellettiva del genere umano.
L’arte è dunque posta ad un livello superiore rispetto alla natura, è espressione di un mondo interiore. Aristotele evidenziò invece come la creazione dell’opera d’arte permette la materializzazione dell’idea e quindi la sua manifestazione. Quest’idea è però scaturita esclusivamente dalla mente dell’artista e non può essere equiparata alla concezione platonica di bellezza assoluta, oggettiva e naturale.

Correnti quali il romanticismo, l’espressionismo e successivamente tutte le avanguardie di inizio ‘900 sono convenute alla concezione di un prodotto artistico frutto si un soggettivismo intrinseco: l’arte è la rappresentazione materiale dell’anima. Anche il funzionalismo contemporaneo derivato dal cosiddetto nichilismo Vattimiano è sempre in senso individuale un esperienza interiore di collocazione di un arte che deve sopravvivere nella non-arte, nel funzionale, nel superfluo di un mondo consumistico e capitalista. Un’ importante definizione è quella di Pier Paolo Ottonello: “Il nichilismo come negazione radicale o metafisica, è dunque negazione del senso dell’essere e degli enti in quanto significato e realtà sostanziali, che possono essere tali solo in quanto fondati nell’assolutezza dell’essere. Nichilismo è dunque, essenzialmente, l’assoluta negazione di ogni assolutezza, che percorre le strade o dell’indeterminazione dell’essere e degli enti o dell’univocità radicale essere nulla”.
L’espressionismo tedesco,  legato anche al mondo del cinema (Tim Burton ne offre un esempio nel suo cortometraggio Vincent), ci offre spunti interessanti nella direzione di un arte che non è imitazione dei processi freddi e ripetitivi della natura ma una sorta di scassinatura dell’espressività interiore attraverso immagini e parole monto più intense che, nella loro rappresentazione mentale della realtà, si distaccano totalmente da schemi rigorosi.
La creatività come espressione dell’interiorità dell’uomo è la vera essenza della pittura, della scultura, del cinema e della letteratura che senza la componente “umana” sarebbe solo una fredda ricostruzione della realtà comunque filtrata da un interiorità. Dunque ha senso affermare che non può esistere l’arte come imitazione totalizzante della natura e che questa non potrà mai essere un’espressione dei più rigorosi processi naturali, dove all’intelligenza si sostituisca il meccanicismo più radicale, perché se così fosse non toccherebbe all’uomo ma al mondo stesso, al pianeta, all’universo.

Per comprendere questo tipo di soggettivismo estremo ecco un intervento di E. di Stefano sul personalismo di Edvard Munch, famosissimo pittore espressionista autore del celebre Urlo: “Come Kafka, anche Munch non cessa mai di sentirsi misteriosamente colpevole e perseguitato dai propri spettri. E nei suoi quadri non farà altro che “scrivere” e “riscrivere” la sua vita: un’autobiografia dell’anima per immagini, o meglio un’anatomia delle catastrofi dell’Io, impridente nell’intensità, provocante nei mezzi. Chi guarda sbatte contro quell’ansia e vi riconosce la propria: non vi è dubbio che tra i pittori, Edvard Munch è colui che più di ogni altro, ha saputo dare volto alla psiche moderna.”
Dare un fisionomia alla psiche, all’interiore, una concretezza all’anima più nascosta è arte: ecco cosa fa la differenza con il mondo che ci circonda e ciò che permette all’uomo di essere davvero immortale ed eterno.

giovedì 14 giugno 2012

Il Cinema Horror, l'Oscurità della Luce: Wes Craven e Jonh Carpenter



“Facciamo i conti con la paura tutti i giorni, da quando nasciamo a quando moriamo. Ho avuto molte paure nella mia vita. Ne ho avuta tanta quando è morto mio padre e io avevo solo sei anni. Ora sono anziano, le uniche paure che mi rimangono sono quelle della malattia, per me e per i miei figli”.
Wes Craven
Se normalmente si è abituati a pensare che i registi dei film horror appartengano ad una categoria di serie B e che dietro ai loro immaginari non ci sia un’attenta e accurata riflessione ci si sbaglia di grosso. Quest’articolo si concentrerà nello specifico su due figure di spicco nel mosaico infinito del genere horror: Wes Craven e John Carpenter.
Figli entrambi del cinema americano e attivi da moltissimo tempo entrambi presentano, seppur in contesti filmici simili, notevoli differenze stilistiche. Il primo coglie ispirazione da un grande scrittore e regista svedese: Ingmar Bergman; il secondo è invece attratto dalle tecniche minimaliste e da colonne sonore che risultano essere “personaggio”.
I film presi in esame saranno principalmente due: Nightmare- Dal profondo della notte di Craven e Halloween di Carpenter. E’ necessaria tuttavia una precisazione che riguarda soprattutto la concezione basilare di diegesi “oscura”: per il regista di Nightmare il concetto di orrore si collega alle nostre vite quotidiane, a ciò che viviamo giorno per giorno, collegandosi in modo diretto con la concezione hitchcockiana che colpisce lo spettatore in modo assolutamente inaspettato.
Per Carpenter invece la concezione di terrore è frutto di un’accurata ricerca nella fantascienza più classica, strizzando l’occhio a registi come Howard Hawks, Jack Arnold e Fred McLeod Wilcox, dove senza alcun dubbio è la colonna musica (e non colonna sonora come invece si pensa) ad essere la porta per un mondo onirico fatto di luci che si arricchiscono di una oscurità sfuggente e penetrante. Se per la creazione del personaggio di Freddy Krueger, Craven, si ispirò ad una storia vera, incredibilmente Michael Myers è in qualche modo figlio dell’italiano Dario Argento, che Carpenter apprezzava soprattutto nell’uso di suoni e musica. Il noto regista italiano fu per lui quello che Hitchcock fu per Craven!

Ciò ricade inevitabilmente sulle atmosfere che risultano più marcate in Carpenter, più approfondite, più interiorizzate e l’elemento ad essere sacrificato è quello ricavato dall’effetto sorpresa: Michael Myers e la sua storia sono immediatamente spiegati e rivelati, Freddy Krueger invece rimane nell’ombra e in una specie di oblio per quasi tutto il film, è una presenza a volte indefinita che improvvisamente compare terrorizzando lo spettatore. Le atmosfere Carpenteriane sono più lente, è un terrore che avvolge lo spettatore pian piano, in un continuo crescendo fino all’apice finale, che di solito è caratterizzato dallo scontro frontale tra bene e male, tra luce e oscurità. Wes Craven, anche nel suo più recente Scream, sembra a volte parodizzare il genere e lo scontro finale, quasi mai rappresenta l’apice della tensione filmica ma più una risoluzione tematica. Il finale di Craven è sempre definito e autoconclusivo, quello di Carpenter è sempre aperto e misterioso.

E’ il punto filmico di maggior tensione dove alla luce ormai rivelata di una storia conclusa si riaffaccia immediatamente il male, l’oscurità, un esempio eclatante è presente anche nel suo ultimo film The Ward (Il Reparto).
Dunque è evidente che la macchina del terrore ha varie facce e che entrambi utilizzano i due mondi possibili: quello onirico e quello composto da abitudini, stili e dinamiche quotidiane riorganizzate in chiave agghiacciante. Ed il pubblico, che ama spaventarsi perchè è ciò che risulta essere più distante dalla concezione di un mondo che ci protegge fintamente da ogni genere di “male”, apprezza il loro lavoro e i loro spaventosi immaginari frutto di una macabra, quanto straordinaria, fantasia.

martedì 5 giugno 2012

Tim Burton: la fatata malinconia della fiaba gotica



Da quando nel 1895 i fratelli Lumière inventarono il cinematografo, la letteratura ha ripetutamente rappresentato un’eccezionale fonte di ispirazione per la cinematografia. Questi due codici espressivi, nella loro concezione romantica ed espressionista di mondi fantastici e universi tangenti, rappresentano, grazie a due autori come E.A. Poe e Tim Burton la testimonianza più diretta di come nell’arte sia fondamentale l’occhio, l’intelletto, la personalità e il cuore dell’autore, di come insomma la soggettività e l’interiorità appartengano alla sfera creativa.
Le fiabe, in particolar modo quelle gotiche, sono per definizione lo spazio dell’immaginario, della fantasia che si esercita attraverso una breve narrazione in cui sono coinvolti “tipi” e situazioni facilmente riconoscibili. Esse sono le espressioni di un interiorità, sono il bene e il male delle nostre personalità. L’idea positivista che svela l’ambizione ottocentesca di manipolare attraverso la scienza la psiche umana nel folle tentativo di dividere concretamente il bene dal male non ha fornito, per fortuna, risposta al grande mistero dell’intelligenza e della soggettività umana.
Ma cosa sarebbe stato della letteratura, ma più in generale di ogni forma creativa, se il conflitto tra rettitudine, convenzione e immoralità fosse stato risolto? Ritengo che soltanto questa continua tensione possa realmente stimolare la creazione e la fascinazione di capolavori quali: Moby Dick, Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde, Il ritratto di Dorian Gray, Storia di Arthur Gordon Pym, I delitti della rue Morgue o La maschera della morte Rossa e altre. Ciò che più affascina in questo tipo di letteratura è certamente la dualità dell’uomo: la parte “accettata” e presentabile, quella che si vuole della ragione, perfettamente inserita in una società borghese, conformista e stereotipata, che codifica i comportamenti e rifiuta le diversità e dall’altra la componente oscura, legata più all’istinto,alla natura, parte che, per convenzione, dovrà esser nascosta pena l’emarginazione, la solitudine, la frustrazione.
Ma chi più di tutti incarna oggi questi ideali e ha il coraggio di denunciarli attraverso la sua creatività? Partendo da Tim Burton dunque non si può non tenere conto del tema più caldo al regista di Burbank: i racconti di emarginazione. Storie di personaggi profondamente segnati dalla loro diversità fisica e psicologica rispetto ai modelli veicolati dalla società dell’etichetta e delle convenzioni: si pensi tanto per fare due esempi a Edward mani di forbice e a Oswald, il pinguino, in Batman-il ritorno. Ora da quale fonte letteraria Burton può aver attinto oltre che dalla propria esperienza onirica per descrivere cinematograficamente le sue storie? Tre autori possano averlo influenzato: Edgar Allan Poe, Washington Irving e in una componente minore ma senza dubbio rilevante Lewis Carroll.

Sono certamente i primi due, attraverso le loro ispirazioni alla cultura gotica, il baluardo creativo del regista. Prima di lui ci hanno condotto in mondi ultraterreni, in mondi “altri” dove norme e regole, laddove presenti, possono essere diametralmente opposte a quelle del mondo reale; mondi che aprono spazi di libertà inimmaginabili e impossibili in un mondo “normato” dalla classe dominante. In Edgar Allan Poe, in Carroll e in Washington Irving si apprezzano l’abilità narrativa, l’intensa suggestione emotiva, la penetrante indagine nel mondo del mistero e l’acuta analisi psicologica dei comportamenti umani. Burton riproduce, aggiornandola e personalizzandola, l’atmosfera “gotica” a partire dalle architetture fatte di volte ogivali, di archi rampanti esterni, con predominio delle linee verticali (si pensi alle scenografie di “suoi” Batman). E’ presente inoltre un particolare slancio verso l’alto con prevalenza di un cromatismo tendente al nero.

Il colore dell’indistinto, che insieme ai grigi rende fumosa l’atmosfera, non facilmente definibile, quasi a voler dipingere e analizzare il mondo trasformandolo nella oscura realtà dell’animo umano.
La passione giovanile per il disegno e l’esperienza maturata alla Disney a partire dal 1979 hanno facilitato l’approccio di Burton con l’animazione filmica: spesso il regista ha utilizzato suoi disegni, poi vivificati con la tecnica della Stop-Motion, per raccontare i temi a lui cari, quasi a voler togliere una precisa identità fisica ai personaggi, dalle caratteristiche spesso caricaturali. Burton ha mascherato ogni suo protagonista come a voler sottolineare che l’inconscio e l’animo umano non hanno volto ma sono espressione soggettiva di chi guarda: è una presa di consapevolezza dell’immagine metaforica costruita da milioni di individui stereotipati e convenzionali che essa rappresenta in una vera e propria figura oscura, l’apparenza, specchio del conformismo sociale utile/fondamentale per poter essere accettati.
Questi autori si sono cimentati nella ricostruzione o re-immaginazione dei loro mondi e il regista americano, oggi, ne ha compiuto una transcodificazione: un passaggio da un codice narrativo ad un altro. Questa è un operazione che Burton ha condotto in modo molto delicato: essa richiede una sensibilità estrema e una conoscenza totale dei due mezzi espressivi che prima devono convergere, poi mettersi a confronto e trasformare infine l’espressività testuale in espressività diegetica.

Ci si chiede il perché di una trasposizione consapevole di temi, di stili, di tecniche. Ciò che importa, in ultima analisi, è però quello che da essi penetra nelle nostre coscienze: forse la percezione di un’eternità che vibra nel “riconoscere” un colloquio nascosto degli artisti nel corso dei secoli. Questo viaggio “fantastico” intrapreso da Burton ci suggerisce come inserirci in una processione che va verso un’improbabile paradiso, conducendoci nei labirinti più oscuri della nostra mente, in un’altra dimensione fatta di idee, di inconscio, di oscurità e di diversità intellettuale e fisica.
Il dialogo ideale delle esperienze, il cogliere una parvenza di continuità nel riconoscimento di “somiglianze” tra scrittori e cineasti, anche lontani nel tempo, scoprirne i nessi logici che li accomunano, è un processo comparativo che tenta di colmare il nostro vuoto interiore e che ci fa prendere consapevolezza che il concetto di verità assoluta non esiste, essa è sempre legata ad un punto di vista che ne determina la natura.