« Tutto ciò che serve è una brutta giornata per ridurre l' uomo più sano di mente alla follia. Ecco tutto ciò che mi separa dal resto del mondo. Solo una brutta giornata. Tu hai avuto una brutta giornata, una volta. Ho ragione? So che è così. Voglio dire. Hai avuto una brutta giornata e tutto è cambiato. Perché altrimenti ti vesti come un topo volante? »
Il successo della trilogia del Cavaliere Oscuro, di Christopher Nolan, ci ha consegnato una delle migliori interpretazioni degli ultimi 15 anni: quella di Heath Ledger (scomparso nel 2008) nei panni del Joker. Ma cosa veramente rappresenta questo personaggio nell'inconscio collettivo?
Se n'è andato uno dei più grandi artisti degli effetti speciali che Hollywood ricordi. E' morto Ray Harryhausen, aveva 92 anni.
Maestro dell'animazione a passo uno, tecnica con la quale ha inserito creature fantastiche e mostruose all'interno di film girati con attori in carne ed ossa, lo ricordiamo per aver lavorato con registi del calibro di Tim Burton e Peter Jackson realizzando, ancor prima dell'avvento della computer grafica, numerosi effetti speciali di una efficacia straordinaria sopratutto tenendo presente l'epoca in cui furono sviluppati.
Quale sarà la via giusta per trovare se stessi nel cinema? Recarsi nel Paese delle Meraviglie di Burtoniana maniera o svoltare verso il mondo del grande e potente mago di OZ?
Non esiste alcun dubbio che le realtà immaginarie di Alice nel Paese delle Meraviglie e del Grande e Potente Oz siano simili, convergenti nei contenuti più profondi: due grandi registi Sam Raimi e Tim Burton, visionari e innovatori, hanno recentemente rappresentato sul grande schermo questi mondi lontani...
Avete visto Frankenweenie al cinema?
Il nuovo film di Tim Burton, uscito il 17 gennaio nelle sale, è quanto di meglio si può trovare se volete rispondere alla domanda...cosa pensa quest'uomo della società contemporanea? Nella storia uno dei personaggi è una particolare sintesi di rabbiosa inquietudine da parte del regista...Stranella.
Una perfetta capacità di scandire le parole, un aspetto elegante e una voce grave e misteriosa, il tutto condito da una sottile quanto efficace ironia: tutto questo era Vincent Price.
Un attore dall'eclettismo innato e dalla vasta cultura, scaturita anche dalla sua passione per l'arte, che si interessò nel cinema principalmente al genere horror e dopo un'inizio si carriera dedita al teatro esordì sul grande schermo, negli Stati Uniti, nel 1938...
Benvenuti nell'hotel Transylvania, un prestigioso luogo di riposo per mostri in difficoltà gestito dall'esilarante e iperprotettivo Conte Dracula! Qui tutti i mostri potranno spassarsela in armonia esprimendo tutta la loro unica, raccapricciante quando straordinaria natura...
Un posto per le loro famiglie, tutti insieme per un evento speciale: Mavis, la figlia del Conte, è ormai vicina ai suoi 118 anni...la festa è garantita! Esilarante, divertente e ironicamente intelligente in un mix di risate, riflessioni e tanto sano divertimento. Tutto questo è Hotel Transylvania film d'animazione diretto da Genndy Tartakovsky.
Il film, che presenta certamente una storia paradossale, può essere considerato come una risposta alternativa alla solitudine e all'emarginazione dei diversi che fin'ora abbiamo conosciuto nelle pellicole di Tim Burton. L'idea di fondo è stata quella di prendere le icone più classiche del cinema horror e trasformarle in un gruppo di persone straordinarie con reali problemi di sopravvivenza. Ma qui la risposta non sta in una in una solitudine senza vie di uscita o in una "depressa" malinconia esistenziale ma in una sana voglia di aggregazione e divertimento.
L'Hotel è in realtà la ricostruzione di una società reale ed organizzata, è una tutela positiva per i diritti di chi è altro da una normalità che in definitiva spaventa molto di più. Gli umani in questo film, come nell'immaginario Burtoniano, sono le vere bestie da cui guardarsi le spalle.
Notevole è la loro rappresentazione: se infatti i mostri sono ben caratterizzati e definiti gli umani sono piatti, tutti uguali e poco intelligenti. Jonathan, uno di loro per sbaglio capitato nei paraggi, per "sopravvivere" ed essere accettato da questa stramba comunità sarà costretto a travestirsi da mostro.
Ma questo film è anche altro: è la storia di un padre e di una figlia, Dracula è un genitore iperprotettivo, affettuoso e moderatamente ingenuo che crede di poter controllare le cose e in particolare gli sbagli di sua figlia. La famiglia e i problemi ad essa relativi sono il minimo comune multiplo delle vite di tutti i mostri dell'Hotel dipinti, da questo punto di vista, come le persone comuni.
La produttrice Michelle Murdocca afferma: "La cosa più difficile nella vita di un genitore è lasciare che i propri figli diventino indipendenti, non possiamo proteggerli sempre, ci vuole fiducia". Fiducia in loro e nel mondo così temuto da Dracula. Questo film ha tentato insomma un rinnovamento e un passaggio di genere, Hotel Transylvania è una commedia "esagerata" e per certi versi estrema: rappresenta qualcosa di stilisticamente nuovo se consideriamo la monotonia Disneynana.
Un film per tutti, dove ognuno può cogliere ed identificarsi col mostro di turno (elettrizzante è la Mummia data la sua espressività e intraprendenza) apprezzando l'ironia e quel sottile cinismo che si nascondono al di sotto della storia.
Tim Burton lo aveva promesso ed è stato di parola: il cortometraggio che girò nel 1984 dal titolo Frankenweenie è stato riadattato e rielaborato in Stop-Motion. Il film uscirà nelle sale italiane il 17 gennaio prossimo. Sinossi: Victor e il suo amico quattro zampe Sparky sono inseparabili. Quando il cagnolino viene investito da un'automobile, Victor, da sempre appassionato di fantascienza, decide di riportarlo in vita a modo suo: il nuovo Sparky ha però fattezze mostruose ed il ragazzo sarà costretto a nasconderlo in casa per non destare sospetti. Ma il cucciolo riesce a fuggire e Victor dovrà convincere amici e vicini che si tratta del vecchio amico di sempre.
Non esiste progetto più autobiografico di questo: solitudine, abbandono e una difficile amicizia sono le tematiche principali della storia enfatizzate dall'artificiosità dello Stop-Motion. Secondo Burton: " si tratta di un qualcosa di molto personale nel quale ho cercato di mantenere inalterato il cuore della vecchia versione, arricchendolo con dinamiche sociali presenti nel mondo dell'infanzia" la sua difficile infanzia fatta di solitudine e isolamento sociale. Partendo da Tim Burton dunque non si può non tenere conto del tema più caldo al regista di Burbank: i racconti di emarginazione. Storie di personaggi profondamente segnati dalla loro diversità fisica e psicologica rispetto ai modelli veicolati dalla società dell’etichetta e delle convenzioni: in questo contesto Sparky è l'elemento unificatore tra la mancata accettazione sociale del ragazzo e la sua. Scacciati, incompresi e diversamente considerati i due finiscono per esser uno lo specchio dell'altro. Suture, cicatrici e chiodi sostituiscono le ferite interiori di un ragazzo al di là del sistema e del perbenismo sociale fatto di banalità e inutili rituali costruiti su mediocri frasi fatte e preconcetti. Amare Sparky significa per Burton guardare oltre, vedere dentro, superare il conformismo e le inutili apparenze. Se non lo avete mai visto ecco a voi il cortometraggio originale del 1984 più il Trailer del film in Stop-Motion in uscita a gennaio:
Esce l’11 ottobre Paranorman, film d’animazione in stop motion diretto da Sam Fell e Chris Butler e con protagonisti Kodi Smit-McPhee, Casey Affleck, Tempestt Bledsoe e John Goodman.
Il film, prodotto da Laika Entertainment, è girato utilizzando la tecnologia Stop-Motion e sarà distribuito anche in 3-D.
Elettrizzante e mostruosamente divertente, la pellicola è un omaggio ai classici horror anni ’80 con zombie, tombe, cimiteri e tutto il resto.
Una simpatica e ironica rilettura del mondo soprannaturale e della non morte, sintesi della tecnica di Tim Burton applicata allo stile di George A. Romero; il tutto condito da una vivace ironia che sdrammatizza e lo rende un film per famiglie, lanciando allo stesso tempo un sottile e ironico messaggio ai ragazzi più grandi e al loro modo di confrontarsi con ciò che li circonda.
Norman, ragazzo prodigio in grado di vedere gli spiriti, è un eroe (qui ci si discosta dallo stile tematico di Tim Burton): il suo mondo popolato da oscurità e zombie riesce a tirar fuori da lui coraggio, sensibilità e fratellanza per far luce contro le tenebre causate dalla maledizione di una strega che non sarà quello che sembra…
Forte nel film è la tematica riguardante gli stereotipi, le rappresentazioni che per senso comune si attribuiscono all’immagine di una persona. Convenzioni, apparenze e superficialità il tutto fuso dalla verosimile tattilità della Stop-Motion crea un virtuosismo tematico apprezzabile e “tangibile” senza dubbio attivo e funzionale alla buona riuscita dello scorrimento della storia, senza sbavature o affrettate conclusioni ma con un colpo di scena finale (che raramente capita nel cinema d’animazione) nel quale finiscono per confondersi e mescolarsi le sottili linee di confine tra i semplici concetti di bontà e cattiveria. La paura, che se non controllata finisce per cambiare il carattere aprendo le porte al negativo e al pregiudizio, è il collante che tiene insieme tutta la storia che risulta completa, semplice e moderatamente articolata.
Ma cos’è la Stop-Motion? La Produttrice Arianne Sutner lo definisce una vera e propria forma d’arte in cui “i personaggi sono tangibilmente reali; i set che li circondano sono costruiti a mano, e tutto è raffigurato in tre dimensioni”. Anche il Supervisore all’animazione Brad Schiff osserva che “c’è una sorta di anima nella Stop-Motion che nasce dalla tattilità e dal contatto con ciò che si sta lavorando“.
Insomma la tecnica in se, così cara a tanti sperimentatori, è composta da una serie interminabile di fotogrammi realizzati manipolando le ricostruzioni e i personaggi millimetro per millimetro prima di fotografarli per la macchina da presa. E così fotogramma per fotogramma nasce un film in Stop-Motion. Quando tutte queste inquadrature vengono proiettate insieme a una velocità di 24 fotogrammi al secondo ecco l’illusione, ecco la magia, ecco la vita e l’animazione di quei modellini che sembrano svegliarsi e guardare per la prima volta il mondo.
USCITA CINEMA: 11/10/2012
GENERE: Animazione, Commedia, Avventura
REGIA: Chris Butler, Sam Fell
SCENEGGIATURA: Chris Butler
CAST:Anna Kendrick, Leslie Mann, John Goodman, Casey Affleck, Christopher Mintz-Plasse, Jodelle Ferland, Kodi Smit-McPhee
FOTOGRAFIA: Tristan Oliver
MONTAGGIO: Christopher Murrie
MUSICHE: Jon Brion
PRODUZIONE: Laika Entertainment
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
PAESE: USA 2012
DURATA: 92 Min
Chissà cosa ne penserà Tim Burton...esce infatti a ottobre Paranorman, film d'animazionediretto da Sam Fell e Chris Butler e con protagonisti Kodi Smit-McPhee, Casey Affleck,Tempestt Bledsoe e John Goodman.
Il film, prodotto da Laika Entertainment, è girato utilizzando la tecnologia stop-motion e sarà distribuito anche in 3-D.
Elettrizzante e mostruosamente divertente la pellicola è un omaggio ai classici horror anni '80 con zombie, tombe, cimiteri e tutto il resto...
Una simpatica e ironica rilettura del mondo soprannaturale e della non morte, sintesi della tecnica di Burton applicata sullo stile di George A. Romero il tutto condito da una vivace ironia che sdrammatizza e lo rende un film per famiglie.
Sinossi: In una piccola città assediata dagli zombie, gli abitanti devono chiedere aiuto ad un ragazzino incompreso di nome Norman che ha il dono di riuscir a vedere e a parlare con i morti. Oltre agli zombie Norman dovrà vedersela anche con fantasmi, streghe e persone adulte, per salvare la città da una maledizione centenaria.
« Aveva gli occhi neri come quelli di Hagrid, ma del tutto privi del suo calore. Erano gelidi e vuoti, e facevano pensare a due tunnel immersi nel buio. »J.K.Rowling.
Che la delineazione Burtoniana del personaggio emarginato e solitario abbia influenzato la rappresentazione cinematografica di Severus Piton nella saga di Harry Potter?
Nella rappresentazione filmica dei libri della Rowling l'ambiguo quanto solitario professor Piton è certamente la personalità forse più interessante dell'intera storia. Emarginato, austero quanto incompreso, presenta certamente tratti in comune con tutti i personaggi Burtoniani (soprattutto Edward mani di forbice). Come questo personaggio, infatti, Severus nasconde una grande sensibilità, una personalità capace di provare forti sentimenti nascondendo (per necessità e non per convenzione)un animo nobile e genenroso.
Un personaggio che solo apparentemente risulta non espressionista, nell'accezione si intende l'apparente mancanza di sentimenti; l'oggettività con cui il personaggio sembra relazionarsi sono solo un'illusione, una costruzione obbligata per non rivelare la verità: la vastità del suo mondo interiore in cui esiste ed è concepito l'amore. Insomma un Edward più moderno ma ugualmente isolato e sfaccettato prigioniero anch'esso delle tenebre. A differenza però del personaggio Burtoniano non è isolato da una società che non lo comprende ma che, in questo caso, lo costringe al silenzio per pura sopravvivenza.
Un anti-eroe alienato e sofferente che vive la sua interiorità in modo "diverso". Tim Burton avrà sicuramente apprezzato la relaizzazione cinematografica del "suo" più tipico personaggio il quale, in ultima analisi, proprio perchè non di sua totale invenzione, è stato "ripulito" di tutti gli eccessi creativi che a volte caratterizzano il lavoro del regista di Burbank, dando vita ad un effetto più efficace nel comunicare un concetto anticonvenzionale, contro ogni forma di noiosa standardizzazione. Severus Piton è dunque la forma più convenzionale del "diverso" Burtoniano, più sobrio ma ugualmente oscuro ed affascinante. (Nota simpatica delle foto: la straordinaria somiglianza tra i due).
Quante volte parlando di chi è diverso ci riferiamo ad emarginati e stranieri e quante volte non sappiamo osservare con occhi critici la nostra realtà che, spesso, ci esclude e ci allontana da noi stessi? E se si ama l’inconscio anche un po’ macabro, nero e austero di ogni essere umano non si può non amare il suo più grande rappresentante nel campo cinematografico: Tim Burton.
Leggendo molti testi tratti dalla bibliografia a lui associata sia di critica che di descrizione stilistica non si può non notare come egli in tutte le sue geniali ispirazioni Burton metta se stesso, le sue paure, le sua anzie, il suo intero essere. Johnny Depp (il suo attore più rappresentativo e amato) descrive così il suo primo incontro con l’acutissimo regista:“All’appuntamento ad attendermi c’ era un uomo pallido, dagli occhi tristi e dall’ aria fragile, con una capigliatura che non era solo il risultato di una lotta con cuscino, la notte prima…Durante questo incontro avevamo provato reciproco rispetto che si prova per una persona che senti non essere estranea. Ero sicuro che avremmo potuto lavorare insieme e che sarei riuscito a incarnare la sua idea artistica di Edward, se me ne avesse dato la possibilità. E così fu..ero stato insomma salvato da morte certa, dal mondo televisivo della produzione di massa, grazie a un giovane brillante ed eccentrico che aveva passato l’ adolescenza a fare strani disegni, a sbattere la testa contro il muro a Burbank, a sentirsi pure lui strano ed emarginato (ma questo l’avrei scoperto più tardi). E’ riduttivo definirlo un regista. Il nome più impegnativo di “genio” gli si adatta meglio.”
Da ciò che afferma si può cogliere tutta la bizzarria di Tim e il suo rapporto con la vita. L’idea che Depp ha di lui ci riconduce all’ideologia romantica post.moderna che ne fa un soggettivista e un caricaturista. La sua passione per disegni e forme stravaganti (evidenti nei sui film d’animazione) diventano l’espressione di un mal di vivere, di un isolamento interiore, di una innata controtendenza retorica.
Il Tim Burton che giocava da piccolo nei cimiteri è quell’ispiratore dissacrante, è Jack Skeletron di Nightmare Before Christmas (1993), è lo sguardo discriminato del pinguino di Batman o il diabolico barbiere di Fleet Street. In conclusione si segnala tutta la sua filmografia: essa non è affatto commerciale, come sembra, ma rappresenta una nicchia precisa, un isola felice per non tutti i cineasti e per non tutti gli spettatori che molto spesso escono dalle sale interrogandosi sul senso delle sue pellicole. Esse, nonostante siano se non sempre perfette quantomeno geniali, non possono esser viste solo con gli occhi, hanno bisogno di un'amore per l’onirico e un’attenzione non superficiale per la realtà nera e macabra della solitudine e del distacco.
“…domandare se l’arte sia eliminabile
sarebbe né più né meno come domandare se siano eliminabili la sensazione
o l’intelligenza, l’arte è in definitiva intuizione pura”
Benedetto Croce
E’ con queste parole che Benedetto Croce , filosofo e principale
ideatore del liberalismo novecentesco, creatore del Partito Liberale
Italiano, definiva il concetto di arte.
Ma cos’è l’arte in senso oggettivo? Seppur interpretata sempre
nell’ambito di correnti circostanziali è sicuramente vero che l’arte è
innanzitutto creazione di qualcosa che nella sua intrinseca natura è
artificiale e frutto di un pensiero originario, un’intuizione, un’idea
che nella sua genesi non è certamente di ordine naturale o
meccanicistico ma frutto della “luce” intellettiva del genere umano. L’arte è dunque posta ad un livello superiore rispetto alla natura, è espressione di un mondo interiore. Aristotele
evidenziò invece come la creazione dell’opera d’arte permette la
materializzazione dell’idea e quindi la sua manifestazione.
Quest’idea è però scaturita esclusivamente dalla mente dell’artista e
non può essere equiparata alla concezione platonica di bellezza
assoluta, oggettiva e naturale.
Correnti quali il romanticismo, l’espressionismo e successivamente
tutte le avanguardie di inizio ‘900 sono convenute alla concezione di un
prodotto artistico frutto si un soggettivismo intrinseco: l’arte è la
rappresentazione materiale dell’anima. Anche il funzionalismo
contemporaneo derivato dal cosiddetto nichilismo Vattimiano è sempre in
senso individuale un esperienza interiore di collocazione di un arte che
deve sopravvivere nella non-arte, nel funzionale, nel superfluo di un
mondo consumistico e capitalista. Un’ importante definizione è
quella di Pier Paolo Ottonello: “Il nichilismo come negazione radicale o
metafisica, è dunque negazione del senso dell’essere e degli enti in
quanto significato e realtà sostanziali, che possono essere tali solo in
quanto fondati nell’assolutezza dell’essere. Nichilismo è dunque,
essenzialmente, l’assoluta negazione di ogni assolutezza, che percorre
le strade o dell’indeterminazione dell’essere e degli enti o
dell’univocità radicale essere nulla”.
L’espressionismo tedesco, legato anche al mondo del cinema (Tim Burton ne offre un esempio nel suo cortometraggio Vincent),
ci offre spunti interessanti nella direzione di un arte che non è
imitazione dei processi freddi e ripetitivi della natura ma una sorta di
scassinatura dell’espressività interiore attraverso immagini e parole
monto più intense che, nella loro rappresentazione mentale della realtà,
si distaccano totalmente da schemi rigorosi. La creatività come espressione dell’interiorità dell’uomo è
la vera essenza della pittura, della scultura, del cinema e della
letteratura che senza la componente “umana” sarebbe solo una fredda
ricostruzione della realtà comunque filtrata da un interiorità.
Dunque ha senso affermare che non può esistere l’arte come imitazione
totalizzante della natura e che questa non potrà mai essere
un’espressione dei più rigorosi processi naturali, dove all’intelligenza
si sostituisca il meccanicismo più radicale, perché se così fosse non
toccherebbe all’uomo ma al mondo stesso, al pianeta, all’universo.
Per comprendere questo tipo di soggettivismo estremo ecco un
intervento di E. di Stefano sul personalismo di Edvard Munch,
famosissimo pittore espressionista autore del celebre Urlo: “Come
Kafka, anche Munch non cessa mai di sentirsi misteriosamente colpevole e
perseguitato dai propri spettri. E nei suoi quadri non farà altro che
“scrivere” e “riscrivere” la sua vita: un’autobiografia dell’anima per
immagini, o meglio un’anatomia delle catastrofi dell’Io, impridente
nell’intensità, provocante nei mezzi. Chi guarda sbatte contro
quell’ansia e vi riconosce la propria: non vi è dubbio che tra i
pittori, Edvard Munch è colui che più di ogni altro, ha saputo dare
volto alla psiche moderna.”
Dare un fisionomia alla psiche, all’interiore, una concretezza
all’anima più nascosta è arte: ecco cosa fa la differenza con il mondo
che ci circonda e ciò che permette all’uomo di essere davvero immortale
ed eterno.
Quando ci si appresta a mettere a confronto due menti creative non si
può non cominciare da ciò che più è evidente: Hollywood, oggi, possiede
due talenti di indubbia capacità e affidabilità, ovvero Tim Burton e Christopher Nolan.
Entrambi sono a tutti gli effetti eredi di grandi nomi quali Kubrick,
Spielberg e Cameron e si apprestano a divenire simbolo di queste
stagioni cinematografiche.
Registi atipici nel panorama americano, Tim Burton e Christopher Nolan,
rielaborano in modo differente ma ugualmente grande l’immaginario di
massa attraverso sintesi ardite e nuove. Da prodotti di matrice
“industriale”, che vivono all’ interno della cultura convenzionale,
essi, costruiscono una linea di confine, di separazione (sottile ma
indistruttibile) dove il prodotto finito, il film, è frutto di
un’ambiguità le cui aspirazioni autoriali ed esigenze commerciali si
fondono e si intrecciano.
Tralasciando
volutamente i rispettivi stili, è obbiettivo di questo articolo
comparare i loro metodi e le loro visioni riguardo l’ adattamento
cinematografico di un noto personaggio della DC Comics: Batman
La più grande presa di posizione dei due registi nei confronti del
personaggio riguarda la metodologia narrativa e il registro: Burton, per
il suo strepitoso film del 1989, utilizzò uno stile grottesco e
fantastico, col quale si inaugurò un modo del tutto originale di
trattare l’ingenuo, quanto affascinante, mondo dei fumetti.
Nolan, dal canto suo, scelse di sottrarsi al mondo dell’irreale per
concentrarsi invece su un mondo più “tangibile”, concreto, dove mafia e
criminalità sono un’incarnazione contemporanea della malavita mondiale.
Se
per entrambi Batman è un anti-eroe oscuro e inquieto è sicuramente
importante rilevare che lo schema del personaggio burtoniano sembra
essere marchiato per sempre da un trauma di ossessione che costringe
l’eroe a vestire gli abiti del pipistrello. Il Bruce Wayne di Nolan
invece sembra avere una scelta, percepito come un eroe “a tempo”,
capitato a Gotham per caso e pronto a ripartire.
Detto questo, non è nell’ uomo pipistrello che troviamo le maggiori differenze stilistiche, ma nel suo più acerrimo nemico: il Joker
La sua nascita, nel film di Burton, è chiara e anch’essa conseguenza di
un evento traumatico. L’acido trasforma un delinquente con un’identità
precisa nel clown dal grottesco e artistoide aspetto. In Nolan, nel "Il Cavaliere Oscuro" il secondo capitolo dopo "Batman Begins", c’è stata invece la volontà di consegnare questo personaggio alla metafisica, alla non esistenza identitaria.
Non sappiamo chi è, non sappiamo come si chiama realmente, non ha
né un passato né uno scopo profondo e questo lo rende superiore al
personaggio interpretato da Jack Nicholson
ma allo stesso tempo, meno pericoloso e più “ingabbiabile” in un
sistema convenzionale e conformista rispetto al ruolo del “cattivo”. Con
un’ottima interpretazione di Heath Ledger,
il personaggio, è senza dubbio meno terreno, più fobico e spaventoso
(basti pensare che racconta ogni volta in modo diverso il perché del suo
strano “sorriso”) ma meno pregnante in senso diegetico.
Al contrario, il Joker burtoniano è senz’altro più sviluppato verso
una concezione di una vita criminale dove l’arte dell’happening (cioè
quella che irrompe nella vita con la propria carica distruttiva e
iconoclastica) è posta al centro. E’ la trasformazione dell’uomo
l’obbiettivo finale, vuole lasciare un segno su Gotham. E’ dunque un
boss, un delinquente e un artista schizzato. La forza che Buton gli dà è
proprio questa chiarezza negli obbiettivi, è una minaccia concreta a
tutta la città.
E’ un esibizionismo narcisistico che corrisponde all’ interminabile
scontro interiore tra l’essere e l’apparire che secondo Burton
caratterizza la comunità di Gotam City.
Christopher Nolan invece tinge Batman di una moralità più spiccata,
l’uomo in se non ha fobie, è “normale” nel senso più stereotipato del
genere, cerca solo di sostituirsi ad una burocrazia e a delle
istituzioni corrotte, specchio della nostra attuale e soprattutto reale
società.
Non ci resta dunque che attenderere il 19 agosto: uscirà infatti nelle sale cinematografiche "IlCavaliere Oscuro - il Ritorno" terzo ed ultimo episodio della saga targata Nolan....
“È un progetto davvero divertente. La storia è ovviamente un classico, con immagini, idee e concetti molto iconici. Ma tutte le versioni cinematografiche fatte sinora… insomma… non ne ho mai vista una che avesse un vero impatto su di me. Viene sempre fuori qualcosa che mostra una serie di strani eventi. Ogni personaggio è strambo, e Alice non fa che vagare da un incontro all’altro, risultando quasi solo come un osservatore. Il mio obiettivo è quello di fare un film interessante e coinvolgente che esprima un po’ della psicologia del libro, e porti freschezza alla storia mantenendone la natura classica. E, sapete, realizzarlo in 3-D stereoscopico è perfetto, visto il materiale di base. Quindi sono molto eccitato, non vedo l’ora di realizzare questa versione che, sì, sarà nuova, ma avrà anche tutti gli elementi che la gente si aspetta di trovare”.Tim Burton
Il reverendo matematico e scrittore inglese Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, pubblicò per la prima volta Le avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie nel 1865. La leggenda vuole che si tratti di un racconto orale, da lui quasi interamente improvvisato, narrato per intrattenere tre piccole sorelle: Lorina Charlotte, Alice e Edith Liddell, impegnate in una gita in barca con lui e il reverendo Robinson Duckworth. Dodgson era solito inventare le fiabe per affascinare i bambini cui talvolta doveva badare e possedeva un talento straordinario per la narrazione estemporanea. La storia, successivamente trasposta per iscritto, usando lo pseudonimo di Lewis Carroll, fu integrata dai disegni di Jonh Tenniel, un grande pittore e illustratore inglese, divenendo un cult-letterario della cultura popolare americana.
In Alice in Wonderland, Tim Burton e la sceneggiatrice Linda Woolverton hanno lavorato sul materiale di Carroll creando a tutti gli effetti dei personaggi “nuovi”, inseriti logicamente in una trama ben definita. Questo processo ha causato una voluta presa di distanza dall’anarcoide stile carrolliano: non più incontri accidentali in un universo privo di leggi (persino il tempo può essere fermato all’ora del tè) bensì relazioni ben strutturate e organizzate in modo organico da tutti i personaggi della storia. Il paese delle meraviglie descritto da Carroll è in effetti un gioiello di nonsense e surrealismo.
L'obbiettivo comune è che l’eroina possa liberare il sottomondo dalla dispotica tirannia della Regina Rossa (o Regina di Cuori) uccidendo nel giorno “Gioiglorioso” il Ciciarampa. Burton decide di cambiare direzione al racconto di formazione e cala Alice in una progressione dagli stratificati significati allegorici. Il momento di presa di coscienza e di passaggio dall’adolescenza all’età adulta è simboleggiato dallo scontro con il terribile drago nero e il suo vittorioso esito. Il Ciciarampa rappresenta le difficoltà più aspre che la vita pone davanti a ogni individuo, in un percorso formativo che è pieno di ostacoli. Tali opposizioni sono sia interne che esterne al soggetto, alla protagonista, che è chiamata comunque ad uno sforzo, ad un sacrificio per superare tutte le barriere e festeggiare così il giorno della maturità.
Nei romanzi esso è il simbolo del puro nonsense, Burton capovolge questa figura mantenendone soltanto gli aspetti visivi legati a illustrazioni visionate in precedenza. Ne scaturisce un essere gotico, feroce e allegorico che ingaggia un violento scontro con Alice sul campo di battaglia della lotta finale tra i due eserciti. Con la testa del drago viene giù definitivamente anche il malinconico senso di esclusione di parecchi personaggi Burtoniani, gli esclusi, gli outsider dei film precedenti che cercavano vanamente il proprio spazio nella società, finendo inevitabilmente ai margini.
In ultima analisi il dato più interessante di questo film è il fatto che va a costituire una sorta di terzo capitolo della saga di Carroll: da un lato si rinuncia al fedele rifacimento, dall’altro ambisce a una sorta di prosecuzione e reinvenzione del mito stesso. In Lewis Carroll non c’è nulla di apertamente gotico, fondamentalmente ha ben poco di dark, di macabro e interpreta il fiabesco in un senso completamente differente da come lo intende Burton, ma comunque è possibile un’ individuazione di elementi comuni tra il narratore inglese e il regista americano: il primo è l’indubbia capacità di entrambi di immaginare e poi generare mondi alieni, mondi “altri”, alternativi a quello reale. Mentre in Carroll però questi viaggi surreali, nei sovra mondi ideali, sono solo estemporanei, in Burton rappresentano un rifiuto deciso del reale. Il secondo punto riguarda l’attenzione alle problematiche dell’infanzia: il romanziere e il cineasta hanno tutt’altro che una visione positiva degli adulti. È sulla base di queste caratteristiche che Tim Burton utilizza il mondo utopistico carrolliano per ambientarvi una “propria storia”, lasciando il proprio marchio di fabbrica su un mito della cultura popolare americana. In conclusione è importante sottolineare che l’elemento che imprime maggior forza al film è quello visivo; attraverso l’immagine, con la propria oscura e melanconica visione, Burton contamina il sottomondo, trasformandolo in una realtà parallela e gotica.
Il passaggio dal sopra al sotto segna anche l’accesso dalla luce all’oscurità: una luminosità che paradossalmente è tinta di bianco. In superficie, infatti, sfoggiano affascinanti cromatismi neutri che contrastano con l’oscurità del sottomondo: in questo luogo magico è insita una vera e propria esplosione coloristica. Tutto si risolve, dunque, in termini di cromatismo estremo e di elementi estetici che frantumano di fatto i cartoon disneyani. Essi avevano depositato nell’immaginario collettivo, a cominciare dai continui cambiamenti d’abito di Alice, non più stretta negli stereotipi tipo abitino bianco o azzurro, acconciatura sempre a posto, visino angelico, un’idea troppo innocua e innocente, e secondo Burton troppo convenzionale e superficiale. Ciò che è conforme e che risolve i propri deliri interiori nell’immaginario Disney è dissacrato da Burton, il concetto di lieto fine espresso dal film è infatti l’unica violazione al suo stesso stile e insieme alla danza finale, la Deliranza, è l’unico aspetto incomprensibile e ingiustificato nella realizzazione di questo progetto.
Nessun “investigatore di menti umane” avrebbe mai potuto pensare che il nuovo film di Tim Burton, Dark Shadowspossedesse elementi di spicco riguardante la crisi del mondo occidentale. In questo nuovo film, tratto da una soap opera statunitense degli anni ’70, ragione e irrazionalità convivono nel vampiro Barnabas Collins: in sé fonde insieme un racconto di emarginazione, una storia d’amore impossibile e una tematica tanto cara al regista, il diverso che tra i “normali” finisce per apparire molto più “umano” e profondo rispetto al contesto sociale.
Il concetto di familismo, avidità e superficialità emerge con prepotenza sin dalle prime scene del film dove fanno da contraltare l’amore non corrisposto e la dissomiglianza tra l’animo di Barnabas e l’ostinata aspirazione all’apparire della famiglia Collins. Perché familismo? Tim Burton dimostra anche in questa pellicola tutta la sua avversione per le forme ipocrite di benevolenza, lega tutti i personaggi (tranne il Vampiro e la Strega) al filo diretto del denaro e del potere, della materialità e del cinismo finendo per staccarli, isolarli dal contesto cittadino, a volte dalla storia stessa.
Insomma un film in cui è chiaro l’intelletto, la personalità e il cuore dell’autore (regista) che grazie alla sua soggettività palesa sullo schermo un’interiorità creativa ed ironica che ci concede qualche risata di gusto quà e là.
E non c’è da stupirsi, ne da rimanere delusi sul poco spessore che, nell’economia della storia, assume la relazione tra Barnabas e Victoria, personaggio assolutamente trascurato ed “emarginato” dai temi reali del film. Se infatti la strega Angelique altro non è che il cieco capitalismo, il denaro e il potere rifiutati nella loro aridità da Barnabas, il duo Victoria/Josette richiama quell’amore puro, dai colori intensi di Edwardiana memoria ma che in questo contesto non sono stati considerati da Burton fondamentali per la storia che voleva raccontare.
Una favola oscura, un ennesimo esempio di “poetica della divesità”, la storia di un essere “inaccettabile” ma tuttavia compreso in un universo famigliare fallimentare. I suoi parenti colgono un anomalo quanto funzionale punto di ripartenza per una ripresa, per una scossa che i “normali”e convenzionali non sono più in grado di dare, nella sua originale natura di vampiro ed immortale. Barnabas se confrontato col personaggio di Edward mani di Forbice risulta meno isolato, più vittima di se stesso ma allo stesso tempo rappresenta il “bambino anziano” incapace di rapportarsi col mondo esterno, coi suoi progressi e le sue tecnologie. Un’altro parallelismo possibile è con Oliver Twist: il personaggio tratto dai racconti di Charles Dickens possiede una personalità apparentemente fragile ed è anch’esso vittima di violenze, soprattutto di tipo psicologico. Accanto ad Oliver, così come a Barnabas, è presente un nucleo famigliare che non è altro che la traslazione ideale dei problemi del protagonista, come se le loro fragilità prendessero corpo e vita nei consanguinei.
Ma dove sono dunque le novità, la nuova frontiera verso cui Tim Burton si è spinto in questa pellicola? E’interessante notare come Angelique, la strega malvagia, sia assolutamente una rappresentazione atipica per il regista: alla furbizia, alla celestialità e alla doppiezza della “donna gatto” sostituisce nella costruzione di questo personaggio l’invidia, l’amore non corrisposto e l’aridità d’animo. Elementi nuovi nella rappresentazione della donna, molto più convenzionale e dunque meno interessante è infatti Victoria che rientra in standard già visti: la morte per Angelique sarà infatti l’unica via di salvezza in una realtà di isolamento e di totale assenza di valori, la decisione di renderla simile ad una bambola di porcellana, tanto bella quanto fragile, risulta elemento comparabile all’altrettanta fermezza di Barnabas e della sua “nuova famiglia”che con lui ritroverà sicurezza e convinzione. Barnabas è dunque l’elemento riempitivo di un vuoto assoluto, un vuoto che di fatto finisce per distruggere Angelique che va letteralmente in pezzi nel momento del trapasso.
Tim Burton, dunque, ci ha resi partecipi della sua idea di famiglia, della convinzione che il falso perbenismo sia il vero male, che nessuno può arrecarsi il diritto di conoscere le teorie del diverso e di adattargli un’etichetta fissa. Insomma con questo film (non un capolavoro, ma una pellicola efficace) familismo, crisi economica e umana si incontrano e si riorganizzano in chiave soggettiva, in chiave Burtoniana, senza la pretesa di elevarsi a dottrina universale.