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lunedì 3 febbraio 2014

Iran - La svolta di Teheran sull'Olocausto

"È stata una crudele tragedia [...] che non deve mai ripetersi mai più". Così ha definito l'Olocausto il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif in un'intervista rilasciata ieri al network tedesco Phoenix. La dichiarazione ha un tono diametralmente opposto a quella del precedente governo di Ahmadinejad, con il quale l'Iran ha peraltro vissuto uno dei suoi momenti più difficili a livello internazionale.

mercoledì 22 gennaio 2014

Siria - Ginevra 2, una perdita di tempo?

Getty Images
Si apre oggi a Montreaux, in Svizzera, la conferenza di pace conosciuta anche come Ginevra 2 per discutere una soluzione alla lunga guerra civile siriana. La vigilia dell'incontro è stata caratterizzata dalla proposta del segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon d'invitare al tavolo dei negoziati l'Iran, incontrando la ferma opposizione dei ribelli siriani che hanno minacciato di boicottare l'appuntamento. Per questo la comunità internazionale ha deciso di fare marcia indietro, lasciando così fuori da questo importantissimo confronto un paese il cui peso regionale risulta invece determinate per un'eventuale accordo.

lunedì 20 gennaio 2014

Iran - Prende il via l'accordo nucleare di Ginevra

Chissà se la scelta della data per iniziare quello che tutti sperano sia il nuovo corso dell'Iran sia stata casuale o meno. Nello stesso giorno di trentatré anni fa venivano infatti liberati dopo ben 444 giorni di prigionia gli oltre cinquanta ostaggi dell'ambasciata americana a Teheran, mettendo fine ad uno dei momenti più tesi del rapporto Usa-Iran di questi ultimi anni.
Allora i due rivali si vennero incontro, ma ciò non bastò comunque a risollevare un rapporto che è rimasto incrinato per oltre trent'anni. Riusciranno Obama e Rohani ad esorcizzare il fantasma di quanto seguì quest'anniversario?

venerdì 8 novembre 2013

Iran - Rohani, il nuovo deus ex machina del Medio Oriente?

A Ginevra domina un ottimismo come non lo si sentiva da parecchi anni. Oggi infatti si sono incontrati in Svizzera il segretario di Stato americano John Kerry e il suo omologo iraniano Mohammad Javad Zarif per discutere sul nuovo accordo per il programma nucleare di Teheran. La questione è particolarmente sentita dai suoi vicini (Israele in testa) che temono possa portare l'Iran a dotarsi della bomba atomica, innescando una corsa al nucleare in tutto il Medio Oriente. 
Adesso invece ci si spinge a paragonare l'incontro tra Kerry e Zarif addirittura ad un evento di portata storica, ossia la premessa per la riapertura dei canali diplomatici tra USA e Iran interrotti dalla lontana rivoluzione del 1979. Ma la prudenza in questi casi è sempre d'obbligo.

martedì 19 febbraio 2013

Bahrein - La rivoluzione che scotta

Un centinaio di morti, quasi tremila feriti e altrettanti arresti, duemila finiti sotto tortura e altri cinquecento che sono stati cacciati via dal proprio paese. Questo è il drammatico bilancio in due anni di rivolte di un popolo che avendo la sciagura di trovarsi in un importante crocevia d'interessi del Medio Oriente viene quasi ignorato dalle grandi potenze. Non importa quanto sangue venga versato e quanti diritti vi siano violati. Ci troviamo nel Bahrein degli al-Khalifa, nel Paese della rivoluzione scomoda.


martedì 8 gennaio 2013

Qatar - Il nano che volle farsi gigante


Che differenza c’è tra uno sceicco e un ex-vicepresidente? Nessuna se parliamo di televisione visto che l’emiro Hamad al-Thani e il democratico Al Gore sono entrambi fondatori di un canale d’informazione, rispettivamente Al Jazeera e Current TV. La storia ha voluto che due figure così antitetiche finissero per incontrarsi al volgere del nuovo anno, perché Al Jazeera ha da poco messo in atto l’acquisto di Current TV per sfruttarne le risorse in modo da sbarcare di peso nel mercato americano e sfidare direttamente in casa dei mostri sacri come la Cnn e Fox. Si tratta solo di affari o c’è dell’altro?



martedì 13 novembre 2012

Siria - Autunno siriano


Molti analisti concordano, o meglio sperano, che l'imbarazzante assenza dell'America durante le rivolte nel mondo arabo venga riscatta dal secondo mandato di Obama, a cominciare proprio dallo scottante dossier siriano che col passare del tempo ha dirottato l'opinione pubblica dalle fiamme dell'indignazione al carbone dell'assuefazione. Considerando gli intoppi operativi a cui deve far fronte la nuova amministrazione (Congresso ostile in primis) è difficile prevedere quale sarà la sua effettiva capacità di manovra, ma intanto il mondo arabo si muove per la sua strada e da Doha sembrano arrivare anche delle buone notizie.

martedì 2 ottobre 2012

Il bluff di Hormuz


Ad un mese dall'Election Day che annuncerà al mondo quale America verrà nei prossimi quattro anni, il Medio Oriente continua ad affilare le sue armi in vista dello scontro finale tra Israele e Iran. I tamburi da guerra questa volta li ha suonati per primo il premier israeliano Netanyahu, il quale all'Assemblea delle Nazioni Unite è tornato a paventare la minaccia nucleare degli ayatollah servendosi anche di una bomba disegnata su un foglio. L'avvertimento non poteva essere più esplicito: se l'Iran dovesse raggiungere (e non mancherebbe poco) uno stadio sufficientemente avanzato per realizzare un'arma atomica, la comunità internazionale avrebbe il dovere di rompere ogni indugio e lanciare una rappresaglia anche militare.
La controparte ovviamente non ha mancato di rispondere per le rime sia ad Israele che agli Stati Uniti, protagonisti nei giorni scorsi di un'esercitazione navale congiunta con i loro alleati nello stretto di Hormuz, corridoio su cui passa una buona fetta del traffico d'idrocarburi mondiale che Teheran ha minacciato più volte di bloccare. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo, appunto, un mare.
In realtà la partita degli stretti è meno decisiva di quanto si possa pensare. Da una parte le petromonarchie stanno valutando percorsi alternativi come oleodotti e simili. Inoltre, lo stesso Iran non avrebbe nulla da guadagnarci perché la mossa non solo fornirebbe il casus belli perfetto per un attacco occidentale, ma irriterebbe alcuni dei suoi maggiori alleati tra cui la Cina, che non vedrebbe di buon occhio la destabilizzazione di una fonte di rifornimento così importante.
Una guerra tra Israele e Iran insomma difficilmente dovrebbe passare per questo tratto di Golfo persico, dove più che incrociare le armi si preferisce sondare lo sguardo dell'avversario per indovinare la sua determinazione. La strada per il conflitto ad ogni modo potrebbe aprirsi in maniera non meno ambigua di questo teatro...

lunedì 11 giugno 2012

Lassù sulle montagne del Caucaso


Il Caucaso, terra di montagne e caleidoscopio di culture, che purtroppo il più delle volte non sono mai riuscite ad avvicinarsi e per questo, una volta liberati dai freni del gigante sovietico, hanno dato il via a numerosi conflitti: di tipo asimmetrico come il terrorismo ceceno degli anni novanta o più convenzionali come la guerra tra Russia e Georgia di appena quattro anni fa. E data la prossimità dell'area con il turbolento Medio Oriente ogni sommovimento di questo corridoio montuoso fa subito drizzare le orecchie delle grandi potenze.
A mettere più ansia per il momento è l'Azerbaijan, un Paese ricco di idrocarburi e alleato chiave dell'Occidente e d'Israele contro l'Iran, verso il quale muove rivendicazioni di carattere etnico-territoriale e controversie (anche con la Russia) per lo sfruttamento delle risorse nel mar Caspio. Una rendita quella diplomatica ed energetica che ha portato Baku sulla strada di una crescente e preoccupante militarizzazione. Non solo contro gli iraniani, perché il nemico principale restano quegli armeni che appoggiarono con le armi la secessione del Nagorno Karabakh. Da allora sono passati quasi vent'anni, ma essendo i due paesi tecnicamente ancora in guerra le loro truppe in zona non mancano di spararsi ogni tanto, com'è successo pochi giorni fa in un villaggio lungo il confine conteso, dove hanno perso la vita cinque soldati azeri e tre armeni.
C'è poi l'altro incomodo: la Georgia. Dopo l'umiliante sconfitta della guerra contro la Russia e la perdita dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, la promettente Tblisi che sarebbe dovuta entrare presto nella Nato e nell'Unione Europea sembra essersi ripiegata su se stessa. L'economia ristagna ed è fortemente dipendente dagli aiuti internazionali, mentre in politica di fatto esiste solo la fazione del Presidente Saakashvili, che i partiti d'opposizione non hanno mai voluto legittimare con la presenza in un Parlamento secondo loro (e anche dell'OCSE) eletto illegalmente. La normalità potrebbe tornare nel prossimo voto di ottobre, sempre che il governo non insista ad andare contro la candidatura del leader dell'opposizione Ivanishvili. Questo popolare miliardario, la cui ascesa politica è stata paragonata a quella di Silvio Berlusconi, avrebbe una cittadinanza sia georgiana che russa, a cui se ne aggiungerebbe una terza francese che secondo una legge introdotta proprio dall'attuale Presidente lo priverebbe di quella nativa, escludendolo così dalla competizione elettorale. Per fortuna il parlamento, forse spaventato dal prevedibile malcontento, ha approvato una legge che consente anche ai cittadini Ue di essere deputati e la sfida potrà dunque cominciare.
Una curiosità: poco prima dell'apertura degli europei di Polonia-Ucraina, la Georgia che l'Azerbaijan hanno deciso di unire le forze per candidarsi all'edizione del 2020. Chissà che posto sarà il Caucaso per quel giorno...


martedì 15 maggio 2012

Ti odio e poi ti amo


Il rapporto tra il Likud e Kadima è molto simile ad una tormentata storia d'amore, anche perché ha il suo momento fondante proprio in un divorzio. Kadima nasce da una costola del Likud guidata da Ariel Sharon, che grazie al suo carisma spiana la strada alla sua creatura ed essa vince le sue prime elezioni nonostante l'improvviso ritiro del suo fondatore (dal 2006 Sharon è ridotto in uno stato vegetativo). I centristi governano fino al 2009, quando nonostante il primo posto alle urne devono cedere lo scettro all'avversario Netanyahu che ha saputo costruirsi meglio le alleanze, ma non lesinano per lui insulti e critiche, tantomeno in occasione della recente ipotesi di elezioni anticipate che facevano ventilare un accordo del Likud con la vecchia nemesi laburista.
Come non detto perché alla fine l'accordo lo hanno fatto proprio il Likud e Kadima, formando un nuovo governo che non solo porterà a scadenza naturale il mandato, ma ridimensiona drasticamente il peso dei numerosi alleati più oltranzisti (la soglia per entrare nella Knesset, il parlamento israeliano, è difatti molto bassa) che con i loro veti incrociati hanno portato all'attuale stallo istituzionale.
Dalla crisi insomma il governo di Netanyahu esce ancor più rafforzato e la cosa non ha mancato di destare qualche preoccupazione, soprattutto in merito ad un confronto con Teheran. La tentazione di attaccare non è mai stata così forte: l'America è inibita dalle presidenziali e per corteggiare l'elettorato ebraico ha stanziato la bellezza di 600 milioni di dollari solo per l'istallazione dello scudo missilistico Iron Dome, la primavera araba stenta a fiorire avversari degni di nota, l'Europa è in panne e gli amici dell'Iran, Russia e Cina, sono entrambi occupati in una delicata transizione al vertice. Praticamente nessuno sembrerebbe per il momento in grado di opporsi ad un'iniziativa che non è detto neanche che sortisca gli effetti sperati, visto che lo stesso capo della sicurezza interna, Yuval Diskin, ha dei forti dubbi al riguardo. E nel frattempo la questione palestinese continua a fare la povera cenerentola...

lunedì 5 marzo 2012

Un'asimmetria elettorale


Il 2012 è un anno significativo non solo per i timorati di apocalissi maya, ma anche per tre importantissimi appuntamenti elettorali (Russia, Francia e Stati Uniti) e l'imminente Congresso del Partito Comunista Cinese. Ieri si è svolta intanto la prima di queste consultazioni, vale a dire le presidenziali russe, anche se è difficile trovare qualcosa di appassionante nel raccontarla. Costretto a cedere temporaneamente il Cremlino al fido Medvedev per il limite costituzionale di due mandati presidenziali consecutivi, Putin ha avuto il suo trionfale ritorno con oltre il 60% di preferenze e la possibilità di tenere un mandato di due anni più lungo.
A questo punto qualcuno starà già speculando sulle prossime elezioni nel 2018, le quali potrebbero dare al buon vecchio Vladmir una longevità politica da record sovietico, anche se è lecito dubitare che la Russia di allora sarà ancora in grado di esaudire l'attuale volontà di potenza. Esistono infatti molte incognite (costi e sostenibilità) sulla durata della sua rendita energetica, come pure sulla proiezione che potrà avere in un vicinato che Cina ed Unione Europea (sempre che questa non imploda per le proprie storture) stanno allontanando progressivamente dal suo abbraccio. A quel punto ben poco impedirebbe di tornare alla disillusione e alla disintegrazione degli anni Novanta, il cui coma è certamente finito ma ha lasciato l'orso in una lunga e non ancora superata convalescenza. 
Passa quasi in sordina invece un'altra elezione che si è svolta in Iran per rinnovare il Parlamento. Anche qui all'apparenza è il trionfo del conservatorismo, perché nonostante i candidati di Ahmadinejad abbiano incassato una sonora sconfitta a gioire non sono i riformisti, ma i deputati vicini alla Guida Suprema Ali Khamenei. Il risultato in realtà è l'ultimo atto di una rivalità tra le due massime autorità del paese scatenata dalle manovre del Presidente di rafforzare il proprio potere a scapito delle autorità religiose e che per questo vede ora compromesso il futuro della sua fazione. 
Altra questione cruciale è il volto che avrà la politica estera di Teheran, dopo che l'assertività di Ahmadinejad ha portato al contempo ad un ruolo maggiormente incisivo dell'Iran nel mondo (abbozzando un rapporto con l'arcinemesi americana) ma ha sollecitato più del dovuto i nervi israeliani, che leggono nella rinnovata iniziativa iraniana un piano volto a mobilitare il fronte musulmano contro di loro. 
Si presume quindi che con l'ago della bilancia a favore di Khamenei l'Iran avrà un approccio più prudente, ossia discrezione nei rapporti con i vicini (e nessun contatto con gli Stati Uniti) allo scopo di far dimenticare l'aggressività di Ahmadinejad e alleggerire eventualmente la pressione delle sanzioni. Lasciando però aperta l'incognita nucleare, quanto basterebbe a spingere Israele ad approfittare dell'incertezza politica per scatenare il suo lungamente preparato attacco preventivo. In tal caso l'apocalisse sarebbe già una realtà più concreta. 

venerdì 10 febbraio 2012

Limes 1/12: Protocollo Iran


Questa settimana è uscito il primo numero di Limes del 2012, intitolato "Protocollo Iran". Il paese infatti ha fatto parecchio parlare di sé negli ultimi tempi: dai sabotaggi alla crisi dello stretto di Hormuz, passando per il programma nucleare e l'imbarazzante alleanza con la traballante Siria di Assad. E per fare il punto anche sulla primavera araba che sta compiendo il suo primo anno e che ha ancora molti nodi da sciogliere.

giovedì 2 febbraio 2012

L'imbarazzo di Hamas


E' di qualche giorno la notizia che il leader del movimento palestinese Hamas, Khaled Meshaal, ha lasciato definitivamente la sua residenza in Siria per trasferirsi nella Giordania di Re Abdullah. L'evento ha prontamente sollevato un polverone sulle conseguenze che esso potrà avere nell'asse siro-iraniano. Ed è significativo che ad accompagnare Meshaal nella sua nuova sede sia proprio un emiro del Qatar, quartier generale della rete Al Jazeera, il canale che ha dato voce alle rivoluzioni nella regione.
La scelta di Hamas riflette sostanzialmente il cambio che la primavera araba sta comportando nell'immaginario collettivo del Medio Oriente. La caduta dei trentennali regimi filo-occidentali ha infatti tolto a Teheran e Damasco (più la succursale libanese di Hezbollah) l'esclusiva della lotta allo status quo e i nuovi protagonisti che si fanno strada tra le ceneri dei loro predecessori promettono, pur affrontando una serie di problemi ancora irrisolti, di agire in maniera più assertiva e indipendente rispetto al passato. 
Un futuro che però non avrebbe posto per una ferocia come quella di Assad, il quale con la "fuga" di Hamas vede alzarsi intorno a sé l'ennesimo muro. Il regime di Damasco dovrebbe cominciare a interrogarsi seriamente. 


domenica 1 gennaio 2012

Verso la terza guerra del terrore?


Le acque di Hormuz stanno ribollendo di nervosismo. Arrivo di nuove sanzioni, blocco degli stretti, mobilitazione della marina americana, esercitazioni missilistiche degli iraniani e imminente minaccia che Teheran entri a far parte del club nucleare: questa è la sequela di eventi che stanno caratterizzando l'attuale crisi tra l'Iran e gli Stati Uniti. 
Un rapporto sempre difficile (non esiste ambasciatore statunitense sul suolo persiano da almeno trent'anni) che in più di un'occasione ha declinato verso toni bellicosi e ha avvicinato pericolosamente il fiammifero della guerra su una delle micce più pericolose del Medio Oriente. Ma poi questo conflitto può davvero scoppiare?
Sulla carta il fiero leone iraniano non ha grandi speranze di resistere alla colossale aquila americana. Ma sa pure che con i militari sparpagliati da tutte le parti e stanchi di fare da poliziotti globali, le elezioni presidenziali da qui a dieci mesi e la fine del precedente status quo mediorientale, Teheran potrebbe anche guadagnarci qualcosa se fa la voce grossa. Bisogna vedere fino a dove potrebbe arrivare questo gioco al rialzo. E come in tutte le scommesse una delle parti rischia sempre di pagare salato.