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mercoledì 22 gennaio 2014

Ucraina - Voci d'interventismo per fermare la carneficina

La situazione ucraina peggiora di giorno in giorno. Ormai non si contano più soltanto feriti, circa 160 se ci limitiamo agli scontri dall'inizio della settimana. Ad aggravare il quadro è la notizia che questa notte a Kiev sarebbero morti tre attivisti, due dei quali uccisi a colpi di arma da fuoco dalla polizia. 
La linea dura adottata dal presidente Yanukovich, che non si è opposto neppure alla recente entrata in vigore delle nuove leggi anti-repressione, sta trasformando il paese in un campo di battaglia che nessuno sembra in grado di evitare. 

lunedì 30 dicembre 2013

Russia - Volgograd e Daghestan, gli spettri dello zar Putin

Ore di terrore a Volgograd, meglio nota con il suo vecchio nome di Stalingrado che viene associato ad una delle battaglie più epiche e decisive della seconda guerra mondiale. Nell'arco di una giornata due attentati dinamitardi ad opera di gruppi jihadisti del Daghestan hanno colpito una stazione e un autobus della città uccidendo almeno una trentina di persone.
La strage è avvenuta a non molta distanza dalla città di Soci, dove tra poche settimane si disputerà la ventiduesima edizione dei Giochi olimpici invernali. Ma a caratterizzare questa violenza non è soltanto la vicinanza al luogo di un importante evento internazionale. Per l'attuale presidente Vladimir Putin l'area richiama infatti alla mente più di un brutto ricordo.

martedì 10 dicembre 2013

Siria - Il massacro dimenticato

All'indomani dell'accordo raggiunto tra Stati Uniti e Russia sullo smantellamento dell'arsenale chimico di Bashar al-Asad, la comunità internazionale si è affrettata a salutare questa proposta come un'inaspettata ancora di salvezza. Per Obama era l'unico modo di evitare un conflitto impopolare e dagli esiti molto incerti; a Putin (il principale promotore dell'idea) ciò ha consentito di guadagnarsi un po' di prestigio ed evitare la perdita di un importante alleato regionale; infine ai principali rivali del Golfo (Israele, Arabia Saudita, Iran) non è dispiaciuto il mantenimento di un caos che in fondo garantisce molta più stabilità di un accelerato cambio di regime. Ma nonostante siano già passati alcuni mesi la situazione nonostante la minore attenzione dei media è ben lungi dall'essere migliorata.

venerdì 22 novembre 2013

Ucraina - Yanukovich torna nelle braccia di Putin

Una guerra combattuta a suon di cioccolatini e merendine. Tra le ultime, incredibili trovate del Cremlino per allontanare l'Ucraina dall'Europa al Cremlino c'è stata quella di boicottare i dolci della casa Roschen, di proprietà dell'ex ministro Petro Poroshenko che per questo ha dovuto mettere in esubero centinaia di dipendenti. Il messaggio per Kiev non poteva essere più chiaro: se scegliete l'Europa vi ritroverete senza il vostro principale mercato e per la vostra economia sarà la fine.

mercoledì 20 marzo 2013

Cipro - Al salvataggio dell'euro (e del gas)

La tempesta su Nicosia purtroppo non è ancora finita. La sonora bocciatura del Parlamento sui prelievi forzosi avrà anche salvato i conti in banca dei ciprioti, ma il disperato bisogno di soldi del governo potrebbe farlo ripiegare sui fondi per le pensioni per ottenere le garanzie che servono a strappare l'assegno all'Europa appena schiaffeggiata. Bruxelles sa tuttavia che non gli conviene inimicarsi troppo l'isola, perché qui la posta in gioco non riguarda solo il salvataggio dell'euro, ma una risorsa strategica che potrebbe rivelarsi tanto una cuccagna che un colossale abbaglio.

martedì 5 febbraio 2013

Russia - Non è un paese per gay (e non solo...)

Anton Krasovsky non è un giornalista sprovveduto in Russia: ha lavorato per il canale NTV di proprietà della Gazprom, ha condotto diversi programmi ed è stato scelto persino per curare la campagna elettorale di uno dei candidati delle ultime presidenziali, il miliardario Mikhail Prokhorov. Ma il suo ottimo curriculum non gli è comunque bastato ad evitare il licenziamento nella rete Kontr.tv. La sua colpa? Aver ammesso in diretta di essere omosessuale in un paese dove ormai è diventato persino proibito parlarne.

sabato 19 gennaio 2013

Il mondo ogni settimana - Numero quattro

Eccoci con il consueto appuntamento settimanale delle notizie dal mondo. I protagonisti che la Tana ha scelto in questa settimana sono innanzitutto l'Algeria per lo spettacolare quanto controverso sequestro in un impianto energetico che funge da esplicita rappresaglia per l'intervento occidentale nel Mali.
Seguono gli Stati Uniti che dopo la serie di stragi e assalti in varie città del paese sembrano determinati ad applicare un controllo molto più severo delle armi.
Torna infine il Pakistan che vede un aumento dell'incertezza politica per l'ordine d'arresto del premier Ashraf. Buona lettura :)

sabato 12 gennaio 2013

Il mondo ogni settimana - Numero tre

Dopo la pausa natalizia torna finalmente la rubrica settimanale degli Esteri, scusandomi in anticipi per il madornale vuoto di due settimane.
I tre paesi che la Tana sceglie come protagonisti di questa settimana sono il Venezuela che ha visto la replica del mistero di Los Roques e vive l'incertezza della presidenza Chavez. Segue la Francia che si appresta a intervenire nel disastrato scenario del Mali ed è stata teatro di un misterioso omicidio che risuona fino alle montagne dell'Anatolia. E concludiamo infine con il Pakistan che inizia purtroppo il 2013 con una serie di tensioni interne ed anche esterne. Buona lettura. ;)

giovedì 27 settembre 2012

La roccaforte d'Europa


Per quanto possa suonare strano anche nell'algida quanto remota Bielorussia si vota. Si è votato per modo di dire (per chi fosse interessato erano le legislative) visto che non esiste un'opposizione in grado di impedire al presidente Alexander Lukashenko di arrivare a festeggiare vent'anni di regno incontrastato. E purtroppo più passa il tempo e meno sono le speranze che l'ultima dittatura d'Europa imbocchi la strada della democrazia.
Fino a qualche anno fa il contesto era abbastanza favorevole: Minsk si trovava in mezzo a vicini dove tra alti e bassi il multipartitismo aveva stabilmente attecchito e persino l'Ucraina con la rivoluzione arancione sembrava destinata a finire nell'orbita occidentale come la Georgia, una delle più fervidi sostenitrici dell'ingresso nella Nato per goderne in primo luogo del prezioso ombrello protettivo. Se tale processo fosse giunto a piena maturazione, la Russia Bianca si sarebbe trovata in una situazione alla lunga imbarazzante e potenzialmente esposta ad un rischio contagio anche nei suoi confini.
Ma un bel giorno la Russia ha ricominciato a ruggire e il povero Lukashenko si è finalmente sentito meno solo. Poi anche gli allievi più promettenti (Ucraina e Georgia) hanno cambiato idea e sono scivolati in rigurgiti autoritari che invece di riportarli nell'abbraccio di Mosca li ha resi invece più vulnerabili per un'eventuale spartizione tra chi è rimasto fedele alla bandiera dello zar.
A questo proposito nel 2012 è stato mosso il primo passo per la costruzione dell'Unione Euroasiatica, una sorta di Unione Europea orientale, con la creazione di un'apposita Commissione e l'abbattimento delle frontiere tra Russia, Kazakistan e ovviamente Bielorussia. I più entusiasti parlano già di moneta unica e di estendere le adesioni persino a vecchi compagni come Ungheria o Repubblica Ceca. Il nuovo spazio sarà ancora immaturo, sebbene la sua nascita rappresenti una legittimazione per quei regimi che ai diritti costituzionali preferiscono offrire un'alternativa a quel modello occidentale che per poco non li ha assorbiti. Il problema è se questi paesi nella fretta di sfuggire uno squalo non finiscano per incappare nelle fauci di un altro...



martedì 7 agosto 2012

Queste ragazzacce...


Come stanno filando lisce le cose in Russia, dove l'amato sovrano Vladmir è finalmente ritornato dopo un fastidioso intervallo durato quattro lunghi anni. Peccato che la dolce quiete venga guastata di tanto in tanto da coloro che non sanno apprezzare chi dona al suo popolo tanta sicurezza. Prendi ad esempio quei giovani che corrono dietro a un gruppo di cantanti scostumate che si fanno chiamare Pussy Riot e per essere alla moda si mettono ad attaccare il governo. Ma che aspettano a togliere di mezzo queste piantagrane?
Detta così la scena può suonare ridicola, ma è proprio quello che sta accadendo in Russia al gruppo punk sopracitato, la cui colpa di aver intonato una canzone contro Putin e per di più dentro una chiesa minacciava di costargli addirittura sette anni di carcere. La pena sarebbe stata poi ridotta a tre durante il processo, giusto perché l'illuminato zar di fronte alle proteste dentro (l'ex-patron di Yukos, Khodorkovsky ha parlato d'inquisizione) e fuori (Bono e Madonna tra i nomi più eccellenti) non ci teneva a fare una figura da tiranno sfacciato, anche se nel frattempo le giovani accusano una carcerazione che non brilla per cortesia. Ed è di pochi giorni la notizia che un altro gruppo musicale, i Makulatura, sarebbero finiti in prigione per un motivo simile, merito delle nuovissime leggi anti-dissidenza approvate a giugno. Un'atmosfera davvero incoraggiante a quattro anni esatti dall'inizio della guerra tra Russia e Georgia...



lunedì 5 marzo 2012

Un'asimmetria elettorale


Il 2012 è un anno significativo non solo per i timorati di apocalissi maya, ma anche per tre importantissimi appuntamenti elettorali (Russia, Francia e Stati Uniti) e l'imminente Congresso del Partito Comunista Cinese. Ieri si è svolta intanto la prima di queste consultazioni, vale a dire le presidenziali russe, anche se è difficile trovare qualcosa di appassionante nel raccontarla. Costretto a cedere temporaneamente il Cremlino al fido Medvedev per il limite costituzionale di due mandati presidenziali consecutivi, Putin ha avuto il suo trionfale ritorno con oltre il 60% di preferenze e la possibilità di tenere un mandato di due anni più lungo.
A questo punto qualcuno starà già speculando sulle prossime elezioni nel 2018, le quali potrebbero dare al buon vecchio Vladmir una longevità politica da record sovietico, anche se è lecito dubitare che la Russia di allora sarà ancora in grado di esaudire l'attuale volontà di potenza. Esistono infatti molte incognite (costi e sostenibilità) sulla durata della sua rendita energetica, come pure sulla proiezione che potrà avere in un vicinato che Cina ed Unione Europea (sempre che questa non imploda per le proprie storture) stanno allontanando progressivamente dal suo abbraccio. A quel punto ben poco impedirebbe di tornare alla disillusione e alla disintegrazione degli anni Novanta, il cui coma è certamente finito ma ha lasciato l'orso in una lunga e non ancora superata convalescenza. 
Passa quasi in sordina invece un'altra elezione che si è svolta in Iran per rinnovare il Parlamento. Anche qui all'apparenza è il trionfo del conservatorismo, perché nonostante i candidati di Ahmadinejad abbiano incassato una sonora sconfitta a gioire non sono i riformisti, ma i deputati vicini alla Guida Suprema Ali Khamenei. Il risultato in realtà è l'ultimo atto di una rivalità tra le due massime autorità del paese scatenata dalle manovre del Presidente di rafforzare il proprio potere a scapito delle autorità religiose e che per questo vede ora compromesso il futuro della sua fazione. 
Altra questione cruciale è il volto che avrà la politica estera di Teheran, dopo che l'assertività di Ahmadinejad ha portato al contempo ad un ruolo maggiormente incisivo dell'Iran nel mondo (abbozzando un rapporto con l'arcinemesi americana) ma ha sollecitato più del dovuto i nervi israeliani, che leggono nella rinnovata iniziativa iraniana un piano volto a mobilitare il fronte musulmano contro di loro. 
Si presume quindi che con l'ago della bilancia a favore di Khamenei l'Iran avrà un approccio più prudente, ossia discrezione nei rapporti con i vicini (e nessun contatto con gli Stati Uniti) allo scopo di far dimenticare l'aggressività di Ahmadinejad e alleggerire eventualmente la pressione delle sanzioni. Lasciando però aperta l'incognita nucleare, quanto basterebbe a spingere Israele ad approfittare dell'incertezza politica per scatenare il suo lungamente preparato attacco preventivo. In tal caso l'apocalisse sarebbe già una realtà più concreta. 

venerdì 9 dicembre 2011

Vent'anni dopo l'Urss, la Russia rispolvera i carri armati in piazza

L'8 dicembre 1991 veniva firmato a Belavezha l'atto che sanciva la scomparsa dell'Unione Sovietica e poneva fine non solo ad una superpotenza ma anche ad un sistema politico dai meccanismi rigidi ed oppressivi. E quando il successivo 26 dicembre venne definitivamente ammainato il rosso telo del comunismo per lasciare il posto al nuovo tricolore bianco, blu e rosso, si alimentarono fin da subito le speranze che anche la Russia si sarebbe aperta al libero mercato, ma innanzitutto alla democrazia.
Ora sono passati vent'anni da quel doloroso passaggio e guardando all'economia si può affermare tranquillamente che molte cose sono cambiate: la Russia di oggi è un protagonista rilevante dello scenario economico internazionale, grazie alle sue sterminate (ma non eterne) riserve di idrocarburi con cui alimenta Occidente e Oriente e ai suoi stretti legami commerciali con l'Europa, a cominciare dal nodo tedesco.
Si può dire lo stesso della politica? A ben vedere pare di avere di fronte la parodia di uno stato democratico tra leader osannati a livelli quasi staliniani, una stampa imbavagliata ed elezioni palesemente sabotate. Ci sarebbe anche da sorridere se non fosse giunta la notizia che Mosca potrebbe essere presidiata addirittura dall'esercito e dai carri armati. Direi che lo Zar Putin sta decisamente esagerando. Il malcontento verso di lui è senza dubbio aumentato, ma non ancora al punto da minacciare la sua posizione. Ha senz'altro fallito miseramente nel presentare al pubblico un risultato elettorale "credibile" e le proteste sono il minimo che poteva aspettarsi. Speriamo solo che il suo nervosismo non conduca ad una versione moscovita di Tiananmen.

P.S.
Il ventennale dalla dissoluzione dell'Urss merita comunque di essere ricordato con quello che considero come uno degli inni nazionali più belli della storia (non a caso è stato ripristinato anche come inno dell'attuale Federazione Russa, sebbene con un nuovo testo):