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lunedì 5 novembre 2012

La proprietà e la libertà


Ieri sono usciti i primi dati sulla seconda rata dell'IMU e i rincari che si prospettano sono a dir poco stratosferici con punte del 2.000% in più per un affitto con contratto concordato a Venezia! Gli effetti di questo nuovo aggravio fiscale non risparmierà proprio nessuno: dai proprietari di immobili agli affittuari, dai negozianti alle imprese. E tranne quei pochi privilegiati che reggono bene nonostante la crisi, il colpo per tutti gli altri potrebbe compromettere la situazione in modo irreversibile.
A tale proposito mi veniva da riflettere su un aspetto importante che sta alla base della nostra moderna democrazia e che il crescente peso fiscale sta seriamente minacciando: il rapporto tra proprietà e libertà individuale. Tutte le rivoluzioni moderne, quelle almeno che hanno avuto un successo duraturo, sono partite infatti da una borghesia che aspirava a disporre più liberamente delle proprie risorse e per affrancarsi così da un potere che grazie al suo predominio/monopolio era in grado di dettare le condizioni che andavano esclusivamente a suo vantaggio.
La progressiva liberalizzazione della società e il conseguente diffondersi della proprietà privata sono andati di pari passo con lo sviluppo della democrazia, poiché il grado di efficienza di quest'ultima era direttamente proporzionale alla redistribuzione delle risorse. Una redistribuzione che non potrà mai essere perfetta, ma che deve garantire al cittadino quel minimo che gli serve per condurre un'esistenza dignitosa tra cui rientra appunto la casa. Chiunque dispone della sicurezza di un tetto e del cibo può infatti occuparsi di questioni più complesse e avere un ruolo più attivo in una società contribuendo a ridiscuterla ed eventualmente a migliorarla.
Chi si vede privato di un tetto perché troppo oneroso da mantenere a causa delle tasse e affitti saliti alle stelle al contrario si vedrà costretto dalla necessità ad essere sempre più dipendente da soggetti più forti (banche, strozzini o datori di lavoro senza scrupoli), ai quali basterebbe sventolare lo spettro della povertà in faccia ai loro creditori per tenere a bada qualsiasi contestazione. E ciò consentirebbe a pochi di mantenere un vantaggio che non si riduce a chi ha una Ferrari e chi si deve accontentare di una Panda, ma va anche a scapito dell'indipendenza di coloro che solo per sopravvivere si vedono intrappolati in questa sorta di ricatto.
Risanare il settore bancario in crisi di liquidità è senza dubbio una delle priorità che ci chiede l'attuale situazione, ma minare troppo alla sostenibilità del singolo rischierebbe d'invertire buona parte di quello che abbiamo conquistato nel processo democratico. E ciò alla lunga restringerebbe anche il mondo economico, il quale destinerebbe il meglio delle sue risorse ad una clientela formata prevalentemente di super ricchi, un po' come funzionava nell'ancien régime quando coloro che più somigliavano al consumatore di oggi erano degli aristocratici...

sabato 15 settembre 2012

La centrifuga iberica


Per dei lunghi mesi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha provato in tutti i modi ad evitare il salvataggio della Spagna. L'importante era che l'opinione pubblica percepisse che Madrid non sarebbe finita sotto tutela della troika Ue-Bce-Fmi, seguendo quindi il destino piuttosto deprimente dei fratelli minori greci o portoghesi.
Con lo spread che saliva di giorno in giorno neanche dovesse andare di pari passo con le torride temperature dell'estate tuttavia anche la più orgogliosa delle cicale è dovuta scendere a patti con le nordiche formiche. Il discorso di Mario Draghi avrà sicuramente indorato una pillola che nel caso di Atene è stata talvolta somministrata con gratuita cattiveria, ma per avere i soldi bisognerà comunque rispettare determinate condizioni, che la popolazione ha già associato all'arrivo di nuove misure d'austerità.
A peggiorare le cose ci si mettono le comunità autonome, le quali fiutando l'aria che tira hanno espresso un'insofferenza come mai prima d'ora. Il caso dei Paesi Baschi è noto a tutti, ma a far parlare di sé ultimamente è la Catalogna con l'ultima "Diada de Catalunya" (11 settembre), una manifestazione intrisa di forte orgoglio nazionalista che ricorda la caduta di Barcellona in mano alle truppe reali borboniche nella guerra di successione spagnola (1700-1714). Di solito questa celebrazione raccoglieva qualche decina di migliaia di persone, mentre quest'anno ha registrato l'incredibile cifra di un milione di partecipanti. Nulla di così sorprendente se un recente sondaggio ha rivelato che i catalani sarebbero per la maggior parte favorevoli ad un divorzio dagli spagnoli, o castigliani a seconda dei punti di vista.
L'integrità del regno non è minacciata soltanto dalle paure della gente, ma anche da quelle di un mondo politico che grazie alle casse di risparmio locali ha saputo costruire una rete di potere ben radicata. Peccato solo che queste reti si siano spesso dimostrate amministratori incompetenti (la Catalogna ad esempio a dispetto della sua grande ricchezza è sull'orlo della bancarotta), contribuendo ad aggravare la crisi in tutto il paese. E adesso che l'Europa chiede alla Spagna riforme strutturali in cambio di aiuti per la sua dissestata economia, il governo di Rajoy si troverà costretto a intervenire anche su questi potentati che hanno messo da parte le loro pulsioni secessioniste proprio in virtù della non-ingerenza. Riuscirà la nave spagnola a uscire dalla bufera senza finire a pezzi? Il braccio di ferro è appena cominciato.



venerdì 7 settembre 2012

Un sospiro di sollievo?


Mario Draghi ha finalmente parlato: la Bce potrebbe acquistare in modo illimitato i titoli di stato a breve scadenza. Erano mesi che si aspettava questo segnale per rassicurare i mercati, per i quali i malati d'Europa come la Spagna o l'Italia (per la Grecia chissà...) hanno finalmente una solida istituzione pronta a garantire per loro. Il voto non è stato unanime, sebbene a votare contro è stata la sola Bundesbank preoccupata che il nuovo piano anti-spread faccia deragliare il treno delle riforme virtuose.
Nonostante gli sviluppi degli ultimi mesi abbiano svelato più volte la dannosità di certi pregiudizi (che sono costati la vita di alcuni governi), c'è ancora chi si ostina a voler intrappolare l'Unione in una morsa deflattiva per il solo amore del rigore o magari per mantenere la posizione di vantaggio commerciale che determinati paesi mitteleuropei hanno saputo costruire grazie all'architettura comunitaria.
Detto ciò gli amanti dell'austerity non hanno di che temere: gli aiuti della Bce saranno comunque vincolati al rispetto dei programmi di risanamento, i quali con questo piano saranno almeno risparmiati dal continuo nervosismo delle borse che non si accontentavano dei sacrifici imposti a mezzo continente per rimandarne il funerale. Questo non vuol dire che la crisi è sul punto di essere invertita, e i suoi effetti purtroppo si faranno sentire ancora a lungo sulla gente, ma che sarà più facile tenere la situazione sotto controllo in attesa di una congiuntura più favorevole.
A Draghi, attualmente uno dei nostri migliori rappresentanti all'estero, va riconosciuto il merito di aver preso la decisione forse più coraggiosa di un'Unione finora troppo timida per le sfide che ha davanti. Speriamo che questo basti a sopravvivere in un mercato impazzito per la troppa ricchezza accumulata e persa nel vuoto della speculazione. Non resta che incrociare le dita.

sabato 4 agosto 2012

Che fine ha fatto la Turchia in Europa?


Sono passati quasi sette anni dall'inizio ufficiale dei negoziati tra Unione Europea e Turchia per l'adesione di quest'ultima al club di Bruxelles. Il processo di avvicinamento (che risale fin dagli anni sessanta) è stato e continua ad essere lungo e tortuoso per varie ragioni: quella religiosa di chi vuole che l'Unione resti un'entità coesa dalle comuni radici cristiane, quella immigratoria che vede nell'ingresso di Ankara una corsia preferenziale per milioni di immigrati turchi (mentre prima si gridava all'idraulico polacco...), quella politica che osteggia l'entrata di un paese che forte dei suoi ottanta milioni di abitanti sconvolgerebbe gli equilibri del Parlamento europeo.
All'inizio i turchi furono molto dispiaciuti di essere trattati da candidati di serie B rispetto ad un est europeo che è stato invece inglobato a tempo di record. Dovevano sentirlo come una specie di tradimento di quell'occidente a cui dopo il collasso ottomano-asiatico avevano deciso di guardare con crescente insistenza. E così la Turchia di oggi ha deciso di diversificare le sue aspirazioni, tenendo in vita quanto basta il processo di adesione ma sfruttando anche il suo maggiore grado di sviluppo nell'area mediorientale per esercitarvi un'influenza come all'epoca della Sublime Porta.
Oggi questa ristrutturazione strategica, per la quale alcuni hanno coniato appositamente il termine di neo-ottomanesimo, pare aver rovesciato le priorità di una volta. Ciò è particolarmente sentito con la primavera araba di cui Ankara vuole sfruttare la scia di cambiamento e apertura per consolidare la sua presenza in una regione un tempo più inaccessibile. Al contrario l'Unione Europea in crisi non è più un'opportunità tanto appetibile, tanto che il governo turco non ha esitato a provocare Bruxelles interrompendo le relazioni con la Presidenza della Commissione Europea quando questa è stata affidata all'ostile Cipro. Anche il popolo che magari teme di venir contagiato dal ristagno economico dell'Eurozona conferma tale disaffezione con una percentuale favorevole all'adesione scesa in dieci anni dal 76% al 38%.
Questa situazione probabilmente farà comodo a quei burocrati che preferiscono rimandare i negoziati per non assumersi la responsabilità di prendere decisioni impopolari. La Turchia potrebbe essere un buon valore aggiunto per l'Europa, ma i tempi si annunciano veramente molto lunghi. Affrontare la questione con tanta leggerezza potrebbe tuttavia essere deleterio, soprattutto se l'Ue dovesse uscire indebolita dal momento cruciale che sta vivendo attualmente. Perché chi è stato tanto disprezzato potrebbe un giorno tramutarsi in un temibilissimo rivale...

martedì 31 luglio 2012

Limes 4/12: La Spagna non è l'Uganda



Da prodigio a nuovo paria dell'Europa, la gloria della Spagna non è mai duratura come già cantava Juan del Encina nonostante l'avvicinarsi dell'apogeo di Carlo V. L'ultimo numero di Limes vuole fare il punto su Madrid, lasciando dunque il suo sguardo su un continente che nella crisi si sta giocando il futuro geo strategico. E anche per comprendere meglio le ragioni di questa ennesima decadenza iberica, dietro la quale non mancano comunque le possibilità di ripartire. 

domenica 1 luglio 2012

Assalto alla cancelliera


La stampa e i media si sono affrettati a celebrare quella che pare una doppia riscossa del nostro paese nei confronti della Germania. Prima di tutto l'ennesima, almeno nelle competizioni ufficiali, e meritatissima vittoria della nazionale di calcio contro i tedeschi nella semifinale degli Europei. Affiancata il giorno dopo dal cosiddetto trionfo di Mario Monti (oltre che dello spagnolo Rajoy e del francese Hollande) nell'ultimo vertice europeo.
Che questo segni l'avvento della tanto attesa coalizione mediterranea negli equilibri dell'Unione è ancora presto per dirlo e al risultato mancano comunque all'appello gli Eurobond. Ma e' sicuramente finita l'era del rigore a tutti i costi, anche a scapito della crescita, che secondo quanto concordato in questi giorni dovrebbe godere di un fondo salva stati per gli stati più virtuosi (come l'Italia o la Spagna, appunto), da una maggior ruolo della Bce come garante e, questa sì che sarebbe un'importante novità, dall'introduzione dell'agognata Tobin Tax sulle transazioni finanziarie. Un buon inizio, purché non siano i soliti annunci da burocrati che poi cadono nel vuoto...

venerdì 29 giugno 2012

Greci ammazza greci


Nel mare in tempesta su cui naviga l'Unione Europea gli sforzi dell'equipaggio sono tutti concentrati a non lasciarsi arenare sulle spiagge greche o spagnole. Ma tra le acque agitate della crisi si nasconde un piccolo scoglio che minaccia di aprire nuove e pericolose falle nello scafo. Quel pezzo di roccia è l'isola di Cipro.
Ancora una volta a complicare la vita dei ciprioti è il sempiterno legame con la Grecia, che negli anni settanta fu sul punto di annetterla scatenando per questo l'intervento turco che da allora ha diviso con le armi e i mattoni la minoranza turca dal resto della popolazione. 
Qualche anno più tardi arrivò la riscossa con l'Europa e un benessere nutrito in buona parte dall'euforica quanto fumosa crescita di Atene, una cuccagna che le banche cipriote hanno provato ad agganciare anche in vista del futuro sfruttamento dei giacimenti marini di gas appena scoperti. 
Infine l'amaro epilogo con l'Acropoli che cade in frantumi e lascia in eredità alle banche di Nicosia delle somme in perdita per loro inimmaginabili. Il presidente Dimitris Christofias (nella foto a sinistra) si è perciò trovato a dover scegliere tra chi avrebbe salvato il proprio paese, andando prima a bussare alle porte di Russia e Gran Bretagna che però nel sentire l'aria che tirava non hanno dimostrato particolare entusiasmo. Per rimediare i soldi necessari al più presto non restava dunque che ricorrere al temutissimo piano B, ossia chiedere i soldi alla troika Ue-Bce-Fmi nella speranza che l'imminente presidenza di Cipro nell'Unione (un sovrano malato per un regno cagionevole, quale migliore coincidenza) gli risparmi i diktat imposti da tempo agli altri Stati in affanno...

lunedì 18 giugno 2012

Ritenta, sarai più fortunato



Eccoci di nuovo a parlare del voto in Grecia, dove la politica in perfetto stile trial and error sta cercando faticosamente di mettere ordine in un quadro politico tormentato dalla crisi e dal malessere sociale. La prima volta (6 maggio) non era andata bene: troppe le forze entrate in Parlamento e poche quelle disposte effettivamente ad unire le forze per mantenere il rigore che sta dissanguando il suo popolo. I mercati ovviamente non hanno apprezzato e in mancanza di meglio si è deciso di riprovare un mese e mezzo più tardi, con gli opinionisti che ammazzavano il tempo suonando in maniera più o meno assordante le campane a morto per Atene e forse l'Europa.
Uno dei partiti più favorite, e temute, della seconda tornata era la sinistra radicale Syriza guidata da Alexis Tsipras (nella foto), che nonostante il sorprendente aumento di consensi dal 17% al 27% si è piazzata dietro al partito di centrodestra Nea Dimokratia di Antonis Samaras (29%). Un risultato che soddisfa l'Europa e il resto del mondo perché Samaras rappresenta per loro un interlocutore molto più accomodante. 
Tutto risolto? Naturalmente no, perché le borse dopo l'euforia iniziale sono andate nuovamente in rosso, a dimostrazione che neppure la buona volontà dei greci è sufficiente ad allontanare lo spettro del tracollo generale. Sarebbe il caso di valutare seriamente una riforma della Bce e l'introduzione di Eurobond invece di evocare fantomatiche unioni politiche che non si realizzano certo nell'arco di sei mesi.
Ultima curiosità: il caso ha voluto che il prossimo 22 giugno a Danzica si giocherà un quarto di finale degli Europei di calcio tra la nazionale tedesca e quella greca. Una partita che dati i recenti trascorsi non proprio idilliaci avrà una carica fortemente emotiva e simbolica. A voi la scelta per chi tifare :)




sabato 2 giugno 2012

Ho una banca da mantenere...


Tragico ricatto quello del danaro, non c'è quasi idea che regga alla sua smisurata, delirante potenza. Mentre il nuovo corso europeo (quello per la crescita, s'intende) è ancora in via di costruzione, il vecchio (quello per il rigore) preme ancora sugli stati che tra mille problemi sono chiamati a sottoscriverne l'eredità.
Per fare un esempio in Irlanda si è votato da poco il referendum previsto sul Fiscal Compact e nonostante l'appuntamento non fosse vincolante per la sua approvazione (serve appena la metà dei 25 firmatari), la cattiva reputazione di Dublino come guastafeste antieuropeista suscitava qualche preoccupazione. I rigoristi possono comunque stare tranquilli, perché i risultati registrano una vittoria del sì intorno al 60%: pericolo scampato. 
Non che l'Irlanda avesse molta scelta, altrimenti le navi europee cariche di oro destinato al salvataggio delle sue banche avrebbero sicuramente girato al largo. Ma Berlino non può neppure accontentarsi di questo risultato per rialzare la testa dopo la perdita di Sarkozy, sempre che gli sviluppi futuri non rendano tutto quanto una vittoria di Pirro.
Con l'avvicinarsi delle nuove elezioni greche infatti emergono dei contendenti (Nuova Democrazia e la sinistra radicale di SYRIZA) che pur volendo proseguire il sogno europeo sono anche determinati a rinegoziare le misure d'austerity imposte finora ad Atene. E se questo fronte per la crescita dovesse un giorno venire a maturare, non si potrà dire al sicuro nemmeno il Fiscal Compact accolto or ora nell'Isola Smeralda. I prossimi mesi saranno molto interessanti...

lunedì 7 maggio 2012

Le domeniche elettive


Se dobbiamo dar retta a chi aveva parlato della democrazia come di un noioso intralcio agli illuminati del rigore, allora le elezioni tenutesi domenica in Europa devono aver trasmesso a questi signori un emozione leggermente più intensa, magari non una vera e propria bastonatura, ma almeno una forte scrollata. E il futuro sull'Europa resta comunque tutto da scrivere.
Le promesse di Hollande (in primis la ridiscussione dell'arcigno Fiscal Compact) sono allettanti e la mai sopita grandeur della Francia così maltrattata durante il cosiddetto "Merkozy" potrebbe far passare qualcosa all'atto pratico, sempre che il nuovo presidente si affretti a trovare alleati alla sua causa che altrimenti rischia di finire in un vicolo cieco e aprire scenari ben peggiori del voto greco.
Anche qui infatti si sono tenute delle elezioni molto attese e dalle urne, come previsto, è venuto fuori un equilibrio che definire precario è abbastanza riduttivo: i partiti europeisti (Pasok e Nea Dimokratia) non hanno i numeri nemmeno per governare insieme e hanno lasciato terreno a una galassia di forze radicali (tra cui gli pseudofascisti dell'Alba Dorata con l'urlante Michaloliakos della foto) che esprime un disincanto più che comprensibile ma difficilmente componibile. Una strada dunque ancora più in salita per Atene, sebbene un'eventuale ridiscussione della politica d'austerity adottata finora potrebbe evitare un'uscita dall'euro, se non dall'Europa e i greci almeno questo non lo vogliono, che sembra quasi inevitabile.
Anche la Merkel in fondo ha ricevuto un buffetto con le elezioni, sempre domenica, dello Schleswig-Holstein, in cui l'erosione della sua coalizione con i liberali potrebbe avere effetti deleteri per il voto della prossima settimana nel dieci volte più popoloso Nord Renania-Vestafalia. Non c'è che dire: il popolo è uno stramaledetto guastafeste.

mercoledì 25 aprile 2012

Indigestione all'olandese


Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno. Pochi giorni fa infatti il governo dell'Olanda, che dovrebbe essere tra i paesi più virtuosi del blocco nordico-rigorista, è caduto proprio per colpa delle misure d'austerity volte a ridurre il deficit pubblico. A togliere il terreno da sotto i piedi al premier Rutte è stato il Partito della Libertà di Geert Wilders, forza islamofoba ed euroscettica che grazie al suo appoggio esterno aveva mantenuto in vita un governo dai difficili natali, ma ora si rifiuta di continuare ad appoggiare un esecutivo che, a suo avviso, per mantenere gli impegni con l'Europa attenterebbe alla crescita economica del paese.
Dopo il primo turno delle presidenziali francesi andato male per l'accomodante Sarkozy, la crisi del governo Rutte scompiglia ancor di più le carte sul tavolo europeo, mettendo in crisi (come dice The Guardian) il cosiddetto fronte del rigore e seminando altro panico nei mercati che sono già pronti a ridiscutere la tripla A olandese. Una simile debolezza fa anche il gioco di populisti-antieuropeisti che preferiscono abbandonare il sogno di una casa comune invece di ricostruirla in chiave più egualitaria, eppure la crisi di Rutte potrebbe dare una brusca accelerata ai giochi d'equilibrio che si stanno tenendo nell'Unione.
In attesa delle elezioni olandesi nella prossima estate, da cui non è detto che uscirà ancora una volta un alleato di ferro per la Merkel, il voto del 6 maggio in Francia e in Grecia potrebbe inaugurare un fronte di contrapposizione alle posizioni tedesche come mai prima d'ora. Tutto questo sicuramente appartiene ancora alla sfera dell'immaginario, ma i fatti d'Olanda restano uno smacco molto più tangibile per chi nella sua pretesa di essere inflessibile è arrivato a far bruciare il proprio cortile.

giovedì 19 aprile 2012

L'affanno della politica


C'è una guerra in corso nelle democrazie occidentali, una guerra molto atipica visto che ad affrontarsi non sono due eserciti in carne ed ossa, ma due scienze come la finanza e la politica. Non si tratta proprio uno scontro ad armi pari, poiché uno dei contendenti (la politica) ha tempi e modalità decisamente più lenti dell'altro (la finanza). Col risultato che il governo fatica a correggere le storture lasciate dal frenetico passaggio dell'avversaria e allo stesso tempo la rapidità nonché il peso degli interventi accrescono a livelli insostenibili l'insofferenza sociale.
Ma uno sviluppo del genere è inevitabile per un esecutivo che si preoccupa soprattutto di tranquillizzare il sistema bancario-finanziario, che nella sua ricerca sfrenata del profitto non solo ha scatenato l'attuale crisi economica ma è diventato talmente complesso e volatile (buona parte delle operazioni finanziarie sono svolte ormai da sistemi automatizzati che superano la capacità di elaborazione umana) da essere quasi inafferrabile.
Al confronto la politica, con i suoi iter parlamentari lunghi e combattuti, sembra una tartaruga che insegue una saetta. E ancora peggio si muove la società che si vede continuamente caricata di tasse e di riduzioni dello stato sociale che magari sono ormai insufficienti per un andamento già superato dello spread o del rating. E fino a quanto potrà la politica, e con lei la società, reggere questa competizione? Il trionfo della finanza non è proprio il risultato su cui valga la pena scommettere...

martedì 3 aprile 2012

Limes 2/12: A che serve la democrazia?


E' uscito da pochi giorni il nuovo numero di Limes, intitolato A che serve la democrazia?. Come si capisce dal titolo il tema principale sarà dedicato ad una questione fondamentale degli ultimi tempi: la democrazia è ancora capace di funzionare di fronte ad una crisi economica e una feroce competizione internazionale che ne stanno minando seriamente la credibilità? Oppure l'ascesa dell'economia sulla politica avutasi negli ultimi due o tre secoli di rivoluzioni ha raggiunto ormai un livello tale (come si vede nell'Ue) che la finanza si è trasformata in una nuova forma di assolutismo? Per comprendere meglio queste ed altre domande non resta che leggere il volume.

martedì 27 marzo 2012

Il Portogallo nella tempesta


Se non fosse così determinante per i destini delle politiche nazionali, le oscillazioni dello spread non farebbero battere il cuore a nessuno tranne che agli economisti, Questa febbre del differenziale ha però finito col colpire chiunque e persino chi continua a non avere la più pallida idea del perché ci si peni tanto di un numero. Basta vedere i veri e propri soprassalti dei notiziari quando il Btp a scadenza decennale torna a rompere la fatidica soglia dei 300 nel differenziale dal Bund. Mi chiedo allora cosa dovrebbero fare i portoghesi, che il loro di spread ha superato ampiamente quota 1.000 punti. Sì, perché nonostante la cosa stia passando leggermente in sordina, Lisbona è veramente sul punto di replicare il dramma greco sull'Atlantico, dove le politiche d'austerità chieste dall'Europa hanno già fatto dimettere un governo e stanno scatenando vari episodi di malcontento.
Il possibile naufragio del Portogallo non ha certo colto di sorpresa gli esperti economici, che avevano già da tempo affibbiato ai paesi più vulnerabili (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) l'affettuoso nomignolo di Pigs. Anche l'Italia faceva, e per qualcuno fa ancora, parte di questo club di appestati, ma disponendo di maggiore ricchezza e avendo fatto uso moderato di droghe speculative potrebbe avere (al prezzo di una "cortese" macelleria sociale) buone possibilità di salvarsi.
Tutt'altra storia per i quattro cavalieri dell'apocalisse europea, la cui dipendenza da prestiti e speculazione ne ha gonfiato a dismisura le economie, fino a quando il pallone non è scoppiato e le ha fatte precipitare alla velocità di una meteora. Nel caso del Portogallo il rischio di default sta aumentando in maniera vertiginosa (per dire, il debito pubblico in un anno è praticamente triplicato), ma da parte dell'Eurogruppo stranamente non traspare grande apprensione, a meno di non pensare che vi sia riluttanza a riaprire il portafoglio che è già servito per la Grecia. Si vocifera di un nuovo prestito da 80 miliardi, in cambio ovviamente di altra austerity perché, stando alle parole dello stesso presidente della Bce Mario Draghi, rimanere nell'euro val bene la rinuncia al benessere. E ciò riguarda pure la Spagna che sta mostrando nuovi e pericolosissimi sintomi da intossicazione, contribuendo a diffondere nell'Eurozona il panico di un contagio generalizzato.
Ma torniamo alla domanda di prima: i portoghesi che cosa ne pensano? Da una parte ci sono sempre più proteste come lo sciopero pubblico di giovedì 22 marzo, anche se è difficile credere che riusciranno ad arginare la contrazione degli stipendi e dello stato sociale. Chi può sceglie di emigrare verso le antiche colonie brasiliane o sudafricane, dove si può trovare un'aspettativa di vita anche migliore della madrepatria. E con il cavallo portoghese pronto a mettersi le catene come quello greco si teme che questo differenziale di tenore di vita sia destinato a durare a lungo...

domenica 5 febbraio 2012

La marionetta greca


Sono ore difficili per la Grecia, il cui premier Lucas Papademos si sta consultando con tutte le forze politiche per discutere del nuovo pacchetto di riforme "lacrime e sangue" da far digerire all'opinione pubblica. Anche perché l'alternativa è semplice: no austerity, no al piano di aiuti di Fmi, Bce e Bruxelles per mantenere a galla la moribonda economica ellenica. E senza questi soldi (oltre 100 miliardi di euro) ben poco si potrebbe fare per arginare una bancarotta che minaccia di aprire una breccia fatale nella cittadella europea.
La Grecia non sarà in un commissariamento in piena regola, ma poco ci manca. Il suo destino, e quello della sua gente, è veramente appeso ad un filo o meglio ai tanti fili di coloro che in cambio di denaro ne condizioneranno profondamente il futuro.


venerdì 6 gennaio 2012

2002-2012: buon compleanno euro?


Sono passati dieci anni dall'introduzione dell'euro. La ricorrenza in realtà è passata un po' in sordina, come se non si volesse disturbare con il rumore dei festeggiamenti il riposo di un malato grave. Perché l'euro sta davvero male e, a meno che l'Unione Europea non decida di maturare in organo più politico, rischia una frantumazione che preluderebbe alla sua prematura scomparsa.
Si parla tanto di Euro del Nord (felicemente coniato da alcuni "Neuro") e di Euro del Sud oppure, per i populisti emotivamente fragili, di semplice abbattimento dell'Eurozona e ritorno ai bei tempi andati delle valute nazionali. Tornare alla lira, al franco o alla peseta sarebbe però qualcosa di semplicemente distruttivo: non solo per la fine di un mercato unico che nel bene e nel male ci ha protetto da super-competitors come i Brics, ma per i costi immensi che dovremmo sostenere per la reintroduzione di una nuova moneta sia dal punto di vista amministrativo che commerciale. Una catastrofe geopolitica forse quasi pari alla dissoluzione dell'Unione Sovietica.
Il 2012 (ma forse anche oltre) sarà un anno cruciale per la sopravvivenza della moneta unica. Certo i sacrifici e la recessione imposta da governi che hanno lungamente ignorato la questione possono sembrare ingiusti agli occhi dell'opinione pubblica e in molti casi l'indignazione è più che giustificata. Eppure questa crisi non è il peggiore degli scenari possibili. L'alternativa all'euro invece sarebbe a dir poco abominevole.

giovedì 5 gennaio 2012

Il rigurgito ungherese


Non tira una bella aria a Budapest. La nuova Costituzione ungherese sembra infatti spostare le lancette dell'orologio indietro di almeno mezzo secolo e rischia d'isolare un paese che ultimamente non sta proprio brillando in fatto di vocazione internazionale. Ma esaurire la questione nel puro e semplice nazionalismo, un tratto che ha sempre accompagnato questo popolo (incredibile la diffusione di nostalgiche cartine sull'antico regno), equivale a voler sottovalutare una deriva assai pericolosa.
Una deriva che trasferisce al governo ampi poteri come quello sulla Banca Centrale, sulla stampa e sulla giustizia e complica questioni come l'aborto, i matrimoni gay e la libertà religiosa. Un paese d'ora in poi esplicitamente benedetto da Dio (cristiano) e chissà che magari un giorno non ritorni anche il Re, visto che il paese non si chiamerà più "Repubblica Ungherese" ma "Ungheria" e la Carta contiene anche qualche vago riferimento alla Corona di Santo Stefano.
L'Europa è preoccupata tanto quanto le migliaia di ungheresi che hanno manifestato per le strade della capitale. E intanto i mercati e il fiorino crollano. Chissà se dall'alto della sua maggioranza di due terzi al premier Viktor Orban gliene importi qualcosa...

martedì 6 dicembre 2011

Limes 6/11: Alla guerra dell'euro



Il primo post ufficiale della Tana lo dedico al nuovo numero in uscita oggi di Limes, l'ultimo del 2011, dedicato alla crisi dell'Euro di cui si parla tanto in queste settimane. Una moneta creata inizialmente per imbrigliare la resurrezione della Germania, ma che adesso tradisce l'assenza di una struttura solida che le consenta di reggere il peso delle economie che le stanno dietro. Un momento cruciale per il nostro continente e una lettura senza dubbio interessante per avere le idee più chiare e meno qualunquiste sulla faccenda.