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martedì 21 gennaio 2014

Repubblica Centrafricana - Una donna per traghettare il paese fuori dalcaos



Agence France Presse
Catherine Samba-Panza, 59 anni ed ex sindaco della capitale Bangui, è il nuovo presidente ad interim della Repubblica Centrafricana. Descritta come una donna combattiva e irreprensibile, la Samba-Panza avrà il compito di gestire il difficile passaggio che porterà i centrafricani alle elezioni previste nel 2015. L'incarico non sarà facile vista la violenza che sta piegando ancora il paese in questi giorni.

venerdì 10 gennaio 2014

Repubblica Centrafricana - Il presidente Djotodia si dimette

Dopo mesi di crisi politica che hanno trasformato la Repubblica Centrafricana in un inferno, il presidente Michel Djotodia e il premier Tiengaye si sono dimessi per facilitare il dialogo tra il gruppo islamista Séléka al governo e i ribelli cristiani vicini al presidente deposto François Bozizé.

venerdì 6 dicembre 2013

Repubblica Centrafricana - Hollande e la Francia neoimperiale

Prima gli affari e poi la guerra. Dopo aver accolto centinaia di imprenditori francesi e africani a Parigi per discutere di cooperazione economica, il presidente François a Hollande torna infatti ad indossare il tricorno per lanciare una nuova "campagna umanitaria" in Africa, questa volta nella Repubblica Centrafricana che dalla caduta del presidente François Bozizé lo scorso marzo è precipitata in un caos ormai fuori controllo.
Un Eliseo (Sarkozy o Hollande, il colore politico nn cambia la sostanza) che si presenta molto più guerrafondaio del peggior Bush jr. se consideriamo che questo è il quarto intervento armato negli ultimi due anni e mezzo dopo la Costa d'Avorio, la Libia e il Mali che nel migliore dei casi hanno prodotto in questi paesi finora 'solo' uno stallo politico.

giovedì 21 novembre 2013

Rudi Garcia: “Sono romano. La Francia può aspettare”.

"Io ct. della Francia? Sono romano". Ha affermato recentemente. "Allenare la nazionale sarebbe la cosa più bella, ma non ora. Ora c’è la Roma da guidare fino alla vittoria, vinceremo contro il Cagliari e rimarremo primi, divertendoci". 

La Roma vola grazie ai metodi di Rudi Garcia. Lo stratega che a dieci anni giocava a Burraco e incantava con le sue strategie tutti i suoi famigliari è oggi il principale responsabile della cavalcata della squadra giallorossa.

martedì 22 ottobre 2013

Italia - Ustica, trent'anni d'inganno

Per la Cassazione non ci sono dubbi: le indagini sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980 in cui persero la vita 81 persone hanno subito un vero e proprio depistaggio. E chiede un nuovo processo contro il ministero della Difesa e dei Trasporti per accertare definitivamente chi siano i veri responsabili di uno dei più grandi misteri del nostro Paese.

lunedì 25 marzo 2013

Repubblica Centrafricana - La fuga del presidente Bozizé umilia l'Unione Africana

Alla fine i ribelli hanno deciso di toglierlo di mezzo. Sono bastate poche ore a spazzare via mesi di trattative politiche tra il presidente François Bozizé e Seleka, la coalizione dei miliziani provenienti dalle regioni settentrionali del Paese che questa domenica ha invaso la capitale Bangui. Qui i rivoltosi hanno occupato immediatamente il palazzo presidenziale, ma di Bozizé nel frattempo si era già persa traccia essendo questi fuggito nella vicina Repubblica Democatica del Congo (RDC).

giovedì 21 febbraio 2013

Regno Unito - Cavallo indigesto per l'Europa

Il ministro britannico per l'Agricoltura, Owen Paterson, lo ha definito un "complotto internazionale criminale" e ha promesso di punire severamente i responsabili. Il motivo? La scoperta che degli hamburger di manzo surgelati venduti nei supermercati inglesi e irlandesi sono composti in realtà da carne equina. Un vero e proprio orrore per le nazioni anglosassoni, dove il cavallo gode di un rispetto paragonabile a quello degli animali domestici più comuni. Lo scandalo delle carni non riguarda soltanto dei palati più esigenti di altri, ma ha delle implicazioni molto più serie.

sabato 2 febbraio 2013

Il mondo ogni settimana - Numero sei

I protagonisti di questa settimana della Tana appartengono tutti al mondo arabo e mediorientale visto che si tratta dell'Egitto, d'Israele e del Mali. Continua la contrapposizione tra il presidente Morsi e il movimento di piazza Tahrir con il preoccupante rafforzamento dell'esercito che sta rendendo la terra dei Faraoni un vero e proprio stato di polizia.
Israele da parte sua vive un parziale disgelo con l'Autorità Nazionale palestinese, anche se proprio per la Cisgiordania raccoglie una condanna da parte della comunità internazionale mentre agisce in modo non molto chiaro nei cieli dell'arcinemesi siriana.
Resta infine il Mali che vede l'irresistibile avanzata della coalizione franco-maliana sebbene la vittoria a portata di mano non garantirà come in molti scenari simili una completa risoluzione del problema. Buona lettura :)

sabato 19 gennaio 2013

Il mondo ogni settimana - Numero quattro

Eccoci con il consueto appuntamento settimanale delle notizie dal mondo. I protagonisti che la Tana ha scelto in questa settimana sono innanzitutto l'Algeria per lo spettacolare quanto controverso sequestro in un impianto energetico che funge da esplicita rappresaglia per l'intervento occidentale nel Mali.
Seguono gli Stati Uniti che dopo la serie di stragi e assalti in varie città del paese sembrano determinati ad applicare un controllo molto più severo delle armi.
Torna infine il Pakistan che vede un aumento dell'incertezza politica per l'ordine d'arresto del premier Ashraf. Buona lettura :)

giovedì 17 gennaio 2013

Francia - Hollande, alla ricerca del consenso perduto

Una delle ragioni che hanno spinto i francesi a bocciare Nicolas Sarkozy nelle ultime presidenziali era il protagonismo fine a se stesso del presidente, con l'aggravante di aver subordinato la Francia all'egemonia tedesca senza riuscire per questo a proteggere la Francia dalla crisi economica. Forse anche per questo lo sfidante François Hollande aveva scelto come slogan elettorale 'Un presidente normale', evocando una sobrietà che avrebbe riportato Parigi al posto che le spetta. E allora perché a meno di un anno dal voto il nuovo presidente è già in caduta libera nei sondaggi?

sabato 12 gennaio 2013

Il mondo ogni settimana - Numero tre

Dopo la pausa natalizia torna finalmente la rubrica settimanale degli Esteri, scusandomi in anticipi per il madornale vuoto di due settimane.
I tre paesi che la Tana sceglie come protagonisti di questa settimana sono il Venezuela che ha visto la replica del mistero di Los Roques e vive l'incertezza della presidenza Chavez. Segue la Francia che si appresta a intervenire nel disastrato scenario del Mali ed è stata teatro di un misterioso omicidio che risuona fino alle montagne dell'Anatolia. E concludiamo infine con il Pakistan che inizia purtroppo il 2013 con una serie di tensioni interne ed anche esterne. Buona lettura. ;)

venerdì 14 dicembre 2012

Il mondo ogni settimana - Numero uno

Nasce oggi una piccola rubrica che uscirà ogni venerdì e sarà dedicata ai fatti più salienti avvenuti nel mondo dal sabato al giovedì precedente.
L'idea nasce dall'esigenza di dedicare i post più corposi ad approfondimenti esteri più originali e stimolanti invece di rincorrere le notizie col risultato di scrivere dei pezzi a volte troppo anonimi.
In questo modo spero di conciliare la copertura della maggior parte degli sviluppi internazionali con un dibattito di maggior spessore.
I protagonisti di questa settimana secondo la Tana sono la Corea del Nord, la Siria e il Venezuela. Ma andiamo con ordine.

martedì 24 luglio 2012

Eurosfascio?


Passata l'euforia delle elezioni di maggio e giugno, che facevano ben sperare in un rilancio del progetto europeo dopo l'ondata di rigore che l'aveva asfissiato, siamo arrivati verso un agosto infuocato da un'Unione più debole che mai e incalzata da tutte le parti. Da dove possiamo cominciare?
Dalla Spagna dove le regioni autonome di Valencia e della Catalogna chiedono soccorso al governo centrale per non finire del baratro e i bonos galoppano oltre quota 600? Dall'Italia che vede il governo dei tecnici ostaggio di partiti impazienti di ricominciare il solito teatrino condito da ambizioni presidenzialiste e ricandidature che vanno e vengono per la gioia dello spread che vola sopra i 500? Dalla Francia in cui la rinascita di Hollande stenta a decollare e i campioni dell'industria continuano a perdere terreno com'è successo alla Peugeot e alla Citroen costretti a licenziare migliaia di dipendenti? O dai paesi germanici leggermente scossi dalla revisione di Moody's del loro outlook da "stabile" a "negativo", magari perché la Grecia complice per l'ennesima volta è sul punto di uscire dall'Eurozona complice una leggerezza da parte dei membri forti di prospettare l'eventualità?
Federico Fubini sul Corriere ha paragonato un simile scenario alle micce che hanno causato la disgregazione di federazioni come quella sovietica o jugoslava. Non è così improbabile se la Bce e l'Ue non si daranno una svegliata con interventi tipo il fondo salva-stati o lo scudo anti-spread, rimasto al palo dagli accordi di giugno. L'Europa infatti continua ad essere sonnolenta in attesa di un'illuminazione o del botto finale. Anche se nessuno ha da guadagnarci in questo ristagno, tantomeno il Bund.


venerdì 8 giugno 2012

Limes 3/12: La Francia senza Europa


Il terzo numero di Limes del 2012 uscito questa settimana è dedicato alla Francia. La scelta ovviamente non è casuale visto che l'elezione del socialista Hollande all'Eliseo ha ridato visibilità ad un paese da sempre ossessionato dalla grandeur, nella ricerca di un ruolo che lo distingua dalla massa amorfa che sia la Nato, l'Unione Europea e qualunque gruppo Parigi si trovi ad abitare. Ambizione a tratti smisurata ma, almeno nell'immaginario collettivo, dal volto buono (del resto Napoleone viene tendenzialmente ricordato come un geniale condottiero, mentre al di là del Reno al meglio sarebbero freddi e pragmatici, quando non esaltati e sanguinari). In attesa di capire che partita vorrà giocare Hollande nell'Europa in via di ricostruzione/distruzione, il volume prova ad analizzare le potenzialità di cui la Francia dispone tanto in ambito continentale che planetario. Una lettura per gli amanti della geopolitica che si annuncia invitante.

lunedì 7 maggio 2012

Le domeniche elettive


Se dobbiamo dar retta a chi aveva parlato della democrazia come di un noioso intralcio agli illuminati del rigore, allora le elezioni tenutesi domenica in Europa devono aver trasmesso a questi signori un emozione leggermente più intensa, magari non una vera e propria bastonatura, ma almeno una forte scrollata. E il futuro sull'Europa resta comunque tutto da scrivere.
Le promesse di Hollande (in primis la ridiscussione dell'arcigno Fiscal Compact) sono allettanti e la mai sopita grandeur della Francia così maltrattata durante il cosiddetto "Merkozy" potrebbe far passare qualcosa all'atto pratico, sempre che il nuovo presidente si affretti a trovare alleati alla sua causa che altrimenti rischia di finire in un vicolo cieco e aprire scenari ben peggiori del voto greco.
Anche qui infatti si sono tenute delle elezioni molto attese e dalle urne, come previsto, è venuto fuori un equilibrio che definire precario è abbastanza riduttivo: i partiti europeisti (Pasok e Nea Dimokratia) non hanno i numeri nemmeno per governare insieme e hanno lasciato terreno a una galassia di forze radicali (tra cui gli pseudofascisti dell'Alba Dorata con l'urlante Michaloliakos della foto) che esprime un disincanto più che comprensibile ma difficilmente componibile. Una strada dunque ancora più in salita per Atene, sebbene un'eventuale ridiscussione della politica d'austerity adottata finora potrebbe evitare un'uscita dall'euro, se non dall'Europa e i greci almeno questo non lo vogliono, che sembra quasi inevitabile.
Anche la Merkel in fondo ha ricevuto un buffetto con le elezioni, sempre domenica, dello Schleswig-Holstein, in cui l'erosione della sua coalizione con i liberali potrebbe avere effetti deleteri per il voto della prossima settimana nel dieci volte più popoloso Nord Renania-Vestafalia. Non c'è che dire: il popolo è uno stramaledetto guastafeste.

mercoledì 25 aprile 2012

Indigestione all'olandese


Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno. Pochi giorni fa infatti il governo dell'Olanda, che dovrebbe essere tra i paesi più virtuosi del blocco nordico-rigorista, è caduto proprio per colpa delle misure d'austerity volte a ridurre il deficit pubblico. A togliere il terreno da sotto i piedi al premier Rutte è stato il Partito della Libertà di Geert Wilders, forza islamofoba ed euroscettica che grazie al suo appoggio esterno aveva mantenuto in vita un governo dai difficili natali, ma ora si rifiuta di continuare ad appoggiare un esecutivo che, a suo avviso, per mantenere gli impegni con l'Europa attenterebbe alla crescita economica del paese.
Dopo il primo turno delle presidenziali francesi andato male per l'accomodante Sarkozy, la crisi del governo Rutte scompiglia ancor di più le carte sul tavolo europeo, mettendo in crisi (come dice The Guardian) il cosiddetto fronte del rigore e seminando altro panico nei mercati che sono già pronti a ridiscutere la tripla A olandese. Una simile debolezza fa anche il gioco di populisti-antieuropeisti che preferiscono abbandonare il sogno di una casa comune invece di ricostruirla in chiave più egualitaria, eppure la crisi di Rutte potrebbe dare una brusca accelerata ai giochi d'equilibrio che si stanno tenendo nell'Unione.
In attesa delle elezioni olandesi nella prossima estate, da cui non è detto che uscirà ancora una volta un alleato di ferro per la Merkel, il voto del 6 maggio in Francia e in Grecia potrebbe inaugurare un fronte di contrapposizione alle posizioni tedesche come mai prima d'ora. Tutto questo sicuramente appartiene ancora alla sfera dell'immaginario, ma i fatti d'Olanda restano uno smacco molto più tangibile per chi nella sua pretesa di essere inflessibile è arrivato a far bruciare il proprio cortile.

martedì 13 marzo 2012

L'Europa e l'Eliseo


Qualcuno a Bruxelles, ma anche a Berlino, doveva proprio averne abbastanza degli accordi di Maastricht. Basta con questo margine esagerato del debito al 3% sul PIL e con la leggerezza di chi approfittando di questa soglia di tolleranza non mette mai la testa a posto. Largo dunque al nuovissimo Fiscal Compact che imporrà ai  paesi dell'Eurozona di raggiungere il rapporto debito/PIL al 60% (richiesto anche nei precedenti trattati) senza però sforare nemmeno lo 0,1% di deficit della spesa. In teoria questo dovrebbe evitare che qualcun'altro faccia la fine della Grecia e una simile garanzia di stabilità restituirebbe sufficiente fiducia ai mercati per attirare i capitali necessari alla ripresa economica.
Fin qui tutto bene se non vi fosse un bel rovescio della medaglia. In mancanza di una crescita sostenuta, che in Europa non abbonda di certo, il suddetto equilibrio si potrebbe mantenere soltanto con dei forti tagli alla spesa pubblica (soluzione alla greca), l'aumento delle imposte (soluzione all'italiana) oppure con entrambe le soluzioni. E messa di fronte ad una programmazione così rigida l'economia sarebbe facilmente soggetta ad una depressione che nel migliore dei casi ridurrebbe in modo insignificante o lascerebbe invariato il rapporto debito/PIL.
Per l'ennesima volta in Europa la soluzione ai problemi economici ha una marcata impronta tedesca. Ma non tutti sono d'accordo. La Gran Bretagna e la Repubblica Ceca ad esempio hanno annunciato che rifiuteranno di firmare il Fiscal Compact, che inizierà ad essere votato proprio a partire da questo mese. C'è poi un terzo incomodo che rischia di avere un peso molto più rilevante nella risoluzione della crisi europea: la Francia del dopo-presidenziali.
Tra poche settimane si compirà infatti la sfida tra il Presidente uscente Sarkozy e il socialista Hollande, due uomini che sulla carta esprimono anche una differente visione dell'Europa. Il primo si è impegnato molto nell'agganciare il proprio paese alla locomotiva tedesca, salvo tradire in qualche occasione una subalternità ad essa che non ha risparmiato comunque a Parigi la sua parte di crisi economia e il tanto temuto declassamento delle agenzie di rating internazionali. Hollande invece pare meno ricettivo alle ragioni tedesche e forse anche per questo la Merkel ha deciso di appoggiare ufficialmente l'attuale inquilino dell'Eliseo. Non è detto che a seguito di un'eventuale vittoria di Hollande egli decida di mettere la Francia contro la Germania per convincere l'Europa ad adottare una pianificazione economica meno rigida. Eppure tale iniziativa potrebbe raccogliere dalla sua numerosi alleati dislocati soprattutto nel fragile Mediterraneo (Spagna, Portogallo e l'Italia del dopo-Monti). La parola intanto spetta ai francesi...

venerdì 13 gennaio 2012

AAbbasso la Francia


Corre voce che la Francia perderà la sua adorata tripla A nel rating di Standard & Poor's, una di quelle simpatiche agenzie che come le pressioni atmosferiche fanno il bello e il cattivo tempo delle economie. La notizia, non confermata ma dovrebbe essere questione di ore, sta già scompigliando i mercati e le borse che registrano chiusure in perdita (Milano, tanto per cambiare, dà prova delle peggiori prestazioni). L'esclusione dal club dei virtuosi potrebbe comportare per i nostri cugini d'oltralpe una serie di conseguenze come un minor accesso al credito delle sterminate banche svizzere, il ritiro di parte degli investitori e l'aumento dei tassi d'interesse e dello spread-tiranno. Tutto per una lettera.
D'altra parte del duetto franco-tedesco che dava lezioni al resto del continente, Parigi era il partner più debole essendo molto esposta sia ai titoli tossici che ai debiti dei cosiddetti Piigs (detenendone oltre 500 miliardi di dollari, di cui 400 solo nel Belpaese). E il declassamento della gagliarda economia francese lascerà sicuramente una bella scottatura al Presidente Sarkozy in vista delle imminenti elezioni. Quel coup pour la superbe Marianne.

P.S.
L'Italia invece potrebbe addirittura scendere nell'alfabeto e ottenere una tripla B, vale a dire momentaneamente affidabile. Vista la trasparenza e l'efficienza del nostro sistema ciò suona quasi come il segreto di Pulcinella.

venerdì 23 dicembre 2011

La battaglia dei genocidi


Si ritorna a parlare di genocidio armeno. Ormai è passato quasi un secolo da quel tragico evento che ha macchiato la storia della Turchia alla rincorsa della modernità. La decisione dell'Assemblea Nazionale francese di punire chiunque neghi la strage del 1915 ha scatenato le ire di Erdogan che ha ritirato il proprio ambasciatore e per ripicca ha accusato i francesi di aver fatto piazza pulita di algerini durante il dominio coloniale. L'iniziativa francese, per quanto lodevole voglia essere, può essere letta anche come semplice tattica elettorale che guarda alle imminenti presidenziali e tocca un tasto caro ai francesi quale l'opposizione all'ingresso della Turchia nell'Ue.
Rimane però la questione essenziale: perché il governo di Ankara si ostina tanto a negare un orrore che non è neppure responsabilità dell'odierna Repubblica quanto dell'estinto Impero ottomano? In fondo nella Turchia di oggi sopravvive ancora qualche riflesso dei fantasmi che hanno spinto verso il dramma tristemente noto.
Uno di essi è l'attuale nazionalismo turco che ha origine alla fine dell'Ottocento in aperto contrasto con il multiculturalismo che agli occhi di alcuni era stata la causa principale dell'indebolimento del sultanato. In un'epoca quale il XIX secolo, caratterizzata da nazionalismi tendenti all'omogeneità, la tolleranza verso le minoranze veniva considerata un elemento destabilizzante e soggetto ad essere sfruttato a vantaggio di potenze vicine, come aveva fatto la Russia con il suo panslavismo per frammentare la vecchia Turchia Europea.
La prima contromisura dei turchi fu di ricompattare ciò che rimaneva dell'impero attraverso la "turchicità", una sorta di assimilazione culturale spinta all'estremo durante la Grande Guerra, quando gli armeni vennero sospettati di fomentare rivolte per riunirsi ai loro confratelli russi e per questo furono deportati con la forza per impedire ulteriori frammentazioni territoriali.
E qui si ricollega il secondo spettro, quello dell'integrità nazionale, che potrebbe spiegare anche la dura lotta contro i curdi nelle regioni orientali, le quali neanche a farlo apposta sono adiacenti o corrispondenti alle aree maggiormente interessate dal genocidio del 1915. Chissà quanto tempo passerà ancora prima che la faccenda si possa dire conclusa. Di certo un paese che non fa i conti con il suo passato è un paese che non conosce veramente se stesso.