A otto mesi dalla scomparsa di Hugo Chavez, il suo erede Nicolas Maduro trovandosi nella difficile situazione di tenere alta la sua eredità ha deciso di fare le cose in grande. Per continuare a lottare contro l'odioso nemico capitalista - a cui qualcuno non ha mancato di attribuire le colpe per la morte del caro leader - il parlamento venezuelano ha da poco approvato un disegno di legge chiamato 'Ley Habilitante', che pone il capo dello Stato ad un livello quasi pari a quello di un monarca assoluto.
Una piccola vetrina su politica, cinema e videogiochi. Venite viandanti della rete, ascoltare non ha prezzo.
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venerdì 15 novembre 2013
mercoledì 6 marzo 2013
Venezuela - La morte di Chavez apre uno squarcio nella rampante America Latina
La fine di Chavez negli ultimi tempi era quasi annunciata, lo si sentiva nell'aria. I viaggi sempre più frequenti a Cuba per curarsi, un ritorno a Caracas apparentemente incoraggiante se non fosse per un silenzio quasi totale del caudillo che dava già di che pensare. E come ignorare il progressivo cambiamento d'umore del fedelissimo vicepresidente Maduro che dalle rassicurazioni iniziali non riusciva più a nascondere la propria apprensione. Ora per il Venezuela si apre improvvisamente un vuoto che il suo leader carismatico aveva fatto in tempo solo a coprire e non a colmare. Quale futuro attende il dopo-Chavez?
domenica 3 marzo 2013
Il mondo ogni settimana - Numero dieci
Ecco nuovamente l'appuntamento settimanale degli Esteri, che d'ora in poi sarà spostato la domenica anche per conciliarlo meglio con gli impegni del sottoscritto, a cui purtroppo non danno mai tregua. I protagonisti di questa settimana sono Egitto, Israele e Stati Uniti.
Non finiscono i problemi per il protagonista più importante della primavera araba, tra contestazioni e crisi economiche che hanno spinto qualche funzionario a ventilare la cessione del patrimonio archeologico nazionale per far cassa.
Tensioni interne ed esterne anche per Israele alle prese con una rivolta dei prigionieri e con la crescente ostilità della Turchia sempre più orientata ad essere la rivale regionale di Tel Aviv.
Concludiamo con gli Stati Uniti dove Obama ha perso una battaglia contro il fiscal cliff, trovandosi costretto a firmare i primi tagli alla spesa pubblica che rallenteranno sicuramente la ripresa economica del gigante a stelle e strisce. Buona lettura :)
Non finiscono i problemi per il protagonista più importante della primavera araba, tra contestazioni e crisi economiche che hanno spinto qualche funzionario a ventilare la cessione del patrimonio archeologico nazionale per far cassa.
Tensioni interne ed esterne anche per Israele alle prese con una rivolta dei prigionieri e con la crescente ostilità della Turchia sempre più orientata ad essere la rivale regionale di Tel Aviv.
Concludiamo con gli Stati Uniti dove Obama ha perso una battaglia contro il fiscal cliff, trovandosi costretto a firmare i primi tagli alla spesa pubblica che rallenteranno sicuramente la ripresa economica del gigante a stelle e strisce. Buona lettura :)
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sabato 26 gennaio 2013
Il mondo ogni settimana - Numero cinque
Nel numero degli Esteri di questa settimana i protagonisti scelti dalla Tana i protagonisti sono Israele, Grecia e Regno Unito. Nel primo caso ci sono ovviamente le elezioni che hanno ridimensionato le ambizioni di Netanyahu che avrà più difficoltà a far confrontare il suo paese con un'area in perenne fermento.
La Grecia si è distinta invece per il lungo sciopero dei dipendenti della metropolitana di Atene che ha scatenato una durissima reazione del governo con una misura d'emergenza che farà senz'altro discutere.
Concludiamo con il governo conservatore di David Cameron che nella sua oscillazione tra timido europeismo e pulsioni isolazioniste ha seminato malcontento sia nell'Unione che in America. Buona lettura ;)
La Grecia si è distinta invece per il lungo sciopero dei dipendenti della metropolitana di Atene che ha scatenato una durissima reazione del governo con una misura d'emergenza che farà senz'altro discutere.
Concludiamo con il governo conservatore di David Cameron che nella sua oscillazione tra timido europeismo e pulsioni isolazioniste ha seminato malcontento sia nell'Unione che in America. Buona lettura ;)
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martedì 15 gennaio 2013
Venezuela - Maduro, l'erede di Chávez venuto dalla strada
Nonostante l'aria bonaria ha lo spirito del combattente che quando parla non usa certo mezze parole. Adora Simón Bolívar, Fidel Castro e naturalmente il suo padrino Hugo Chávez, che ricambia tanto affetto concedendogli il raro privilegio di assisterlo dopo l'operazione al tumore nel 2011. Il suo nome è Nicolas Maduro, colui che Chávez ha designato alla vigilia del nuovo ricovero a Cuba per motivi di salute come vicepresidente e potrebbe esserne il successore se la malattia dovesse piegare il caudillo in maniera irreversibile. Ma chi è quest'uomo emerso quasi dal nulla come il delfino di uno dei leader più carismatici del Sud America?
martedì 30 ottobre 2012
Cara vecchia rivoluzione
La settimana scorsa si è fatto un gran parlare della presunta morte di Fidel Castro, il quale dopo essere scivolato dietro le quinte della politica cubana quattro anni fa ha ridotto sensibilmente le sue apparizioni in pubblico facendo speculare a più non posso sul suo effettivo stato di salute. Poi il leader maximo è puntualmente tornato sulla scena a dimostrazione che nonostante i suoi 86 anni riesce ancora a stare all'aria aperta e non soffre nemmeno di un mal di testa.
Teatrini governativi a parte non posso che provare simpatia nel vedere l'eroe della rivoluzione e di una generazione incanutita come lui dismettere la divisa per indossare i panni dell'innocuo vecchietto intento a passeggiare in mezzo ai campi. L'immagine di un uomo stanco come il suo paese che da più di cinquant'anni sconta un embargo che ne strozza l'economia e sogna di andare alla scoperta di un mondo andato per conto proprio.
Attualmente la situazione a Cuba è meno tragica di quella vissuta subito dopo la perdita della madre sovietica. L'Avana ha trovato dei nuovi alleati (in primis il Venezuela di Chavez e la Bolivia di Morales) che hanno aiutato l'isola ad integrarsi timidamente nel nuovo ordine latinoamericano a guida brasiliana, ma il fiato di Washington continua a soffiare troppo forte sul collo dei cubani. Molte delle aziende che hanno provato ad intrattenere affari continuano a subire pesanti ripercussioni da parte del Dipartimento del Tesoro Usa, mentre le parole incoraggianti che Obama aveva pronunciato riguardo un nuovo inizio finora sono sostanzialmente lettera morta.
Il cambiamento pare comunque inevitabile. Tra le novità di cui si discute maggiormente di recente ci sono le aperture che il regime concederà sulla migrazione, le quali prevedono tuttavia delle limitazioni importanti (tra cui medici, militari e naturalmente dissidenti) e hanno dei costi relativamente elevati per buona parte dei suoi cittadini. A giudicare da questo e dalla lentezza di altri progressi molti si chiederanno come mai Cuba esiti ancora tanto a rimettere in discussione un modello che la storia ha quasi estinto. Parte della responsabilità ovviamente ce l'ha l'intransigenza delle lobby anticastriste che allontanano ogni possibilità di una seria riconciliazione tra le due sponde e sono viste da molti cubani come un covo di rapaci opportunisti. D'altra parte il governo cubano tradisce una relativa incapacità di adattarsi ai tempi che cambiano, ma fintanto che la vecchia guardia (a cominciare dai fratelli Castro) continuerà a far sentire la sua ingombrante presenza le probabilità di svolte epocali continueranno ad essere scarse. Per ora ci si accontenta di stanchi sospiri come quelli di un anziano che sente scivolar via il tempo ma non può far altro che constatare la propria impotenza. Un po' come il Fidel delle ultime foto...
mercoledì 10 ottobre 2012
Mercosur d'accaio
Alla fine il caudillo ce l'ha fatta. Gli applausi non saranno più scroscianti come un tempo (55% contro il 63% di sei anni prima), ma per Chavez l'importante è l'esser riuscito a strappare un quarto mandato presidenziale nonostante gli acciacchi che soffrono tanto il suo modello quanto la salute del suo leader.
Come ho già accennato in un post del mese scorso, l'era del socialismo-bolivarismo al XXI secolo deve fare i conti con un processo d'integrazione del continente che potrebbe ridimensionarne la portata. Si prendano il giganti brasiliano o la rampante Argentina, due paesi in cui la crescita economica riesce a coniugarsi con una democrazia molto più in salute che nel Venezuela, il quale ora che gli si sono finalmente spalancate le porte del Mercosur dovrà per forza di cose ridiscutere certe eccentricità se vuole continuare a far parte di questo club prestigioso.
L'ingresso del Venezuela nell'unione doganale nata quasi vent'anni riunisce infatti tre giganti ricchi di risorse che grazie a questa e ad altre piattaforme come il Celac o l'Unasur (Unione dei Paesi Sudamericani) potranno approfondire la reciproca collaborazione diventando un polo estremamente attraente per l'Occidente e in particolare per altre economie in ascesa e affamate d'idrocarburi come la Cina o l'India. Ma per vedere quali frutti raccoglierà questo colosso energetico in gestazione bisognerà attendere ancora molto. Magari nel 2019, quando con l'uscita definitiva (?) di Chavez e di altri retaggi del passato l'America Latina sarà veramente entrata nel suo XXI secolo...
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sabato 1 settembre 2012
La ritirata del Bolivar
I leader sono figli del momento storico e in mancanza della capacità di adattarsi ai venti che cambiano arriva inesorabilmente il momento che i riflettori che contano si spostano altrove. Uno di essi potrebbe essere Hugo Chavez, il presidente di un Venezuela che si era distinto soprattutto per essere stato uno dei pochi statisti ad opporsi apertamente all'America anche nella fase più muscolare dell'amministrazione Bush jr.
Poco ci mancava che il Venezuela, reo soprattutto di voler controllare le proprie risorse petrolifere, non venisse inserito nell'asse del male assieme a Iraq, Iran o la Corea del Sud. E a questo riguardo permangono ancora dei dubbi sul coinvolgimento o meno di Washington nel colpo di stato che per poco non ha rovesciato il governo di Caracas nel 2002.
Di sicuro con le sue provocazioni Chavez si era guadagnato la stima di quanti contestavano l'imperialismo americano e i suoi valori, diventando un mito di chi voleva invertire la rotta di un capitalismo che il trionfo sulla guerra fredda aveva reso ancor più aggressivo e prevaricatore. Quando i suoi più acerrimi nemici hanno iniziato ad uscire di scena però la stella del novello Bolivar ha mostrato di brillare perlopiù di luce riflessa, laddove altri protagonisti pur muovendosi con discrezione hanno saputo ritagliarsi alla fine un ruolo più decisivo nella regione.
L'ultimo biennio in particolare ha visto il duetto Caracas-L'Avana perdere progressivamente terreno a vantaggio della triade Brasile-Argentina-Messico, la quale si candida a nuovo motore di un Sud America prospero ed assertivo. Al danno si aggiunge anche la beffa del vecchio alleato Rafael Correa, il presidente ecuadoriano, che scegliendo di concedere asilo politico al giornalista di Wikileaks, Julian Assange, gli ha rubato la scena con una facilità sorprendente.
Chavez ha certamente contribuito a ridare orgoglio ad un'America Latina lungamente subordinata agli Stati Uniti, ma difficilmente potrà recuperare il carisma di una volta, neppure dopo un'eventuale rielezione ad ottobre che sta cercando faticosamente di ottenere tra la stanchezza generale e le ultime calamità che hanno colpito i suoi campioni petroliferi.
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