Venerdì scorso un brivido ha attraversato la Libia, quando il generale Khalifa Haftar è comparso in un filmato per annunciare lo scioglimento della Parlamento e del governo. Per fortuna quello che poteva diventare il golpe di San Valentino si è rivelato effimero come un buco nell'acqua, sebbene ora la Libia debba affrontare una sfida non meno impegnativa.
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giovedì 20 febbraio 2014
Libia - Il balletto tra golpe e Costituzione
Venerdì scorso un brivido ha attraversato la Libia, quando il generale Khalifa Haftar è comparso in un filmato per annunciare lo scioglimento della Parlamento e del governo. Per fortuna quello che poteva diventare il golpe di San Valentino si è rivelato effimero come un buco nell'acqua, sebbene ora la Libia debba affrontare una sfida non meno impegnativa.
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lunedì 3 febbraio 2014
Thailandia - La corsa contro il tempo della Yongluck

lunedì 6 gennaio 2014
Bangladesh - Urne di sangue
Che senso ha votare per eleggere un parlamento che comunque vada garantisce automaticamente al partito di governo più della metà dei seggi? Devono aver pensato i sostenitori dell'opposizione che nel manifestare contro il voto farsa hanno però scatenato un clima da vera e propria guerriglia, come pure il bilancio che registra una ventina di morti e centinaia di feriti.
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giovedì 5 dicembre 2013
Italia - Il porcellum è morto o quasi (con sondaggio)
Preferisci il francese, lo spagnolo o il tedesco? Non si parla di lingue o di ristoranti, ma di sistemi elettorali. Il tema è tornato prepotentemente in primo piano dopo che la Consulta ha messo ieri una pietra tombale sul porcellum, invitando le Camere - in attesa di pubblicare le motivazioni della sentenza da cui deriveranno le eventuali conseguenze giuridiche- a proporre una nuova legge elettorale che modifichi almeno i due elementi più controversi, ovvero il premio di maggioranza e soprattutto le liste bloccate. Meglio dunque fare un piccolo riassunto delle carte sul tavolo, invitandovi ad esprimere una vostra preferenza nel sondaggio in fondo al sito.
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lunedì 22 aprile 2013
Italia - E alla fine Napolitano Bis
Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana è stato rieletto un Presidente uscente.
Giorgio Napolitano è nuovamente Presidente della Repubblica eletto con 738 voti dal Parlamento italiano.
Una soluzione che per i Parlamentari è sembrata l'unica praticabile dopo le bocciature di Franco Marini e Romano Prodi. Il M5S e Sel si sono invece dissociati da questa scelta proponendo un altro candidato, Stefano Rodotà, arrivato secondo con 217 voti.
giovedì 18 aprile 2013
Roma-Borghesiana, elezioni del nuovo Comitato di Quartiere
Esiste ancora una socialità condivisa, esiste ancora l'antico valore del volontariato al servizio degli altri, c'è anche, in periodi come questi dove la questione morale è assai rilevante negli sviluppi politici del nostro paese, chi offre spontaneamente il suo contributo per il bene comune: questo è il caso del Comitato di quartiere del rione Borghesiana a Roma:
Sabato 20 Aprile 2013 dalle ore 14,00 alle
ore 19,00 e domenica 21 Aprile dalle ore 08,00 alle ore 13,00 ci saranno infatti le
elezioni per il rinnovo dei MEMBRI del COMITATO di QUARTIERE...
mercoledì 27 marzo 2013
Italia - Questo governo non s'ha da fare
Alla fine tra Pd e grillini è stato un muro contro muro. L’incontro
di oggi tra Bersani e i capigruppo del Movimento 5 Stelle Lombardi (Camera) e
Crimi (Senato) alla fine non ha partorito neppure un topolino, uno straccio di governicchio.
Nonostante le tante battaglie (conflitto
d’interessi, ambiente, ridimensionamento della casta politica) che potrebbero
essere comuni alle due forze politiche la distanza tra loro resta quasi
incolmabile. E adesso che pare sfumata l’opzione di un’intesa tra prima
coalizione e primo partito l’Italia che strada si prepara ad imboccare?
mercoledì 27 febbraio 2013
Vincitori (Grillo) e Vinti (PD e PDL) di un pasticcio all’Italiana
Le Elezioni del 2013 in Italia sono state la
dimostrazione di tre dati fondamentali: l’impossibilità di governare per colpa
di una legge elettorale sbagliata, la vittoria del Movimento 5 Stelle primo
partito alla Camera con una percentuale del 25,55% andato alle urne senza far
parte di nessuna coalizione e la fine del bipolarismo.
Il risultato finale vede un sostanziale equilibrio
tra le coalizioni che di fatto ha reso impossibile una vittoria e una
maggioranza del centrosinistra al Senato. La coalizione, guidata da Pier Luigi
Bersani con il suo 29,54% alla Camera e
il 31,63% al Senato esce vincitrice nei numeri ma sconfitta nel risultato
complessivo.
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martedì 26 febbraio 2013
Elezioni 2013 - Divide et non impera
Guardando a mente fredda i risultati definitivi emerge un dato: oltre il 60% dei voti non sono andati a Silvio Berlusconi. Eppure quest'ultimo appare assieme al trionfante Movimento 5 Stelle come uno dei vincitori morali delle elezioni, nonostante la rimonta del Pdl che ha pure smentito le voci di una sua prossima estinzione non gli basti a riprendere il controllo del Paese. Come non basta a nessun'altra forza politica. Eppure lo stallo delle Camere potrebbe entusiasmare il centrodestra più di una vittoria, la quale al massimo sarebbe potuta essere risicata come quella del Pd. L'ingresso di peso dei grillini in Parlamento dopotutto promette di rimescolare tutte le carte in gioco. Ma come?
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giovedì 14 febbraio 2013
Italia - Legge 40, matrimoni gay: c'erano una volta i diritti civili...
Cosa c'entra la Corte di Strasburgo con il Festival di Sanremo? Non molto se non fosse per due questioni che sono state sollevate a poche ore l'una dall'altra: la legge 40 sulla procreazione assistita e i matrimoni gay. In una campagna elettorale ossessionata da Imu, tasse, scandali aziendali e voto utile esiste infatti un aspetto della politica che è stato parecchio trascurato, per non dire dimenticato nel dibattito politico. Che fine hanno fatto i diritti civili?
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giovedì 7 febbraio 2013
Cina - Foxconn, dalla vergogna alla rivoluzione
Maltrattamenti a sfondo razziale, turni massacranti, rivolte, suicidi per il troppo stress e minori assunti come stagisti per costruire le Wii da esportate in occidente. Negli ultimi anni il colosso taiwanese Foxconn era diventato praticamente l'archetipo della multinazionale che sfrutta senza scrupoli la manodopera a basso costo dei paesi in via di sviluppo per fare soldi in quelli ricchi. E adesso come se volesse in un balzo risalire l'abisso morale in cui era sprofondata, l'azienda ha rilanciato quella che in molti dipingono come una straordinaria rivoluzione di natura sociale.
venerdì 11 gennaio 2013
Italia - I cinque poli della discordia
A un mese e mezzo dalle elezioni la Tana getta nuovamente il suo sguardo sul panorama politico, dove la novità più sostanziale come tutti sapranno è la discesa in campo definitiva di Mario Monti, il quale da jolly in caso di risultato alla greca (un Parlamento paralizzato dall'assenza di un forte vincitore) diviene elemento che complica la scelta di un elettorato già abbastanza perplesso e demotivato.
Rispetto a poco prima delle feste la sfida tra i partiti si è definita molto meglio, talvolta in modo frettoloso e poco convincente, anche se con i tempi ristretti dal tira e molla sull'Election Day e il torpore delle forze politiche svegliatesi di soprassalto dal letargo durato un anno difficilmente si poteva pretendere di meglio.
Dall'era della contrapposizione manichea tra pro e contro Berlusconi siamo passati ad una bella zuffa tra cinque poli, di cui uno in netto vantaggio e altri tre che si contendono con le unghie e con i denti il secondo posto. Facciamo dunque il punto della situazione.
Rispetto a poco prima delle feste la sfida tra i partiti si è definita molto meglio, talvolta in modo frettoloso e poco convincente, anche se con i tempi ristretti dal tira e molla sull'Election Day e il torpore delle forze politiche svegliatesi di soprassalto dal letargo durato un anno difficilmente si poteva pretendere di meglio.
Dall'era della contrapposizione manichea tra pro e contro Berlusconi siamo passati ad una bella zuffa tra cinque poli, di cui uno in netto vantaggio e altri tre che si contendono con le unghie e con i denti il secondo posto. Facciamo dunque il punto della situazione.
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martedì 6 novembre 2012
Una grigia campagna - seconda puntata
Il gran voto è dunque arrivato e l'America si prepara a scegliere la guida che vorrà nei prossimi quattro anni. Scelgo tuttavia di non attendere il responso delle urne, che al di qua dell'Atlantico avremo solamente a notte inoltrata, perché molte delle cattive impressioni che mi hanno trasmesso queste presidenziali si confermano anche al momento conclusivo di questa lunga campagna.
Dal mio punto di vista la sfida tra Barack Obama e Mitt Romney è la competizione più fiacca a cui abbia mai assistito dai tempi di Bush jr. e Al Gore. Entrambi i candidati non hanno saputo offrire alcuna visione di ampio respiro e la cosa è alquanto grave per un paese come l'America che ha fatto dei sogni e dei grandi progetti uno dei suoi tratti fondamentali.
L'Obama di oggi è solo un pallido ricordo del fenomeno che quattro anni fa era stato capace di accendere le speranze non solo del suo popolo, ma quasi del mondo intero. Certo, bisogna sempre evitare facili entusiasmi perché ogni politico, anche il più idealista, si trova costretto a scendere a patti con una realtà molto più cinica. D'altronde l'America che aveva ereditato versava in una condizione fin troppo problematica, tra la crisi economica e l'overstretching internazionale che apriva dei vuoti subito riempiti dai competitors geopolitici come Cina o Brasile. L'attuale presidente è stato perciò costretto a riconoscere la difficoltà a rilanciare la superpotenza a stelle e strisce come promesso, il che ha sì il pregio di riportare l'America coi piedi per terra ed eventualmente ritrovare un qualche equilibrio, ma si tratta sempre di un'intollerabile umiliazione per un popolo che ha sempre creduto di essere diverso dagli altri e per questo di non doverne vivere gli stessi problemi.
Anche Romney dal canto suo cerca di stuzzicare l'elettorato con il ritorno dei bei tempi andati e la fine di un'amministrazione che a suo parere sta dirottando l'America sulla strada di una depressione simile a quella spagnola o italiana (grazie). Ma anche lui in caso di vittoria dovrà fare i conti con un mondo che lascia sempre meno spazio all'America e che in caso di avventure azzardate come la guerra del terrore potrebbe scatenare conseguenze ben più disastrose. Ad ogni modo i vari scivoloni fatti nelle interviste e nei dibattiti, nonché la debolezza del candidato stesso che non è poi così amato dalla pancia del partito hanno tolto mordente e credibilità alla sua proposta, senza le quali è quasi impossibile scalzare un presidente così indebolito da avere dalla sua giusto la garanzia di continuità.
Sarà probabilmente proprio quest'ultima ad offrire ad Obama maggiori possibilità di vittoria. Si potrebbe quasi dire che è il suo unico asso nella manica visto che la parità nei sondaggi di cui si è tanto parlato in questi giorni è comprensibile alla luce dei limiti sopracitati, dove i due candidati purtroppo si trovano a condividere la stessa tragica mancanza d'immaginazione. Queste grige presidenziali rappresentano dunque lo specchio di una nazione che pur avendo all'orizzonte ancora molti anni di supremazia ha già imparato a pensarsi non più così speciale.
martedì 17 luglio 2012
Vecchi volponi
Purtroppo la scorsa settimana a causa di impegni personali la Tana ha un po' arrancato, ma da questa settimana spero di organizzarmi meglio per offrirvi abbastanza aggiornamenti ogni settimana. Ricominciamo parlando della Libia, che dopo ben dieci giorni di attesa dal voto per l'Assemblea costituente, ha finalmente un vincitore: Mahmud Jibril, ex-membro del tardo governo Gheddafi e interlocutore principale tra la comunità internazionale e il Cnt durante e dopo la sanguinosa guerra civile del 2011.
Nulla di eclatante visto che il principale concorrente, gli islamisti del partito di Giustizia e Sviluppo, non hanno mai goduto della popolarità dei cugini egiziani della Fratellanza. E questo perché a influenzare gli equilibri in Libia non è tanto la religione ma l'elemento tribale, in cui Jibril spicca per la sua appartenenza alla potente famiglia dei Warfalla, una forza che era ben radicata anche nel passato regime. Queste elezioni allora sono una ventata d'aria fresca o la morbida conservazione di ciò che resta della vecchia casta?
Del resto dove c'è poca sicurezza la politica non ha grande spessore. Esattamente quello che avviene nella Libia delle milizie. Se queste truppe che tanto hanno fatto (nel bene e nel male) per sconfiggere il tiranno non verranno inquadrate in tempo dal governo, esse potrebbero destabilizzare il paese a livelli insostenibili. L'occupazione dell'aeroporto di Tripoli e le vicende a Bani Walid, irriducibile roccaforte gheddafiana che sta diventando teatro di sanguinose vendette sono un monito che Jibril non può assolutamente ignorare. A meno di non lasciare in eredità al suo successore due o tre Libie...
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martedì 10 luglio 2012
Il Messico ci sta o non ci sta?
Sarà per questo che alle presidenziali della scorsa settimana il partito di Fox-Calderón (PNA) è arrivato terzo. A vantaggio di chi? Ma naturalmente del PRI, che torna alla riscossa con un candidato più smagliante che mai: Enrique Peña Nieto. Purtroppo le differenze con il passato sembrerebbero fermarsi all'aspetto aitante di questa faccia da telenovelas, a cominciare dalla lotta al narcotraffico che potrebbe rispolverare la consueta tolleranza del suo partito verso i cartelli della droga. Inoltre sul vincitore fioccano accuse di essersi comprato il voto delle fasce meno abbienti con carte prepagate e buoni acquisto o di aver siglato un accordo con la principale rete televisiva locale, Televita, per avere maggiore visibilità durante la campagna elettorale.
Nonostante il riconteggio dei voti sembri confermare il vantaggio di Peña Nieto, il popolo dei candidati sconfitti, Andreas Manuel Lopez Obrador (Amlo, per gli amici) della sinistra e Josefina Vasquez Mota del PNA, più gli "indignados" del movimento Yosoy132 non si è dato per vinto ed è sceso in piazza per manifestare contro un'elezione considerata un furto.
Può darsi che tutto alla fine si risolva come nel 2006, anche allora Amlo non ci stava ma Calderón finì per governare lo stesso, ma l'ipoteca che grava sulla politica è senz'altro più pesante di allora. Nulla di più stridente e controproducente per un paese dai ritmi di crescita (intorno al 4% del Pil nel 2011) degni di un G-20 e forse anche di un posto tra i Brics. Tanto per il prestigio internazionale che per il benessere del suo stesso popolo...
giovedì 21 giugno 2012
Il ghiaccio sulle piramidi
Martedì sera sembrava che gli eventi volessero coincidere per uno strano scherzo del destino: il popolo egiziano fresco del secondo turno delle presidenziali sentiva che Mubarak, come se volesse sottoscrivere a modo suo l'avvento del nuovo Egitto, lasciava questo mondo dopo esser stato schiacciato dalla lunga malattia. Poi sono arrivate le smentite e l'ex-rais sarebbe invece ancora vivo ma in coma. Ma a peggiorare le cose è il fatto che nemmeno le elezioni purtroppo godono di buona salute.
La sfida tra Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani e l'indipendente Ahmed Shafik, che è stato membro attivo del governo Mubarak ed è vicino alla giunta militare (Scaf) attualmente al potere, tarda ad avere un vincitore nonostante le dichiarazioni di vittoria di entrambi i contendenti. Ma a godere della situazione è il terzo incomodo, l'esercito stesso che negli ultimi giorni ha dato prova della propria ambizione con manovre fatte alla luce del sole. Per prima cosa ha invalidato parte del risultato delle ultime elezioni parlamentari a danno soprattutto dei Fratelli Musulmani, poi lo stesso giorno delle presidenziali ridotto sensibilmente il ruolo del capo di Stato, che rimane così vincolato alla volontà dello Scaf, che da parte sua continua a godere del potere legislativo e della facoltà di reprimere ogni contestazione.
Un passo indietro, anche due rispetto ai venti di libertà che soffiavano da piazza Tahrir. Eppure, data l'ampia fetta di egiziani disillusi da una rivoluzione e una stati politica che per loro hanno solo aggravato la crisi economica e la polarizzazione sociale (dieci milioni di copti hanno seriamente paura degli islamisti al potere) la tentazione di scambiare delle istanze democratiche per un regime che restituisca sicurezza ai cittadini purtroppo si fa sempre più forte...
lunedì 18 giugno 2012
Ritenta, sarai più fortunato
Uno dei partiti più favorite, e temute, della seconda tornata era la sinistra radicale Syriza guidata da Alexis Tsipras (nella foto), che nonostante il sorprendente aumento di consensi dal 17% al 27% si è piazzata dietro al partito di centrodestra Nea Dimokratia di Antonis Samaras (29%). Un risultato che soddisfa l'Europa e il resto del mondo perché Samaras rappresenta per loro un interlocutore molto più accomodante.
Tutto risolto? Naturalmente no, perché le borse dopo l'euforia iniziale sono andate nuovamente in rosso, a dimostrazione che neppure la buona volontà dei greci è sufficiente ad allontanare lo spettro del tracollo generale. Sarebbe il caso di valutare seriamente una riforma della Bce e l'introduzione di Eurobond invece di evocare fantomatiche unioni politiche che non si realizzano certo nell'arco di sei mesi.
Ultima curiosità: il caso ha voluto che il prossimo 22 giugno a Danzica si giocherà un quarto di finale degli Europei di calcio tra la nazionale tedesca e quella greca. Una partita che dati i recenti trascorsi non proprio idilliaci avrà una carica fortemente emotiva e simbolica. A voi la scelta per chi tifare :)
giovedì 14 giugno 2012
Liberi nella tempesta
Dopo più di vent'anni di restrizioni, di cui quindici di arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi è diventata una donna libera, ha ottenuto un seggio alla camera bassa e può viaggiare intorno al mondo. Proprio in questi giorni è infatti iniziato il suo tour in Europa che tra le tappe prevede anche Oslo, dove potrà finalmente ritirare il premio Nobel del quale fu insignita nel lontano 1991. La notizia non può che rallegrare perché osservando le vicissitudini di questa donna minuta viene da pensare che l'ingiustizia non dura per sempre, che gli oppressi un giorno o l'altro trovano il modo di riscattarsi e di alzare nuovamente la testa.
Un quadro perfetto, rovinato solo dai venti preoccupanti che stanno soffiando in patria. Il problema non è qualche rigurgito autoritario della giunta militare, almeno per ora, ma gravi episodi di razzismo tra la maggioranza buddista e i musulmani "reietti" denominati genericamente come Rohingya, concentrati nelle province confinanti con il Bangladesh. Un odio che si manifesta in forme molto pesanti, specie dai buddisti che a seguito della morte di una loro correligionaria hanno scatenato un'ondata di violenza tanto fisica quanto verbale.
Vista l'accoglienza (qualcuno ha parlato di una loro deportazione o addirittura lo sterminio totale) non sono pochi i Rohingya che hanno riparato in Bangladesh, dove però sono considerati altrettanto estranei per via d'insormontabili differenze linguistiche e problemi di sovrappopolamento a cui Dacca deve già far fronte con i suoi abitanti. Col risultato che sballottati da una parte all'altra i musulmani birmani vivono una situazione estremamente disagiata, terreno più che fertile per riempire le fila di terroristi e secessionisti. Facendo il gioco di coloro che con la scusa dell'integrità territoriale o della sicurezza sono ancora tentati di rimettere indietro le lancette dell'orologio, ora che dopo anni di paralisi avevano seppur timidamente iniziato a girare.
martedì 5 giugno 2012
Il fardello della rivoluzione
Una mattina di inizio giugno all'aeroporto di Tripoli arriva un gruppo di persone, ma non si tratta delle solite folle di turisti ansiose di visitare meraviglie lontane. Difficile crederlo del resto con la povertà diffusa nel paese e infatti si tratta di uno dei numerosi gruppi di miliziani libici che invece di partire sembrano più intenzionati a rimanere. Non a caso decidono di occupare l'intera struttura, costringendo i passeggeri a scendere dagli aeromobili e a quelli ancora in volo di atterrare altrove. A scatenare tanta agitazione è la protesta contro la scomparsa del leader di questa brigata, al-Hebshi, che secondo i suoi uomini sarebbe stato arrestato durante un viaggio verso la capitale, laddove il governo avanza l'ipotesi di un rapimento.
Quale che sia la verità la crisi è rientrata abbastanza in fretta, tanto che lo sgombero dell'aeroporto sarebbe avvenuto nell'arco del pomeriggio in cambio di un'inchiesta del governo sul destino di al-Hebshi. Intanto l'episodio che precede di pochi giorni (escludendo possibili rinvii) le prime elezioni nella Libia del dopo-Ghedaffi, ha messo subito in allarme le cancellerie internazionali.
A differenza del vicino egiziano, che sta vivendo anche lui una delicata fase elettorale, qui la situazione è ancora più confusa visto che il sistema politico è praticamente tutto da definire e le milizie approfittano del vuoto istituzionale per restare impunite e dettare le loro ragioni. Tuttalpiù se qualcuno non dovesse essere d'accordo si può sempre forzare la mano occupando un aeroporto o assaltando con centinaia di soldati armati gli edifici governativi com'è successo qualche settimana prima. Se la Libia continuasse ad avere quasi duecentomila miliziani a briglie sciolte, potrebbero non bastare cinque, dieci elezioni per realizzare qualcosa di veramente diverso dall'era Gheddafi...
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lunedì 21 maggio 2012
Frenata serba
Dopo un primo turno serrato, le elezioni presidenziali in Serbia hanno un vincitore che molti non si aspettavano e forse temevano: Tomislav Nikolic, leader del nazionalista Partito del Progresso Serbo (Sns). In effetti Nikolic è un personaggio piuttosto controverso avendo fondato assieme al criminale di guerra e ultranazionalista Seselj il Partito Radicale Serbo, il quale tra le sue file ha avuto nientemeno che Slobodan Milosevic, del quale Nikolic fu vice primo ministro durante la catastrofe kosovara.
Un curriculum non proprio incoraggiante e lo stesso Nikolic doveva esserne consapevole se negli ultimi anni ha lavorato sodo per ricostruire la propria immagine, lasciando innanzitutto il Partito Radicale per crearne uno nuovo, l'Sns appunto, dove si è fatto portabandiera di europeismo più moderato che non accetta di firmare assegni in bianco (leggi l'indipendenza del Kosovo) né di voltare le spalle alla Russia. Un doppio sguardo quello della futura Serbia coerente con l'aquila bicefala della sua bandiera, ma che darà più di un grattacapo a chi tenterà d'indovinarne la rotta...
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