Questa mattina il gruppo terrorista al Shabaab ha lanciato contro il governo somalo un messaggio che nessuno si sarebbe mai potuto aspettare da quando i suoi miliziani si sono ritirati da Mogadiscio nell'agosto 2011. E lo ha fatto attaccando direttamente Villa Somalia, il palazzo-fortino presidenziale dove risiede l'attuale capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud. L'azione è stata a dir poco spettacolare: all'inizio c'è stata una sparatoria che serviva a coprire l'arrivo di un'autobomba, la cui esplosione è servita a demolire le fortificazioni esterne per consentire ai combattenti di entrare nel compound e proseguire la battaglia contro le restanti forze di sicurezza. Quest'assalto, il primo in assoluto contro Villa Somalia dall'inizio delle ostilità, è servito principalmente a dimostrare al presidente Mohamud che la guerra tra lui e i jihadisti è tutt'altro che conclusa.
Una piccola vetrina su politica, cinema e videogiochi. Venite viandanti della rete, ascoltare non ha prezzo.
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venerdì 21 febbraio 2014
giovedì 23 gennaio 2014
Sud Sudan - Firmato il cessate il fuoco in Etiopia
Sudafrica - I minatori di nuovo contro le multinazionali e Zuma
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| Alexander Joe |
L'appuntamento di oggi era atteso con particolare preoccupazione, essendo ancora molto viva la memoria del tremendo sciopero dell'agosto 2012 a Marikana, quando la polizia sparò sui manifestanti causando la morte di una quarantina di persone.
martedì 21 gennaio 2014
Repubblica Centrafricana - Una donna per traghettare il paese fuori dalcaos
Catherine Samba-Panza, 59 anni ed ex sindaco della capitale Bangui, è il nuovo presidente ad interim della Repubblica Centrafricana. Descritta come una donna combattiva e irreprensibile, la Samba-Panza avrà il compito di gestire il difficile passaggio che porterà i centrafricani alle elezioni previste nel 2015. L'incarico non sarà facile vista la violenza che sta piegando ancora il paese in questi giorni.
venerdì 17 gennaio 2014
Uganda - L'astuto poliziotto dei Grandi Laghi
Ha truppe in Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e adesso anche in Sud Sudan. Ovunque ci sia una crisi nel continente africano, deve dire la sua con un intervento militare o correndo in prima fila negli incontri multilaterali.
Stiamo parlando di quello che si potrebbe chiamare il poliziotto d'Africa, l'Uganda, un paese grande quanto la Romania e abitato da trenta milioni di anime. Il suo recente protagonismo regionale ha sorpreso le cancellerie internazionali, ingraziandosi grandi potenze come gli Stati Uniti, che riconoscono nell'esercito ugandese un ottimo strumento di stabilità regionale. Ma gli interventi di Kampala sono veramente così disinteressati come sembra?
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venerdì 10 gennaio 2014
Repubblica Centrafricana - Il presidente Djotodia si dimette
Dopo mesi di crisi politica che hanno trasformato la Repubblica Centrafricana in un inferno, il presidente Michel Djotodia e il premier Tiengaye si sono dimessi per facilitare il dialogo tra il gruppo islamista Séléka al governo e i ribelli cristiani vicini al presidente deposto François Bozizé.
mercoledì 8 gennaio 2014
Cina - Avorio, tra superstizione e lotta al contrabbando
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| Fonte AP |
Proprio per sfatare in parte questa brutta fama, le autorità locali hanno deciso di organizzare un cerimonia pubblica dedicata alla distruzione di oltre sei tonnellate di zanne importate clandestinamente. Un gesto per nulla scontato in un paese che resta uno dei maggiori mercati di questa merce insanguinata.
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lunedì 6 gennaio 2014
Sud Sudan - Kiir e Machar trattano mentre preparano l'assedio finale
Per la pace si è mobilitato persino un vecchio nemico come il presidente sudanese Omar al-Bashir, che incontrerà il suo omologo sud sudanese Salva Kiir a Juba con cui discuterà un possibile accordo di pace tra quest'ultimo e il suo rivale Riek Machar.
Nello stesso tempo i rappresentanti dei due litiganti si sono incontrati in Etiopia dicendosi pronti al dialogo. Ma potrebbe essere anche un pretesto per far abbassare la guardia all'altro e prendere tempo in vista dell'attacco finale. Vista l'attuale situazione sul campo rimarrebbe da chiedersi solo da chi potrebbe venire l'offensiva finale.
lunedì 23 dicembre 2013
Sud Sudan - I ribelli di Machar al contrattacco. Juba ad un passo dall'assedio.
Altro che situazione sotto controllo. Ad una settimana dai primi scontri nella capitale Juba che hanno sfiorato il colpo di Stato e hanno spinto il presidente Kiir imporre il coprifuoco, la ribellione dell'ex vicepresidente Riek Machar ha alzato decisamente il tiro prendendosela non solo con le truppe governative, ma anche con i soldati ONU che ha iniziato a sua volta il ritiro di tutto il "personale non necessario" verso l'Uganda. Il passo da qui alla guerra civile appare più breve che mai.
martedì 17 dicembre 2013
Sud Sudan - Kiir ad un passo dalla guerra civile
Quando si parla di Salva Kiir viene subito alla mente il suo sorriso giovale e l'inconfondible enorme cappello da cowboy nero che lo fa sembrare più un proprietario di un ranch che il presidente del più giovane Stato africano, il Sud Sudan nato appena due anni e mezzo fa.
Ma quando Kiir è comparso ieri pomeriggio alla stampa il suo viso era molto più grave del solito come pure il suo abbigliamento con uniforme mimetica da militare. Fino a poche ore prima nelle strade della capitale Juba si stava combattendo una battaglia tra i seguaci di Kiir e il suo rivale Riek Machar. Una guerra che accompagna il paese da prima dell'indipendenza e che si aggiunge alla miriade di problemi che rischiano di trasformare il Sud Sudan in uno dei tanti stati falliti della regione.
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venerdì 6 dicembre 2013
Repubblica Centrafricana - Hollande e la Francia neoimperiale
Prima gli affari e poi la guerra. Dopo aver accolto centinaia di imprenditori francesi e africani a Parigi per discutere di cooperazione economica, il presidente François a Hollande torna infatti ad indossare il tricorno per lanciare una nuova "campagna umanitaria" in Africa, questa volta nella Repubblica Centrafricana che dalla caduta del presidente François Bozizé lo scorso marzo è precipitata in un caos ormai fuori controllo.
Un Eliseo (Sarkozy o Hollande, il colore politico nn cambia la sostanza) che si presenta molto più guerrafondaio del peggior Bush jr. se consideriamo che questo è il quarto intervento armato negli ultimi due anni e mezzo dopo la Costa d'Avorio, la Libia e il Mali che nel migliore dei casi hanno prodotto in questi paesi finora 'solo' uno stallo politico.
Un Eliseo (Sarkozy o Hollande, il colore politico nn cambia la sostanza) che si presenta molto più guerrafondaio del peggior Bush jr. se consideriamo che questo è il quarto intervento armato negli ultimi due anni e mezzo dopo la Costa d'Avorio, la Libia e il Mali che nel migliore dei casi hanno prodotto in questi paesi finora 'solo' uno stallo politico.
giovedì 5 dicembre 2013
Sudafrica - Addio Nelson Mandela, eroe di una rivoluzione ancora incompiuta
Poco fa è venuto a mancare un grande uomo ed esempio per i diritti civili del mondo contemporaneo: Nelson Mandela, leader tra gli anni cinquanta e ottanta del movimento che si opponeva alla segregazione dell'apartheid e presidente del Sudafrica dal 1994 al 1999 si è spento all'età di 95 anni. Il grande decano a causa anche della sua veneranda età negli ultimi tempi aveva attraversato più di un ricovero in ospedale sollevando grande preoccupazione nelle tante persone che a distanza di anni continuavano ad ammirare una figura sempre così imponente.
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giovedì 25 luglio 2013
Sud Sudan - Il presidente fa piazza pulita del governo
Pochi giorni fa il vicepresidente sudsudanese Riek Machar in un'intervista al quotidiano britannico The Guardian si era detto disposto a correre per le prossime presidenziali del 2015.
La dichiarazione avrà fatto fischiare le orecchie al presidente Salva Kiir, che con una mossa a sorpresa ha rimosso sia Riek che l'intero esecutivo piombando il paese - da poco arrivato a due anni d'indipendenza - in un caos che minaccia seriamente la sua sopravvivenza e la stabilità di una regione che tra la Somalia ed Egitto non brilla certo per solidità.
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lunedì 3 giugno 2013
Sudafrica - La guerra dei minatori
Sono entrati dentro il suo ufficio e gli hanno sparato senza neppure dargli il tempo di reagire. Così è stato ammazzato questa mattina a Marikana, un centinaio di chilometri a nord-ovest di Johannesburg, un sindacalista del gruppo NUM che difende i lavoratori delle miniere sudafricane di platino gestite dalla compagnia britannica Lonmin. I killer se la sono presa anche con il tesoriere che aveva assistito alla scena, ma non sono riusciti ad ucciderlo nonostante i sei colpi che gli hanno scaricato addosso. Al momento sia l'identità degli assalitori che il movente restano sconosciuti.
L'agguato non fa che peggiorare una crisi che soprattutto nell'ultimo anno sta attraversando l'intero settore minerario del Paese. Qui i lavoratori devono far fronte ogni giorno a violenze, abusi e talvolta purtroppo anche a brutali spargimenti di sangue come quello avvenuto oggi. Esso tuttavia impallidisce davanti ad un altro episodio molto più cruento avvenuto lo scorso agosto sempre a Marikana, quando la polizia nel tentativo di reprimere una protesta dei lavoratori impiegati sempre dalla Lonmin ne aveva uccisi trentasei e feriti quasi ottanta.
Da quel tragico evento i minatori hanno lanciato proteste sempre più esasperate per chiedere soprattutto l'aumento di salari che la divisione degli stessi sindacati di certo non aiuta a risolvere. Accanto al NUM esiste infatti il sindacato AMCU che accusa il primo di servire in realtà gli interessi del governo dell'Anc del presidente Zuma e delle multinazionali con cui questo si mette d'accordo. Ovunque sia la verità la contrapposizione ha registrato negli ultimi mesi dei morti in entrambi gli schieramenti, mentre le compagnie straniere come la Anglo American Platinum e la svizzera Glencore Xstrata reagiscono agli scioperi selvaggi licenziando migliaia di dipendenti.
Il governo per bocca del ministro del lavoro, Mildred Oliphant, al momento non esclude l'ipotesi d'impiegare delle forze di peacekeeping per tenere sotto controllo una situazione esplosiva. Ne è passato di tempo dall'entusiasmo dei Mondiali con Shakira...
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lunedì 25 marzo 2013
Repubblica Centrafricana - La fuga del presidente Bozizé umilia l'Unione Africana
Alla fine i ribelli hanno deciso di toglierlo di mezzo. Sono bastate poche ore a spazzare via mesi di trattative politiche tra il presidente François Bozizé e Seleka, la coalizione dei miliziani provenienti dalle regioni settentrionali del Paese che questa domenica ha invaso la capitale Bangui. Qui i rivoltosi hanno occupato immediatamente il palazzo presidenziale, ma di Bozizé nel frattempo si era già persa traccia essendo questi fuggito nella vicina Repubblica Democatica del Congo (RDC).
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mercoledì 19 dicembre 2012
Mali - Dalla democrazia all'anarchia
Tutti contro tutti. Bastano tre parole a descrivere gli sconvolgimenti che in un anno hanno quasi spazzato via l'entità statale un tempo conosciuta come Repubblica del Mali. A rendere le cose più difficili è il numero degli attori in campo sono tanti e il fatto che alcuni di loro non sono neppure collocabili in uno schieramento ben definito. Dimentichiamoci il lusso di uno scontro bipolare, perché ci troviamo piuttosto davanti un'epidemia che ha seminato ovunque il caos e ha trasformato quello che era considerato un modello di democrazia regionale in un vero buco nero.
sabato 19 maggio 2012
Il gigante inginocchiato
Nonostante la gravità del suo dramma il Congo non fa molta notizia, neanche fosse uno dei tanti microstati africani di cui si fatica persino a ricordare il nome o a individuarlo sulla mappa. Invece è uno dei paesi più grandi del continente, ma anche uno dei più fragili visto che si piazza direttamente all'ultimo posto dell'Indice di Sviluppo Umano. Un gigante in ginocchio appunto.
Del resto nel Congo è difficile individuare una minima coesione del suo enorme tessuto sociale, che si guardi alla cultura, alla lingua o anche in aspetti più pratici come le infrastrutture e i trasporti. Una frammentazione del genere non può che scatenare divisioni che rendono la politica un covo di faziosità, ma a volte sfociano pure in atti di feroce violenza come la guerra che sta insanguinando la ragione orientale del Kivu, dove gli hutu e i tutsi fuoriusciti dal vicino Ruanda lottano tra loro e contro il governo di Kinshasa per il controllo dell'area. Tutto ciò a spese di una popolazione che deve rifuggire gli stupri, i saccheggi e vede i suoi bambini partecipare al massacro in veste di piccoli soldati reclutati da questo o quel signore della guerra.
Si calcola che in vent'anni di guerriglia i morti abbiano superato quota 6 milioni, oltre l'equivalente di uno stato scandinavo come la Finlandia o la Danimarca. Merita davvero tutta questa disattenzione?
mercoledì 4 aprile 2012
I predoni del Mali
Nelle ultime settimane lo stato di salute del Mali si è aggravato in maniera preoccupante. L'offensiva dei Tuareg nel nord del paese ha guadagnato infatti parecchio terreno, riuscendo a strappare al controllo governativo le importantissime città di Gao, Kidal e la leggendaria Timbuktu che, escludendo una manciata di località ancora sotto assedio, conferiscono ai ribelli il pieno controllo di quello che dovrebbe essere il nuovo stato dell'Azawad. Questo è l'obiettivo principale del Movimento per la liberazione dell'Azawad, formato per la maggior parte da ex-soldati della Libia di Gheddafi che hanno fatto tesoro della loro esperienza e dell'arsenale che si sono portati dietro per lanciare un'operazione sorprendentemente rapida (appena tre mesi) ed efficace.
Nonostante la portata delle recenti conquiste non v'è stata alcuna dichiarazione d'indipendenza, neanche dopo che il potere nella capitale Bamako è collassato per il rovesciamento del Presidente Touré da parte di alcuni militari che lo consideravano inadatto ad affrontare la crescente emergenza. Ora il capo della giunta militare salita al potere, Amadou Sanogo, si è affrettato a rassicurare che il paese tornerà in tempi brevi alla legalità costituzionale sempre che, così ha lasciato intendere, la comunità internazionale accolga la sua richiesta di una forza di pace in soccorso alle truppe maliane contro i rivoltosi delle province settentrionali.
Sfortunatamente per lui gli interlocutori disponibili non sembrano particolarmente entusiasti di tendere la mano: da una parte l'Occidente mostra irritazione per un colpo di stato militare giudicato illegittimo, mentre la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale ci è andata molto più pesante imponendo al Mali un embargo totale e minacciando persino un intervento diretto per restaurare l'ordine politico. Davvero incoraggiante, non c'è che dire, il che rende il futuro di ciò che resta del Mali e di una regione che nella povertà e il disordine può essere terreno fertile per gli islamisti (si veda il caso dei Boko Haram nigeriani) precario quanto il deserto che avanza...
lunedì 12 marzo 2012
L'Africa a pezzi
Questo non è solo di uno dei tanti rapimenti in stile Al-Qaeda, perché negli ultimi anni la Nigeria sta assistendo ad un crescendo di violenza (come gli attentati dello scorso Natale e molto altro hanno dimostrato) che vede opposti i Boko Haram al Presidente di etnia cristiana Goodluck Johnatan. Fu proprio l'elezione di quest'ultimo a spostare pesantemente il baricentro politico del paese verso il sud ricco di petrolio, lasciando buona parte della popolazione interna nel dubbio se fidarsi o meno di un governo dominato da quegli stessi gruppi cristiani che hanno aderito al Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger (Mend) e che non usano meno violenza quando si tratta di sedare il malcontento con l'Esercito.
A fare compagnia alla Nigeria purtroppo ci sono molti altri paesi. Qualche giorno fa si è già parlato della difficile situazione nel Sud Sudan e le recenti provocazioni di Al-Bashir, che si dice disposto addirittura a reggere il confronto con l'America, non lasciano intravedere una soluzione imminente. Molto più ad ovest abbiamo invece il Mali che sta subendo l'avanzata dei separatisti tuareg, i quali dopo l'occupazione di diverse città nelle regioni più orientali si accingono a riconquistare Tessalit, consolidando così il loro controllo sull'area.
Dall'altra parte del continente abbiamo invece l'esito non proprio entusiasmante della conferenza di Londra sulla traballante Somalia. Qui gli interessi dei partecipanti purtroppo sembravano più orientati a mantenere il controllo della questione pirateria e a tutelare gli approvvigionamenti energetici che a gettare solide fondamenta in una compagine statale sull'orlo della dissoluzione. Un rischio che in Libia invece è meno grave, ma comunque presente visto che la scorsa settimana il Consiglio nazionale di transizione si è visto richiedere da Bengasi una maggiore autonomia per la Cirenaica, dove abbondano pozzi petroliferi e milizie disposte ad insistere con le armi qualora le parole non dovessero bastare. Altro che primavera araba da queste parti.
A fare compagnia alla Nigeria purtroppo ci sono molti altri paesi. Qualche giorno fa si è già parlato della difficile situazione nel Sud Sudan e le recenti provocazioni di Al-Bashir, che si dice disposto addirittura a reggere il confronto con l'America, non lasciano intravedere una soluzione imminente. Molto più ad ovest abbiamo invece il Mali che sta subendo l'avanzata dei separatisti tuareg, i quali dopo l'occupazione di diverse città nelle regioni più orientali si accingono a riconquistare Tessalit, consolidando così il loro controllo sull'area.
Dall'altra parte del continente abbiamo invece l'esito non proprio entusiasmante della conferenza di Londra sulla traballante Somalia. Qui gli interessi dei partecipanti purtroppo sembravano più orientati a mantenere il controllo della questione pirateria e a tutelare gli approvvigionamenti energetici che a gettare solide fondamenta in una compagine statale sull'orlo della dissoluzione. Un rischio che in Libia invece è meno grave, ma comunque presente visto che la scorsa settimana il Consiglio nazionale di transizione si è visto richiedere da Bengasi una maggiore autonomia per la Cirenaica, dove abbondano pozzi petroliferi e milizie disposte ad insistere con le armi qualora le parole non dovessero bastare. Altro che primavera araba da queste parti.
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sabato 25 febbraio 2012
L' (in)dipendenza del Sud Sudan
Quello che rimane del Sudan è in preda alla lotta che contrappone il governo di Al-Bashir ai rivoltosi nelle terre del Nilo Azzurro e un tempo vicini a coloro che oggi governano il Sud appena libero. Lo stesso confine con quest'ultimo è ancora oggetto di accese discussioni, poiché la posta in gioco vede la spartizione di aree strategicamente rilevanti e ricche di petrolio. Ed è proprio per la questione petrolifera se, nonostante il recente patto di non aggressione firmato in Etiopia dai due governi, continuano a bollire spiriti esacerbati fino all'estremo.
Dopo l'indipendenza il Sud Sudan ha strappato a Khartoum la maggior parte delle riserve di idrocarburi, ma resta ancora molto dipendente dagli impianti di raffinazione e di distribuzione in possesso della controparte settentrionale. Il governo sudanese di Al-Bashir ha provato allora a sfruttare il vantaggio imponendo un prezzo di transito dieci volte superiore a quello chiesto dai produttori, i quali dopo essersi rifiutati si sono visti sottrarre ingenti quantità di greggio a titolo di rimborso. La reazione del governo sud sudanese non si è fatta attendere e si è concretizzata con l'espulsione del presidente della compagnia petrolifera cinese Petrodar, rea di aver appoggiato le ragioni sudanesi, e l'avvio di una causa legale che vede soffiare davanti a sé la minaccia di guerra.
La campagna contro i ribelli del Nilo Azzurro minaccia di estendersi oltreconfine e i bombardamenti nei giorni scorsi delle forze aeree sudanesi nella regione Unity del Sud. Che sia una semplice intimidazione o il preludio di una riconquista? La neonata Juba si prepara ad un'infanzia già difficile.
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